Bohemian Rhapsody, un capolavoro mancato

“But it’s been no bed of roses, no pleasure cruise”

 

Cosa succede quando hai tra le mani un cast pressoché perfetto, canzoni che hanno fatto la storia e la cura quasi maniacale dei dettagli estetici? Un bellissimo involucro, dalla trama però palesemente infedele dal punto di vista storico.

Questo può essere un riassunto piuttosto rapido e sommario di “Bohemian Rhapsody”, dal 29 novembre nelle sale Italiane, preceduto da una massiccia campagna pubblicitaria durata mesi.

Partiamo da un presupposto ovvio: portare sul grande schermo la vita dei Queen (o una piccola parte) e in particolar modo quella di Freddie Mercury è stata un’operazione sicuramente molto ardita, poiché impersonare un personaggio istrionico, dalle tante sfaccettature sia sul palco che nel privato, è impresa titanica. Considerando anche il fatto che chiunque, a caldo, direbbe che nessun attore potrebbe mai riuscire in un’interpretazione precisa e fedele all’originale. Ma nonostante queste diffidenze, il coraggio di Singer viene premiato e ampiamente ripagato in tutto il globo, a quanto risulta dai numeri dei botteghini. Risultato quasi scontato, si direbbe, considerando la fama del gruppo. Nessun fan, nemmeno il più purista come la sottoscritta, potrebbe resistere al richiamo della sala cinematografica.

I Queen sono a tutt’oggi amatissimi dal pubblico che mai li ha dimenticati, e proprio l’incasso pazzesco ai botteghini a poche settimane dall’uscita al cinema nei vari Paesi (addirittura negli Stati Uniti, che ebbero non esattamente un buon rapporto con loro in seguito al video di “I Want to break free”, censurandolo per 7 anni) decreta che questo sia, ad oggi, il biopic musicale che più ha fatto successo a livello di incassi al cinema.

La recensione di questo film risulta molto difficile, perché ci si trova nella stranissima circostanza del dover da una parte lodare il cast tutto, senza se e senza ma, così come la scelta delle canzoni (tutte ponderate e collegate ognuna a momenti diversi del percorso della band), la cura dei costumi, trucco e scenografie, e dall’altra affossare completamente la sceneggiatura, che dal punto di vista storico è quasi del tutto inesatta.

Is this the real life? Is this just fantasy?

Rami Malek ha avuto un lavoro non indifferente da fare sul suo personaggio, uscendo sicuramente vincitore. La sua somiglianza con Freddie, nelle movenze e negli atteggiamenti (oltre che prettamente fisica) rasenta la perfezione, regalando al pubblico un’interpretazione validissima. Lo stesso si può dire degli altri interpreti, che rappresentano al meglio i componenti della band (Mazzello – Deacon e Lee – May in particolare) tanto che per la maggior parte della pellicola si rimane talmente sbalorditi per l’enorme somiglianza che, distraendosi un momento, sembra quasi siano i Queen originali. Audiovisivamente parlando, il film è impressionante per la sua perfezione. Come scritto sopra, un involucro stupendo, un piacere per gli occhi e, musicalmente parlando, per il cuore. Sì, perché il fatto che nel film le canzoni siano quelle originali (di quando in quando, la voce di Mercury viene mixata a quella del vocalist canadese Marc Martel) e vengano spesso riprodotte per intero, ti spinge a cantare, tenere il ritmo ed emozionarti. L’apice si raggiunge chiaramente nei 20 minuti finali di esibizione in occasione del Live Aid 1985, riprodotto con una fedeltà incredibile. Rami & company non sbagliano una mossa, un cenno, una camminata sul palco. Stare davanti allo schermo o sotto il palco diventa esattamente la stessa cosa. Una chiusura perfetta, che lascia emozionati e commossi anche i più scettici.

 

Caught in a landslide, No escape from reality.

Tutto stupendo, fin qui, si direbbe. Ma qualcosa in questa stupenda cornice scricchiola fastidiosamente, e non si può non prendere atto del fatto che la storia, narrata in mezzo a cotanta musica e bagliore visivo, sia fin troppo spesso errata. La licenza poetica sulle storie romanzate è sempre comprensibile e bene accetta, oltre che pienamente giustificata: in soli 134 minuti non si può far stare tutto. Ma è pur vero che, in quello stesso lasso di tempo, i 15 anni presi in esame sono stati un susseguirsi di errori e inesattezze che non possono non far storcere il naso anche ai fan meno attenti.

Dalle date sbagliate di alcuni eventi importantissimi della storia della band (Un Rock in Rio datato ’76 anziché ’85) alla diagnosi di HIV anticipata di due anni, passando per una scena importante quanto bugiarda, che vede Mercury distaccarsi con forza dai componenti del gruppo, quasi rinnegandoli, in favore di una carriera solista non accettata dagli altri e fallimentare. Solo questi pochi cenni delle falle di sceneggiatura porterebbero i fan (con la F maiuscola, non certo quelli dell’ultimo minuto) ad alzarsi dalla poltrona e lasciare la sala. Passaggi incomprensibilmente modificati, omessi, insinuazioni velenose, ci regalano un’immagine di Freddie molto diversa da quella che tutti hanno sempre conosciuto.

Se da un lato appare chiaro il suo essere molto solo ed il grande bisogno di affetto e attenzioni, dall’altro ritroviamo una primadonna attorno a cui tutto gira, facilmente raggirabile da chiunque, che fa il bello ed il cattivo tempo a discapito dei tre angioletti della band. Insomma, una percezione talmente fasulla del personaggio che non può passare inosservata, che ha un grosso peso nel bilancio finale di una pellicola promettente visivamente ma clamorosamente deludente a livello di contenuti.

La scelta di terminare il film con il Live Aid, saltando quindi a piè pari gli ultimi sei anni di vita del frontman è stata, invece, azzeccata. Per la leggerezza con cui sono stati trattati tutti gli argomenti e soprattutto la superficialità con cui (non) è stata affrontata la malattia, riprodurre un concerto come quello del Magic Tour ’86 a Wembley e soffermarsi quindi sull’importantissimo “Innuendo”, avrebbe rischiato di dare al film un pathos e una profondità che non gli appartengono e che il regista non ha mai cercato.

Fa tristezza e lascia l’amaro in bocca la presenza di May e Taylor per quanto riguarda supervisione e produzione esecutiva del film. Impossibile non domandarsi almeno mezza volta come abbiano potuto approvare un lavoro non fedele alla loro storia, permettendo che la sceneggiatura distorcesse l’immagine che tutti bene conoscono di Mercury.

Nel complesso, il film è godibile e leggero, consigliato a chi è interessato alla musica piuttosto che alla storia dei Queen, non adatto agli appassionati di cinema impegnato che ricercano qualità e cura dei contenuti.

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