Black Mirror: Hang the DJ, la formula informatica per l’amore

Perché Hang the DJ non è il “nuovo” San Junipero, ma è indissolubilmente legato ad esso.

Dopo aver visto Black Mirror tutto d’un fiato mi sono reso conto di come la serie nata dalla penna di Charlie Brooker stia cominciando a presentare degli schemi ben definiti, soprattutto dopo il suo passaggio a Netflix. Al di là di alcuni effetti dejà vu, di cui vi abbiamo già parlato (Black Museum, guardo negli occhi soprattutto te), ci sono dei parallelismi abbastanza chiari tra le ultime due stagioni di questa discussa serie. Il terzo episodio di entrambe risulta quello più cattivo e crudele, ma non solo: Zitto e balla e Crocodile condividono anche la tematica (quanto si è disposti a sporcarsi le mani pur di nascondere i segreti più torbidi) e il fatto che la tecnologia intervenga come mattatrice del colpevole più che come strumento, volontario o meno, della situazione “distruttiva”. Altro legame curioso è quello tra le “numero quattro”, a cui sembra spettare il compito di alleggerire gli animi dopo il trauma di due mazzate emotive come quello delle storie sopra citate. La relazione tra San Junipero e Hang the DJ però è molto più profonda, non si limita al riproporre un tema attraverso una storia “simile”, ma continua un discorso avviato lo scorso ottobre attraverso la vita (e la morte) di Yorki e Kelly. La prospettiva attraverso cui viene raccontata la love story tra Amy e Frank è completamente rovesciata: se in San Junipero erano gli esseri umani a morire per permettere alle proprie coscienze digitalizzate di vivere felici nel paradiso digitale, qui sono le copie virtuali ad essere sacrificate per far incontrare due entità organiche.

Questo non è affatto un elemento irrilevante in un contesto come quello di Black Mirror: Charlie Brooker sembra ormai completamente dedito al tema delle autocoscienze virtuali (solo in questa stagione sono tre gli episodi che le vedono coinvolte, per un totale di sei). In più occasioni il prodotto cerca di farci empatizzare con questi codici umanizzati: in USS Callister si fa il tifo per i cookie che combattono contro il “despota” umano, e nello stesso San Junipero si è felici per il ricongiungimento digitale di Yorki e Kelly…anche se sono solo copie delle loro coscienze e non direttamente loro a godere di questa fortuna. Ecco, a tal proposito, in Hang the DJ assistiamo praticamente a un massacro generalizzato necessario per il funzionamento dell’app: solo mille coppie di Amy e Frank vedono la loro fine al termine della simulazione, ma ragioniamo in un’ottica più grande e chiediamoci cosa succede a tutti gli abbinamenti che non raggiungono i risultati attesi, in quanto probabilmente il Sistema farà più test per trovare la compatibilità “definitiva”.

Giochiamo adesso a “rompere il Sistema” e cerchiamo di capire dove potrebbe essere nascosto il retrogusto amarognolo di questa apparente dolcezza e perfezione. Abbiamo due vie possibili: accettare che il Sistema funzioni oppure negare la sua corretta efficacia, valutando le implicazioni dirette di entrambe le alternative. Iniziamo da quella “positiva”, ovvero ammettere che tutto è meraviglioso, l’applicazione permette effettivamente di trovare la propria anima gemella. Ammettere ciò significa riconoscere che il sentimento conosciuto come “amore”, di fatto, sia non solo programmabile, ma anche prevedibile. La coscienza umana ci porterebbe a comportarci esattamente nella stessa maniera nel 99.8% delle volte (sarebbe interessante conoscere quei due casi negativi su mille). Insomma, è sufficiente sapere che 1000 copie di me hanno ripetuto l’esperienza e ottenuto un risultato positivo per essere sicuro del fatto che io mi innamorerò di quella persona, come in una sorta di profezia che si auto-avvera. È una condizione di partenza diversa rispetto a quella da cui partono i cookies stessi: questi ultimi si scoprono emotivamente coinvolti, mentre gli utenti dell’app sanno in partenza che lo saranno (o si autoconvincono di ciò). Intendiamoci: forse l’amore è davvero il risultato di stimoli a cui veniamo sottoposti dall’ambiente esterno, che, combinati in un certo modo, ci portano a rispondere con un forte bisogno di legame emotivo con quella persona. Quante volte vi è capitato di chiedervi “Se mi dovessi trasferire, perderei il mio partner?” oppure “Se fossi rimasto nella sua stessa città avrei continuato a vivere una relazione con quella persona?”. Forse siamo davvero “programmabili” e quel che questo episodio fa è solo sbatterci la verità in faccia, in barba a tutte quelle storie romantiche che ci hanno cresciuto con i nostri ideali sull’amore, con buona pace di Dante, Petrarca, Wilde, Battisti e Nicholas Sparks. Decidete voi se vivere in un mondo in cui l’amore programmabile è positivo o meno, con tutte le implicazioni logiche accennate sopra.

Ora, invece, ammettiamo che l’app non funzioni correttamente. In realtà, più volte è lo stesso episodio a suggerirci tale possibilità. Avviene sotto il porticato, quando Amy e Frank si interrogano sulla possibilità che il tutto non sia una grande simulazione per metterli alla prova o che le coppie prestabilite dal Sistema alla fine non si ritrovino a stare insieme per motivi che poco hanno a che fare con i sentimenti, accettando semplicemente il risultato (Nota: Amy digitale si riferisce al mondo che crede reale, quello “in app”, ma il ragionamento non è da escludere anche per la vita fuori). Viene anche sottolineato dai due come potrebbe esserci la possibilità che il Sistema spinga le persone a comportarsi in un certo modo sottoponendoli a un certo tipo di stimoli, prendendoli per “sfiancamento”. Loro vedono tutto in ottica di essere spinti ad accettare qualcuno che non conoscono sulla fiducia, ma se gli stimoli sottoposti invece funzionassero proprio per spingerli all’unione reciproca e alla conseguente ribellione? Il risultato ottenuto potrebbe essere frutto di una forzatura da parte del Sistema stesso. È soprattutto la fine, però, che dovrebbe accendere un campanello d’allarme nello spettatore. Amy, in particolare, segnala quello che potremmo anche definire un bug: capisce di essere all’interno di una simulazione che li mette alla prova per sfidare il Sistema stesso. Non è un fatto banale, tutt’altro. Cerchiamo di capire il motivo con un esempio: siete dei ricercatori e cercate di studiare un determinato fenomeno, come l’utilizzo di droghe leggere presso un liceo. Scegliete di utilizzare come strumento un questionario pieno di domande esplicite sugli stupefacenti: quanti soggetti risponderanno in maniera sincera e quanti invece sceglieranno di adottare un comportamento che soddisfi il risultato ritenuto desiderabile dal ricercatore o socialmente accettato (basso utilizzo o completa negazione)? Diciamo che il discorso è simile: Amy, intuendo che il tutto sia un test studiato appositamente per loro due si comporta in maniera tale da assecondare quel risultato atteso, che ritiene, di suo, corretto. Se la ribellione di Frank sembra “autentica”, quella della ragazza sembra frutto di un ragionamento ponderato, figlio della consapevolezza di non solo non pagare errori per la trasgressione, ma di venire anche premiata per questo.

L’altro motivo per cui l’app potrebbe non funzionare efficacemente è direttamente collegato ad un ragionamento sopra espresso: l’amore come risposta a degli stimoli. Quel che il Sistema ci racconta è come quella coppia sottoposta a quella situazione, con determinate norme (simili a un regime dittatoriale), finisca per unirsi e fuggire insieme. Collega la compatibilità all’atto di ribellione, adottano un sistema di regole “diverso” da quello imposto in quel sottogruppo sociale. Molti degli argomenti che i due ragazzi affrontano durante la simulazione riguardano proprio quel mondo particolare e come condividano dei valori diversi da quelli promossi dalla “cultura dominante del Sistema”: potrebbe essere proprio questo fattore a rendere possibile la loro unione. Possiamo ritenere un risultato ottenuto nella stessa identica situazione di test attendibile (con o senza il bug sopracitato)? Forse no. La vita reale risponde ad esigenze diverse: seguire la carriera, pagare le bollette, cercare una casa e tutte quelle difficoltà che la quotidianità richiede di affrontare. Nulla di tutto ciò è presente nel mondo del Sistema, dove l’unica preoccupazione sembra seguire quel che viene imposto dall’alto, senza il problema di dover trovare un tetto sotto cui stare e guadagnarsi da vivere. Anche la vita di coppia stessa funziona in modo diverso, anche queste sottolineate da un dialogo tra i due protagonisti: nel mondo del Sistema avrai sempre qualcuno con cui uscire (sgradevole o meno), mentre nel mondo reale si può anche rimanere single per un periodo di tempo più o meno lungo (da non leggere necessariamente in ottica negativa, anzi). Dulcis in fundo, Amy della vita reale appare molto diversa esteticamente da quella ricreata in app. Questo potrebbe essere il punto più debole della nostra argomentazione, in quanto la decisione degli showrunner potrebbe essere dovuta al voler rendere riconoscibile il cambio di scena, ma è interessante notare come il look della versione digitale della ragazza sia molto più sobrio di quello della controparte che vive fuori dallo smartphone: si dice che l’abito non fa il monaco, ma il modo in cui decidiamo di presentarci dice sempre qualcosa di noi. È lecito dunque chiederci: le copie digitali differiscono già in partenza dalle controparti reali?

In poche parole, Hang the DJ racconta semplicemente una storia d’amore (se interessante o meno, lo decide lo spettatore) ed è quella delle copie digitali di Amy e Frank. Questa è una storia di ribellione ad un mondo potenzialmente minaccioso, dove il partner “perfetto” è imposto da “fuori” e si combatte per riconoscere qualcuno di simile a noi (anche se aleggia lo spettro minaccioso di un libero arbitrio fittizio, come sopra spiegato). Il sorprendente finale ribalta le carte in tavola rivelando come, in realtà, le versioni originali si affidino ad un’entità esterna per scoprire l’anima gemella, tradendo quasi completamente lo spirito di ciò che hanno vissuto le proprie mille repliche virtuali. È un problema? Ai lettori l’ardua sentenza.

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Andrea Zabbia

Andrea Zabbia

Studente (e appassionato) di comunicazione. Sono solito dilettarmi con i giochini elettronici, altresì chiamati videogames, ma adoro anche guardare film e leggere libri e fumetti. Nel tempo libero cerco il tempo libero.
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