Cosa salvare del 2017 – Cinema e Serie TV

Onesti e tramandabili residui del 2017 sul grande e piccolo schermo.

Vituperato da una quantità gigantesca di scandali, il 2017 cinematografico si è trascinato più per i tribunali (del popolo) che per le sale dei cinema. In un mondo sempre più dominato dal bingewatching e dalle serie TV, ci siamo comunque raccolti e abbiamo trovato qualcosa che è valsa la pena d’esser vista (anche) sulle classiche poltroncine durante gli ultimi 12 minuti. Ovviamente non stiamo parlando dell’ultimo Star Wars.


movie Il film: Manchester by the Sea (Kenneth Lonergan)

L’Adagio di Albinoni è una colonna portante della musica occidentale che, nella sua solennità barocca, ha già accompagnato le pellicole di Pasolini, Orson Welles, Peter Weir. Il quasi esordiente Kenneth Lonergan si mette in coda, incastonando il suo celebre crescendo nella scena chiave di un lungometraggio, “Manchester by the Sea”, che è innanzitutto un inno, corale e dimesso, alla malinconia intesa come stile di vita. Un sentimento che scava lentamente nelle vite dei protagonisti, fino a diventare tutt’uno con essi e con la piccola cittadina che abitano. Manchester by the Sea, Massachusetts: 5000 anime, il mare d’inverno e un Casey Affleck da Oscar. PS: scegliere un film del 2016 come miglior film del 2017 è il prezzo da pagare per noi poveracci che viviamo in Italia e dobbiamo attendere mesi interi per poterci godere i film più acclamati della stagione sul grande schermo.

tv La serie: Stranger Things 2 (Matt e Ross Duffer, Netflix)

La serie ideata dai fratelli Duffer è la gallina dalle uova d’oro di casa Netflix. Per la seconda stagione di questo piccolo cult televisivo in stile anni 80, il colosso dei servizi streaming ha pensato di farci sbavare su una sequela di citazioni “pop” (dalle epopee arcade di Dig Dug e Dragon’s Lair ai costumi di Halloween dei Ghostbusters), una colonna sonora “che più rock non si può” e una forma tutta nuova del Demogorgone (presente anche in una coccolosa versione cagnolino). Eleven e gli altri ragazzini di Stranger Things, che considerata la tenera età crescono a vista d’occhio, sia a livello fisico sia a livello psicologico, ci fanno emozionare come pochi altri protagonisti del piccolo schermo di questi tempi. Finché il gioco regge noi continuiamo volentieri a giocare. Speriamo soltanto che l’effetto Game of Thrones non colpisca anche loro…

panorama La scena: Guardiani della Galassia vol. 2 – Groot e la bomba

Piantine umanoidi che amano la buona musica, brutti ceffi dalla faccia blu e irascibili procioni creati in laboratorio. Quella che potrebbe sembrare la trashata cinematografica del secolo ci ha fatto commuovere come casalinghe sul finale di stagione de “Il Segreto”, ci ha fatto capire che i veri superpoteri sono quelli che vengono sparati non dalle mani, ma dal profondo dei nostri cuori (e grazie ad essi la Galassia è nuovamente salva). In tutto questo le indimenticabili, spassosissime risate regalate da Rocket, Groot e tutti gli altri. Se non amate i Guardiani della Galassia… beh, fatevi pure esplodere.

face L’attore: Adam Driver

Che tipo strano, Adam Driver. A guardarlo in faccia, non gli daresti 2 centesimi, a questo sosia un po’ bruttino di Keanu Reeves. Ma dietro alla cinepresa il ragazzo ci sa fare eccome, tanto da rendersi protagonista tra il 2016 e il 2017, di una tripletta di interpretazioni notevoli. Il poetico Paterson nel film omonimo, l’austero Padre Francisco Garupe nell’ultima opera di Martin Scorsese e il bistrattatissimo Kylo Ren nella nuova triologia di “Star Wars”. Certo, forse i panni del villain deve ancora indossarli con la stessa classe con la quale interpreta personaggi più eterei e spirituali, ma chi ha mai detto che rabbia e cattiveria debbano necessariamente far rima con sete di sangue e forza bruta? Per una volta, anche nella saga che fu del buon George Lucas, iniziamo ad apprezzare non solo l’eterna lotta tra luce ed ombra, ma anche gli spazi di difficile definizione che stanno nel mezzo.


movie Il film: Song To Song

O lo odi o lo ami, si diceva del J. D. Salinger del cinema. Non vi sono vie di mezzo, specialmente dopo The Tree Of Life e il nuovo periodo. Ebbene, io Malick -adesso più che mai- non lo adoro soltanto… lo accosto persino a De Gregori. Come il poeta romano intreccia il testo delle sue canzoni in funzione delle sue sonorità, così il buon Terrence allo stesso modo costruisce la narrazione come un flusso di coscienza a servizio dell’estetica generale. Ed è tutto di una amenità soverchiante. Song To Song è una nuova apoteosi, il cui senso altro non è che la sua stessa bellezza. In poche parole -per chi (giustamente) non comprende- arte, pura e semplice, come non se ne vedeva da diverso tempo. Poi ragazzi, ci sono la Portman, la Mara e la Blanchett in un colpo solo. Che diavolo si può volere di più?

tv La serie: Game of Thrones 7 (David Benioff e D. B. Weiss, HBO)

In onore di un’estate passata con gli amici e gli hacker spagnoli ad aspettare ogni maledetta domenica soltanto di poter scatenar l’inferno (o l’Inverno) appena Giosno’ fosse riuscito finalmente a farsi la zia (“Daje solo, Jon!”, “Affonda la tua lama nella tempesta”, “Curale la necrofilia a suon di spada!”), mi trovo nell’imbarazzante posizione di dover segnalare come mio highlight personale questa settima trasposizione targata Harmony. Ma sì dai, ma che ce frega. Al diavolo le terze di Narcos o Gomorra, al diavolo i fratelli Duffer e David Lynch. Qui abbiamo i corvi WhatsApp, draghi mac 3 turbo, eunuchi infingardi, regine bagnatissime e vecchi amici zombie di DiCaprio (Uuuh HHH – dovrebbe essere il bramito dell’orso). Basta e avanza. O no? Boh, io non so nulla. Beata ignoranza. (cit.)

panorama La scena: Trainspotting 2 – Scegli la vita

Sono tra i primi a dire che Danny Boyle ormai sia (o lo è sempre stato?) un cazzone di livello stratosferico (The Millionaire, Sant’Iddio, The Millionaire!) e che è difficile capire quale sia il punto più basso del suo nuovo Trainspotting – se la sceneggiatura approssimativa o la colonna sonora sacrilega (Wolf Alice a parte, ci mancherebbe). Qui però mi ha fregato. In questi due minuti, mi ha steso. Con i suoi trucchetti da grande regista occasionale, è riuscito a impormi davanti coattivamente tutta la mia ancor breve vita davanti, assieme ai ricordi di prima giovinezza legati al primo capitolo e al suo tossico universo di scelte-non scelte, facendomi viaggiare più di una cazzo di dose sconosciuta di una droga sconosciuta fatta in una qualche fottuta cucina. Questo è, sic est. Se comunque pensate io sia un cretino per la scelta, sappiate che fino all’ultimo ero propenso a scegliere il cameo di Paul McCartney in quella buffonata di Pirati dei Caraibi 5.

face L’attore: Ryan Gosling

“No, ma è disperatamente monoespressivo”, “Ben Affleck in confronto è Marlon Brando”, bla bla bla. Baggianate, dico io. E aggiungo: dopo la cura Refn (Ave maestro, sia santificato il tuo nome), il nuovo belloccio (?) di Hollywoo(d) è in ottima forma recitativa, sia in quello in cui è bravo da sempre (La La Land) che nelle nuove prove a cui è chiamato. E poi, ragazzi miei, è riuscito a non fare la figura del fesso in quella missione suicida passata ai posteri sotto il nome di Blade Runner 2049. Tanto di cappello.


movie Il film: Dunkirk (Christopher Nolan)

L’impatto con Interstellar mi aveva traumatizzato e mi aveva fatto entrare in sala (non IMAX, purtroppo) con un certo scetticismo. Che Nolan si fosse fatto prendere la mano e avesse riempito di stronzate, dopo il cinema di fantascienza, anche quello di cronaca storica? Già ce lo vedevo Harry Styles (ottimo) a librarsi in volo come nel video di Sign Of The Times e raccontare ai piloti della RAF che l’unica forza che governa l’Universo è l’amore. E invece no: sulle note martellanti e incessanti dell’immancabile Zimmer Dunkirk va avanti liscissimo e incredibilmente rapido: un cicchetto di pura angoscia di una novantina di minuti, fedele nelle tematiche, ben lontano dalla mitizzazione superomistica dei soldati e -non sottovalutiamo- provvisto di Tom Hardy.

tv La serie: Mindhunter (David Fincher, Netflix)

La sintesi: il giovane brillante Holden Ford, che ha come datore di lavoro l’FBI, a un certo punto della sua vita si improvvisa genio della psicologia criminale, ha una serie di interessanti vis a vis con mostri del crimine e brevetta un nuovo modo di condurre gli interrogatori per distruggere le poker face degli indagati. Mindhunter è un acuto lanternino su umani abissi, prima ancora che un crime drama, con la perversa lente di Fincher che, episodio dopo episodio, gode nel vedersi sgretolare tanto gli animi dei cattivi quanto quelli dei buoni. I tempi narrativi sono molto rilassati, ma val la pena mettersi comodi e fare uno sforzo.

panorama La scena: Baby Driver – L’inseguimento in retromarcia

L’ultimo di Edward Wright è un film atipico e divertente che ha tante interessanti peculiarità: una organizzazione da musical ballato particolarmente inusuale in un cafonissimo Hit & Run movie; Kevin spacey nella possibile ultima comparsa sui grandi schermi; lo step up di Ansel Esgort che passa dal morire di cancro in film per teenager al fare l’autista autistico in film per cazzoni. se tutto il film avesse tenuto i ritmi dei primi sei minuti di inseguimento, parzialmente in retromarcia, con i tergicristalli a tempo e sulle note di Bellbottoms dei Jon spencer Blues Explosion, probabilmente avremmo un nuovo miglior film della storia del cinema.

face L’attore: Bojack Horseman (Secretariat)

Non siamo dei semplici osservatori della settima arte: vogliamo essere compartecipi, vogliamo bucare la quarta e la quinta parete e incunearci nelle vere vite degli interpreti, sentire tra le mani il potere di influenzarle e possibilmente di buttarle a terra (vedasi sopra, alla voce Kevin spacey, per esempio). Il 2017, tra le altre storie di tristezza, ci racconta anche questa. E ancor più di ogni intervista di denuncia o di sdegno di fighetti Hollywoodiani da tipi alla Ryan seacrest, è stato lo scarsissimo attore (ma bravissimo figlio di puttana) Bojack Horseman a tirar definitivamente giù il sottile velo che separa il pubblico dalla vita (potenzialmente di merda) delle celebrità. Lo fa da 4 anni, in una sit com che in realtà è un completissimo compendio sul male di vivere. Il più umano di tutti pur essendo un cartone animato. Il più umano di tutti pur essendo un cavallo essendo un cavallo.


movie Il film: Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve)

Lento, lentissimo. Capolavoro. Lento, quindi ha tutto il tempo di farti immergere nell’atmosfera e capire che è stato fatto un lavoro enorme per essere scollegato eppure inscindibile con l’originale. Lentissimo, perché il buon Denis Villeneuve è bravo ma lento. Nell’universo di Blade Runner, però, questa caratteristica è sempre stata dominante e importante, e chi meglio di Villeneuve poteva gestire tempi dilatati per porre domande, regalare soluzioni e insinuare dubbi? Un progetto mastodontico, con un Ryan Golsing esemplare. Il giovane Hercules è cresciuto.

tv La serie: The Grand Tour (Phil Churchward, Amazon Prime Video)

Amazon Prime Video lo pone tra le serie, ed è la mia preferita. Non mi frega un cazzo delle auto, se vanno a 180 km/h o 300 km/h, mi piace l’estetica ma frega cazzi, tanto al massimo di quei bolidi mi potrò solo permettere un modellino della Burago in scala 1:22 (e non è nemmeno sicuro). Ma quei tre coglioni di Jeremy Clarkson, Richard Hammond e James May sono talmente idioti, talmente preparati, talmente inglesi che appassionerebbero e divertirebbero anche solo parlando della manopola dell’aria condizionata della Fiat Regata. E poi Amazon ha concesso loro un budget talmente elevato che hanno potuto fare tutto, davvero tutto. Soprattutto, le più grandi, idiote ed esilaranti stronzate che si possano fare su una quattro ruote.

panorama La scena: I titoli di coda di qualsiasi cosa

Sì, perché mentre decine di stolti, frotte di paranoici che vogliono liberare al più presto la sala, io me ne sto lì, seduto sulla mia poltrona del cinema a gustarmi i titoli di coda, ad appuntarmi l’autore e gli autori della colonna sonora, magari riesco anche a gustarmi qualche interessante easter egg durante e dopo i titoli di coda stessi. Guardiani della Galassia Vol. 2 Docet.

face L’attore: Dave Bautista

Sì, e non sono ubriaco. In Blade Runner 2049 non è essenziale, ma comunque importante. Nel secondo capitolo dei Guardiani della Galassia il suo Drax che ha preso fin troppo la mano con il senso dell’umorismo ed il suo essere fin troppo schietto (“Sei molto bella. Interiormente, ovvio”) è paradossalmente una delle colonne portanti del film. La sua fortuna è quella di essere un bestione per natura, ma il suo percorso nel mondo del cinema sta rivelandosi migliore del pur rispettabile Dwayne Douglas Johnson, alias The Rock.


movie Il film: Split (M. Night Shyamalan)

Quanti di voi hanno sognato di essere rapiti da un pazzo con 23 personalità diverse? Beh, se lo avete sognato, di sicuro siete stati ben lontani da Split. Shyamalan aveva già dato più di qualche accenno di ripresa con The Visit, ma Split ha segnato il ritorno del regista sul grande schermo. Complice anche la performance sontuosa di James McAvoy, Split riesce a svolgere la funzione per cui è stato pensato: farvi leopardare le mutande col pensiero “e se ci fossi io, lì?”. In quel caso, sarebbero cazzi.

tv La serie: Suburra – La serie (Michele Placido, Andrea Molaioli, Giuseppe Capotondi, Netflix)

Il fatto che Netflix decida di produrre una serie originale (in collaborazione con Cattleya e Rai Fiction) tutta italiana fa ben sperare. Suburra si distingue per la caratterizzazione dei personaggi (Spadino vince su tutti per noi), le ambientazioni, ma soprattutto per la trama. Il modo con cui viene raccontato lo svolgersi degli eventi è peculiare, costringe lo spettatore a fare bingewatching di tutti i 10 episodi e gli infonde anche un po’ di speranza per il futuro del cinema italiano. Speranza che va a farsi benedire quando, a Natale, Paolo Ruffini decide di fare un film su Boldi e De Sica con un montaggio delle loro migliori scene. Un montaggio di film usciti per cui dovete pagare. Au revoir, Paolo Ruffini.

panorama La scena: Stranger Things 2 – Eleven (Undici) chiude l’accesso al Sottosopra

L’ultima puntata della seconda stagione di Stranger Things è iconica, piena di citazioni come tutta la serie (qui trovate un elenco), ma la scena in cui Eleven (mi dispiace ma io la chiamo col nome inglese) è con Hopper mentre cerca di chiudere il varco per il Sottosopra resterà per un bel pezzo nell’immaginario – mio sicuramente, collettivo non lo so. Quel momento, quando sembra che Eleven si stia sforzandosi per partorire un Alien, con Hopper che la guarda come se fosse un neolaureato in Medicina che fino ad allora aveva visto solo bambole gonfiabili giapponesi e non cadaveri (fidatevi, sono ben fatte), è la perfetta chiosa per uno show che di perfetto ha quasi tutto.

face L’attore: Giacomo Ferrara

Per chi non sapesse chi è Giacomo Ferrara: è Spadino di Suburra. Ciò detto, Ferrara ha saputo interpretare magistralmente un ruolo per niente facile. Spadino nella serie è il fratello del boss sinti di una parte di Roma, omosessuale, viene costretto a sposarsi con una ragazza che non vuole, e stringe amicizia con Aureliano, che fa parte della famiglia di Ostia i cui interessi si scontrano con la famiglia di Spadino. Insomma, immaginatevi Trump che, mentre costruisce il muro ai confini col Messico, inizia a parlare di sigari con il presidente che sta dall’altro lato del muro, Peña Nieto, e alla fine vogliono diventare amiconi: più o meno sono queste le difficoltà che ha dovuto incontrare Ferrara per sviluppare la sua interpretazione di Spadino, ma alla fine è uscito fuori un personaggio ben caratterizzato e coerente con la narrazione in cui si inserisce. Chapeau.

Leggi anche: Cosa salvare del 2017 – Musica

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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