Perché ci manca Scrubs

La serie cult di Bill Lawrence potrebbe davvero tornare? Cinque motivi per cui sarebbe veramente una gran cosa.

Ferie o vacanze e bingewatching -di qualsiasi cosa- vanno di pari passo dai tempi della stessa invenzione del tubo catodico. Rivisti alla nausea i cartoni animati Disney -mandati abilmente in loop da vent’anni da emittenti nazionali- e scavato fino in fondo il catalogo di Netflix, mi serviva un suggerimento esterno per recuperare qualcosa di sufficientemente polveroso da abbinarsi perfettamente all’atmosfera da stomaco pieno post-natalizio. Fortunatamente qualche giorno fa, durante uno dei miei sporadici accessi a Twitter -diavoleria che reputo d’utilità simile a quella di un ferro da stiro in un campetto di calcio a 7- ho posato gli occhi su una suggestiva chiosa del mai invecchiato Zach Braff.

“You never know about making more Scrubs Episodes, it’s something we all talk about, especially now that all these people are going back and doing Netflix versions of their Shows.”

Se ne parla davvero. Probabilmente, sulla scia dell’orrendo nuovo capitolo delle Gilmore Girls -e forse per cancellare l’onta di un’ultima serie capace di tradire uno spirito rimasto perfettamente immutato per otto lunghissime stagioni- Scrubs potrebbe essere pronta a ritornare. Giubilio. Grandissimo giubilio. Flash davanti ai miei occhi di momenti che hanno scolpito irreversibilmente il mio senso dell’umorismo e il mio immaginario di mondo ideale, quando ero ancora sostanzialmente un coglioncello brufoloso. Perché Scrubs era una serie TV che ti seduceva con le baggianate e con il non-sense, per poi -con l’inattesa deflagrante forza delle cose sporadiche- prenderti a cazzotti fatti di lacrime da drama ospedaliero serio. Una serie che ruotava più sui monologhi e sui primi piani stretti che sui dialoghi, che piazzava i climax di episodi di 22 minuti (con intrecci inevitabilmente tarantolati) in serratissime e chilometriche declamazioni. Che affidava lezioni profondissime anche a personaggi illetterati e/o evidentemente stupidi.

Quella che segue è una manciata di monologhi, utili per far capire di chi sto parlando agli sprovveduti che non conoscono la serie, e per rinfrescare la memoria a tutti gli altri.

L’amara cattiveria di Bob Kelso

“Baxter era un gran bravo cane, non diresti mai che un animale ti possa mancare tanto, ma era bello sapere che nella mia ci vita fosse almeno una creatura che non mi deludeva mai, che non mi giudicava mai, che non arrivava tardi al mio cinquantesimo compleanno con i capezzoli freschi di piercing e con un ragazzino filippino appena maggiorenne di nome Pogo! Mio figlio harrison. Il migliore amico dell’uomo eh? Si è proprio vero.”

Prima sembra un amabile primario, poi un demonio pronto ad anteporre il guadagno alle vite umane e al benessere dei suoi sottoposti, poi ancora -e definitivamente- un uomo desolato, disilluso e in fondo buono, che si accolla responsabilità che non vuole demandare ad altri, anche a costo di farsi odiare da chiunque lo circonda. Un bel regalo ai lavoratori dipendenti, una piccola dose di ottimismo nel credere che dietro i propri superiori ci sia in fondo un essere umano. Ok, forse no.


Il borioso nichilismo del Dr. Cox

“Lascia che proceda brevemente a illustrarti quella che amo definire La filosofia di Perry:
1) se quello che fa la fila davanti a me al bar non ha deciso cosa comprare quando è arrivato alla cassa, dovrei avere il diritto di ucciderlo;
2) sono quasi sicuro che se da internet togliessero tutta la pornografia resterebbe un solo sito chiamato Ridateci i porno;
3) l’unico modo per essere rispettato come medico, anzi come uomo, è di essere un’isola: nasciamo soli e senza ombra di dubbio moriamo soli.”

Mentore e antieroe, Percyval Ulysses Cox si ritaglia ampie percentuali di puntate da dedicare interamente al proprio smisurato ego, al proprio sarcasmo e al disprezzo nei confronti di qualsiasi altro essere vivente. Sempre dispotico e irritabile, anche lui seguirà un percorso di umanizzazione che porterà a rivelarne le debolezze, dall’alcolismo alla perdita del migliore amico, per arrivare a una sfrenata storia d’amore con la propria ex-moglie.


La paranoia di Elliot Reed

“Certo che nascondo qualcosa! Sono pazza, stupido. Ti ricordi l’altro giorno quando mi hai detto che ero sudata? Be’, ho gridato ogni cinque minuti per mezz’ora dopo che me lo hai detto. Sono insicura da morire. Soffro di panico, claustrofobia, germofobia, fobifobia. Parlo da sola, parlo col mio gatto, parlo con tre diversi psichiatri del fatto che il mio gatto ogni tanto mi risponde con la voce di mia madre. E ieri mattina quando quella stupida infermiera carina ti ha passato i guanti di lattice stavo per uccidere il tizio in barella perché mi ossessionava l’idea di voi due che fate sesso in una cella frigorifera! Perché la cella frigorifera? Perché mio padre aveva una relazione con una macellaia! E come ti accennavo prima sono pazza! Ecco: mi sono aperta! Sei felice?”

Mani fredde, nome da uomo, devastante retroterra cattolico, enorme predisposizione ai disastri, conclamato bipolarismo: Elliot è una figura alternativa alla bomba sexy fintamente innocente che è facile trovare nelle corsie ospedaliere dei (tele)film. Un conglomerato di nevrosi, insicurezze e romanticismi costantemente pronto ad esplodere. Per questo è più facile immedesimarcisi. È non è comunque più difficile trovarla fortemente attraente – cosa che d’altronde fa un nutrito stuolo di personaggi maschili, rendendola fulcro passionale dell’intera serie.


La filosofia dell’inserviente

“Ti dirò una cosa che mi disse mia nonna quando ero un bambino, anche se allora pensavo fosse mia madre. Mi disse: “Tempo speso a desiderare è tempo perso”. Ed è morta poco tempo dopo. E mia sorella, che in realtà era mia madre, non l’ha mai accettato… Nemmeno il mio papà-fratello… Che domande sono? Se vuoi essere diverso, sii diverso.”

Indefesso tormentatore dello sventurato protagonista (e di qualche altro), l’Inserviente (di cui si scoprirà il vero nome soltanto all’ultima puntata, come ogni villain che si rispetti) trascorre otto stagioni distruggendo qualsiasi genere di atmosfera con la sua encomiabile dedizione alle molestie. Un personaggio da amare perché deliziosamente imperscrutabile e bidimensionale, misterioso e inutilmente sadico. Mai più di un accenno al suo passato, mai un minimo suggerimento sulle motivazioni del suo insaziabile astio. Solo e sempre esilaranti quanto insensati maltrattamenti, che in un mondo perfetto saremmo tutti autorizzati a perpetrare durante le nostre giornate storte.


La vita secondo J.D.

“Una fine non è mai facile. Me la immagino così tanto nella mia testa che non potrà mai soddisfare le mie aspettative, e finirò sempre per rimanere deluso. Non sono nemmeno sicuro del perché m’importi di come finirà tutto. Immagino che sia perché tutti crediamo che quello che facciamo sia molto importante, che le persone pendano dalle nostre labbra, che diano importanza a quello che pensiamo. La verità è che devi considerarti fortunato se anche solo di tanto in tanto fai sentire qualcuno, chiunque, un po’ meglio.”

Un imbranato, un idiota, un sognatore. Si vivono 182 episodi quasi interamente dal punto di vista di John Dorian, con la sua voce narrante a raccontare ogni accadimento come un fastidiosissimo cicalino nel cervello, con le sue insensate fantasie a sovrapporsi (o a prendere il posto) del buon senso e della realtà. Gli anni al Sacro Cuore di J.D. sono un susseguirsi di miseri trionfi e di devastanti umiliazioni, e anche il tanto atteso lieto fine è tutto fuorché favolistico e perfetto. Ma è impossibile non guardare indietro nella propria esistenza e non trovare un momento in cui si è mandato qualcosa completamente in vacca, o ci si è costruiti universi paralleli improbabili ma apparentemente, almeno per un istante, a portata di mano. La desolante filosofia di J.D. insegna principalmente questo: che anche quando si tocca il fondo dell’autocommiserazione c’è sempre qualcosa di cui ridere. Se non altro, di se stessi.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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