True Detective: la vita, la morte e Dio secondo Rust Cohle

A tre anni dal debutto sugli schermi, riviviamo la parabola dell’investigatore più nichilista della storia.

Sono già passati tre anni da quando sui teleschermi approdava True Detective. Sotto copertura, camuffato da canonico serial poliziesco infarcito di delitti efferati e personaggi stereotipati, il miniserial di Nic Pizzolatto era in realtà un’opera destinata a sfondare come nessun’altra quel muro di indifferente separazione tra i protagonisti e lo spettatore. Affidando a un personaggio meraviglioso, a un antieroe alcolista, tossico, solitario e strafottente il ruolo di squarciare la quarta parete (anche grazie a un Matthew McConaughey già entrato nel suo periodo d’oro). Di suscitare riflessioni desolate sull’umana esistenza, tirando fuori monologhi da un vortice di tristezza e pessimismo tanto profondo da far sembrare il peggio di Sartre banali frasette da Bacio Perugina. Di lasciare sanguinanti ferite nel nostro animo.

Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere… per le leggi della natura. Siamo delle cose che si affannano nell’illusione di avere una coscienza. Questo incremento della reattività e delle esperienze sensoriali è programmato per darci l’assicurazione che ognuno di noi è importante, quando invece siamo tutti insignificanti.

Rustin “Rust” Cohle è un disadattato. Ha un background devastante. Una figlia e un matrimonio portati via, insieme, dallo stesso incidente d’auto. Perdite di controllo tramutatesi in uso non autorizzato della forza, che lo hanno portato a uccidere a sangue freddo narcotrafficanti. Svariati anni come marionetta in borghese riempita di droga e mandata a morire sotto copertura tra narcos e bikers. Rust vive in un mondo parallelo fatto di allucinazioni, possibilmente ancor più brutto di quello reale. Vede luci e mostri, sulla strada mentre guida, accanto ai morenti, sulle pareti. Vive in un appartamento completamente vuoto, eccezion fatta per un letto, Gesù Cristo (benché non sia credente, trova ispiratrice l’idea di accettare la propria crocifissione), e spessi manuali di cronache di omicidi a carattere sessuale. Per non uscire da sconfitto da un’esistenza difficile costruisce volutamente, come ultima barriera difensiva, un involucro di desolazione.

Quando il tuo cervello sarà morto, tutti i ricordi contenuti nella materia grigia, insieme alle conoscenze acquisite, si dissolveranno in una sequenza di reazioni chimiche.
In quel momento comprenderai la profonda futilità del proprio essere nell’universo. […] Tutta la tua vita, tutto il tuo amore, il tuo odio, la tua memoria, il tuo dolore erano la stessa cosa, erano semplicemente un sogno, un sogno che si è svolto in una stanza sprangata… e grazie al quale hai pensato di essere una persona. E come in molti sogni… c’è un mostro che ti attende alla fine. Perché è un sogno, un sogno spaventoso, la vita.

Si dà il caso che Cohle -inevitabilmente- è anche un acuto investigatore. Forse perché è una mente autenticamente geniale, forse perché è tanto irrimediabilmente spacciato da poter incuneare i propri pensieri in anfratti della psiche umana insondabili ai più. Chole e il suo partner, Martin Hart, vengono assegnati a un incarico agghiacciante, che li porta ad affondare in una palude di sevizie, rapimenti, segregazioni, pedofilia, omicidi di prostitute, produzione di metanfetamina, sette religiose e rituali sanguinari. Mentre Hart perde la testa e vede la sua ipocrita morale facilona e cristiano-cattolica andarsi progressivamente sgretolando, è impossibile non rivalutare e apprezzare il nichilismo e il disfattismo di Rust. E non solo nei confronti di un mondo inaccettabile, come rifugio. Ma quasi anche come unica, vera possibile chiave di lettura, come sbugiardamento di sostrati di illusioni e castelli di carte che tutti, inconsapevolmente e continuamente, costruiamo e rimiriamo con ebete orgoglio.

Tutti incappiamo in quella che io chiamo ‘la trappola della vita’. Questa profonda certezza che le cose saranno diverse, che ti trasferirai in un’altra città e conoscerai persone che ti saranno amiche per il resto della tua vita, che ti innamorerai e sarai realizzato. Vaffanculo alla realizzazione e alla risoluzione. Che si inculino quei due… cazzo di vasi vuoti che contengono questo mare di merda. La realizzazione non si raggiunge, non fino all’ultimo istante. E la risoluzione. No… no. No. Niente finisce davvero.

In realtà per Rust non tutto è vuoto, non tutto è inutile. Non tutti sono malvagi. Piccole deviazioni da un testardo stoicismo antisociale (per esempio, farsi la moglie tradita e depressa del proprio collega) permettono di capire come la sua sia una crociata ossessiva e ossessionante, volta superficialmente a riempire buchi affettivi e sensi di colpa, ma più in profondità ostinata a trovare una quadratura del cerchio del casino che è la sua vita. Un lumicino di bene cui credere, cui attaccarsi. Un bene che non può essere la religione, mai vituperata in un serial quanto in True Detective; che non può essere la società e la politica, viste come organizzazioni a delinquere volte soltanto allo sfruttamento opportunistico gli uni degli altri. Quello di Rust è in realtà un totale -e malato- antropocentrismo, un amore per l’intelletto e per l’io umano, per quello spirito capace di innalzarsi sul materiale e rendersi conto di vivere in un mondo di merda.

È così da quando una scimmia ha guardato il sole e ha detto all’altra scimmia: ‘Ha detto che tu mi devi dare la tua cazzo di roba.’ Le persone… sono così fottutamente deboli che preferirebbero gettare una moneta nel pozzo dei desideri, piuttosto che comprarsi la cena.

Costruito ad arte per rendere verosimile il peggiore dei destini per un personaggio che è impossibile non amare, tra i suoi tanti pregi True Detective ha quello di modellare per il proprio personaggio cardine una parabola drammatica e angosciante, ma munita alla fine di un momento di vera catarsi, di vero riscatto. La consapevolezza e l’espiazione dei propri peccati, al contrario per esempio di Breaking Bad, non arrivano subito prima di un’ingloriosa morte. Rust impiega diciassette anni per fare terminare, nel sangue ma pronto per ricominciare, una storia iniziata nel sangue. E per trovare un nuovo inizio di una vita che non ci sarà raccontata mai. Per abbracciare, nell’ultima puntata, nell’ultima scena, il suo primo istante d’ottimismo.

Ti confesso Marty, sono stato sveglio in quella stanza a guardare dalla finestra ogni notte, pensando… c’è solo una storia. La più antica. La luce contro l’oscurità. Una volta c’era solo l’oscurità. Adesso, se me lo chiedessi, ti direi che la luce sta vincendo.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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