Vent’anni dopo: grazie Space Jam

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“Birra stasera?”
Che succede, amico? Siamo in vena di eresie? Oggi è il ventennale di Space Jam.
Non ci sono per nessuno.”

 

Rischiando di passare per l’ennesima volta per quello che sta sempre a pettinare le giraffe e vive di frasi fatte, lo dico… Incredibile, come vola il tempo. Diavolo, sono passati venti anni dall’uscita nelle sale di Space Jam e manco me ne sono accorto. Due decadi da quando è iniziato tutto. Ben cinque lustri. No, aspetta… quattro. E chissà quanti mesi e giorni. Perdonatemi, ma ho sempre avuto a scuola lo stramaledetto debito di matematica e ancora oggi non sono proprio un asso in materia. Ogni volta che vado dal panettiere è una silenziosa impresa riuscire a capire dal resto se mi sta truffando o no. E ho ancora il vago presentimento che le onde sinusoidali siano in verità delle diavolerie che causano rare affezioni polmonari. Ma tutto questo è una conseguenza del classico targato Warner Bros. Persino il mio clamoroso deficit di conto rientra tra le ripercussioni registrate dopo aver incontrato lo spartiacque cinematografico ed esistenziale della mia giovine realtà.
Si certo, avevo visto già “Voglia Di Vincere” una decina di volte e avevo già sentito l’originale di “Fly Like An Eagle” da qualche parte. E Jerry Maguire era già una fonte di ispirazione per il mio spirito sportivo in fasce. Ma fu soltanto dopo aver visto la sequenza iniziale di quel suonato e stravagante ibrido di film e cartoon che trascinai quella santa donna di mia madre a comprare la sfolgorante divisa nera di Sua Altezza Aerea Michael Jordan (si, quella di riserva dei Bulls; la rossa era troppo mainstream e comunque era già esaurita), e potei partire davvero per la mia nuova vita.

Il catechismo divenne una barzelletta, ormai ero un prodigio illuminato e il mio Dio indossava il numero 23 ogni volta che scendeva in campo. Pulire la cameretta? Un vero spasso, bastava usare un po’ di sputo e tutto sapeva di fresco al limone. Persino le ragazze, le conobbi e iniziai a trovarle (ancora vagamente) interessanti attraverso la cotta per Lola Bunny. E i famosi libri di matematica, quelli divennero un effettivo spreco di tempo. È un miracolo, a pensarci bene, se sono riuscito a raggiungere un degno grado di istruzione, dopo le infinite giornate passate sul playground a giocare con gli amici e gli stronzi da sfidare. Mattina, pomeriggio e sera. Nel sole e nel vento. Pioggia, neve, grandine. A volte, persino a Natale.

E voi mi direte a questo punto: “Complimentoni, hai rischiato di diventare un caprone per un filmetto”. Badate, è a titolo di esempio, non usate letteralmente la parola “filmetto” se non volete rischiare le botte. E comunque, probabilmente si, avrete anche ragione. Ma devo tanto a questa vecchia pellicola, a Bugs Bunny e ai Looney Tunes. E a Bill Murray, Larry Bird, Charles Barkley e tutti gli altri, chiaro.
Grazie a loro, tanto per cominciare, mi avvicinai sul serio al basket e feci in tempo a godermi il ritorno e gli ultimi anni di carriera (quella vera, lasciamo stare gli Wizards) del Messia. Ci sono molte persone che non hanno mai potuto ammirare “in diretta” le partite di Jordan e ammetto di provare una moderata pena per loro. Certo, oggi i ragazzi hanno Lebron e Steph Curry, ma volete mettere? Quei giorni contro gli Utah Jazz furono tra i più felici in assoluto, non soltanto sportivamente parlando. Poi dopo arrivarono mille altre vicende, le mie partite da giocatore, le fasce And1 da tamarro, le triple ignoranti, i giorni di gloria e le stoppate umilianti, il ritiro a diciotto anni per le troppe botte ricevute dagli stangoni, i commoventi e nostalgici documentari di Federico Buffa, il tempo della “maturità” e tutto il resto.

Ma non solo. Space Jam fece una cosa molto più importante, a livello individuale: mi regalò la miglior infanzia possibile e, in qualche modo, contribuì a formarmi nella primissima adolescenza come persona. Ed ora, a vent’anni di distanza da quell’evento, in onore di quei dorati tempi, questa sera la passo così. Riesumo l’impolverato videoregistratore, inserisco la mia splendida VHS e, in religioso silenzio, premo play. Let’s get ready to rumble.

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Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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