3%: quando gli Hunger Games si giocano nelle favelas

Dal Brasile su Netflix, un’interpretazione esotica dell’epopea young adult distopica

 

Dal 25 novembre c’è un intruso dal titolo accattivante tra i serial milionari che campeggiano nella homepage di Netflix: lo spotlight del popolare network ha infatti accolto tale 3%, thriller dall’insolita provenienza sudamericana, pronto a dare una sua personalissima e colorita interpretazione per le tematiche da Apartheid del futuro tanto care a certi filoni di distopia futuristica. Contestualizzate in un’ambientazione che non può che sembrare una gigantesca, malfamata favela, le vicende di 3% ruotano attorno alla suddivisione fisica della popolazione in due grandi aree: la Terraferma e l’Offshore (Maralto, in lingua originale). Tutti nascono nella prima, tutti hanno -all’età di vent’anni- un singolo tentativo da spendere per dimostrare di essere degni di far parte dell’elite della popolazione (la frazione del titolo, appunto) che verrà trasferita nel tanto sconosciuto e idealizzato Giardino dell’Eden. Un solo crudele meccanismo di selezione: il misterioso Processo, di cui tutti parlano ma da cui nessuno sa cosa aspettarsi, e a cui il popolo ha addirittura dedicato un culto, venerandolo -insieme ai suoi borghesi organizzatori- come un miracoloso processo di rinascita e di purificazione.

L’opera di Pedro Aguilera si mostra, già dal primo sguardo, come un fratello minore di Hunger Games, con il suo stuolo di giovani adulti (alcuni molto ingenui, altri già parecchio scafati) immersi in un feroce rito di iniziazione. Con quei pochissimi oligarchi capaci dall’alto di tener sotto controllo un inerme e clericalizzato popolino, dietro maxi-schermi tramite i quali -freddamente- si seguono le vite e le morti dei partecipanti a un enorme sadico gioco. È al tempo stesso qualcosa di diverso, qualcosa -se possibile- meno cinematografico e più “umano”. Le prove cui i giovani vengono sottoposti non sono soltanto gladiatori festini di pugnalate negli occhi, ma sono congeniate per fali collaborare, farli scontrare e far emergere leader e succubi, far trasparire i tratti più latenti -e a volte inaspettati- della loro personalità. Lungi dall’essere un glaciale comandante interessato solamente al piacere di vedere virgulti uccidersi, il “grande fratello” Ezequiel mostra autentica preoccupazione e interesse per i candidati, nascondendo a sua volta segreti che potrebbero unirlo alla plebe dell’Entroterra più di quanto i suoi stessi compagni dell’Offshore sospettino. Mentre i giochi vanno avanti qualcos’altro bolle in pentola, con un’associazione terroristica -chiamata la Causa– pronta a tutto per sovvertire l’apparentemente immutabile status quo. E forse, in fondo, il tanto celebrato Offshore non è esattamente una grande riproduzione di Disneyland come tutti vorrebbero credere.

Cosa inevitabile per una serie di soli otto episodi, la fidelizzazione avviene fin da subito con il tipico manipolo di “eroi” di cui si assumerà volta per volta il punto di vista, e di cui si conosceranno i retroscena tramite rapidi flashback: si va da Marco, rampollo di buona famiglia obbligato a primeggiare sugli altri, a Fernando, paraplegico e figlio di un predicatore, che crede ciecamente nell’elevazione garantita dal Processo; da Rafael, guascone, disonesto e pronto a qualsiasi mezzuccio per sopravvivere, all’enigmatica e silenziosa protagonista Michele. Il cast, di livello non eccelso ma onesto, ha quasi il vantaggio di essere del tutto sconosciuto alle nostre latitudini, garantendo in questo modo un’immedesimazione altrimenti impossibile – senz’altro maggiore di quella che si potrebbe avere con una Jennifer Lawrence post-leak di foto disabbigliate. La natura assolutamente low-budget della serie pesa, semmai, nella totale assenza di effetti speciali e orpelli scenici, in scenografie imbarazzanti riprese da camere in inarrestabile moto oscillatorio, in una colonna sonora approssimativa e maldestramente affidata a strumenti tradizionali: anche le stanze dei bottoni paiono essere tirate fuori dagli anni Ottanta. Ma malgrado un’estetica senz’altro non invitante, e nonostante le modifiche al canovaccio di fantascienza young adult possano a qualcuno sembrare poche e non sostanziali, 3% si dimostra senza dubbio una bella sorpresa semi-indipendente: una serie godibile che non ha il potere di dare spunti di riflessione ma che intrattiene e che serba qualche ben nascosto colpo di scena. E che merita senz’altro una chance, riuscendo alla fine d’ogni episodio a spingere (a volte più di colleghe ben più blasonate) alla visione del successivo.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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