A casa tutti bene: al cinema male male

La resa sbagliata di una scanna familiare sul grande schermo.

Dopo la marchetta sul palco sanremese, con tutto il cast completo in eurovisione, pensavo che A casa tutti bene fosse degno di essere visto. E così mi sono recato al cinema, in un’uggiosa serata romana, per vedere cosa quel simpaticone di Gabriele Muccino si fosse inventato questa volta, cosa avesse deciso di rendere così melodrammaticamente drammatico in una sera. Il cast promette comunque bene: ti aspetti che Pierfrancesco Favino se ne possa uscire con un “GNIGNI” all’improvviso e che Massimo Ghini (che cazzo di interpretazione ha fatto?!?) possa dare quell’aria da cinepanettone ad una pellicola che si preannuncia se non pesante, almeno meritevole di concentrazione. La presenza della Crescentini, della Gerini e della Solarino può accompagnare solo. Ma andiamo con ordine.

La prima metà del film scorre pallida, indolore, quasi anonima, visto che si ritrovano tutti, ma proprio tutti, nella villa dei padroni di casa che festeggiano le loro nozze d’oro. E fin qui si capisce che è tutto solo un pretesto narrativo che serve a Muccino per narrare l’apocalisse che verrà. E mi sta anche bene, perchè comunque l’aggettivo pesante non si confà ancora al film, che scorre liscio anche se ti inizi a chiedere “E allora? Quando sbroccano tutti?”. Il punto è che io divido i film tra primo e secondo tempo, da buon tradizionalista che ha bisogno di punti di riferimento, quindi la pausa è il mio Sacro Graal del cinema che mi serve per capire se sono o meno soddisfatto. Ed il secondo tempo di A casa tutti bene è stato davvero prevedibile.

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Se dal trailer vi aspettate le liti in famiglia, ci avete preso. E va bene, non ho certo scoperto l’acqua calda. Il punto è che Muccino ha scelto i giusti pretesti per narrare i problemi della quotidianità, le incoerenze insite nell’animo dell’essere umano, ma ha sbagliato i modi. Tutto diventa troppo surreale per essere credibile, troppo drammatico per essere realistico. Le scelte narrative di Muccino arrivano all’assurdo: senza voler fare spoiler, non posso credere che sia possibile rimanere tranquilli se almeno QUINDICI persone, tutte imparentate tra loro, sbroccano all’unisono. Già fatico io con me stesso quando il mio cane abbaia, figuriamoci se devo sentire zii, nonni e nipoti che se le menano di santa ragione tutti insieme. Neanche alla Royal Rumble della WWE, e questa è una citazione per pochi.

L’interpretazione del cast è quella che ci si aspetta. Ripeto: Massimo Ghini è stato perfetto, forse il migliore. Favino ha saputo mettere in scena il suo personaggio, la Crescentini lo ha ben accompagnato, Sandrelli-Marescotti coppia azzeccata. Ma c’è un ma. Elena Cucci, per quanto il suo personaggio fosse prevedibile, non ha mai smesso di ridere. Ride sempre, in ogni scena, con un sorriso troppo tirato, troppo telefonato. È tutto troppo. Si capisce inoltre che Muccino abbia scelto di scritturare Stefano Accorsi solo per la sua aria un po’ da hippie, un po’ da poeta maledetto. Forse solo per il suo sorriso che è perennemente sullo schermo e che fa il paio con quello della Cucci.

Insomma, la sensazione che ho avuto quando sono apparsi i titoli di coda è che, a questo giro, Muccino ha sbagliato la messa in scena. L’idea c’era, lo ribadisco, ma la forma è stata sbagliata. Si capisce sin da subito dove vuole andare a parare il film, tutto è troppo prevedibile e condito da quell’aria di frustrazione che Muccino cerca di inscenare ma che, arrivati ad un certo punto, diventa trita e ritrita. Peccato, perchè è sicuramente un’occasione persa. Mi è venuto in mente Perfetti Sconosciuti di Genovese, un film girato tutto attorno ad un tavolo ma con più spunti e meno banalità, con personaggi meno stereotipati e con cliffhanger meno telefonati. Poco male, alla fine, visto che Muccino fa un film ogni due anni.

Alessandro Naimo

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Cerco di appassionarmi al marketing per sopravvivere. Spazio dalle arancine alla musica agli Happy Three Friends. Terrone dentro, morbido fuori.
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