Arrival: il linguaggio fantascientifico secondo Denis Villeneuve

“Se potessi vedere la tua vita dall’inizio alla fine, cosa cambieresti?”

 

Otto nomination fresche di giornata. Sarà dura battere “La La Land” – che di nomination ne ha ricevute addirittura quattordici – ma con l’idolo delle folle Christopher Nolan fuori dai giochi e con Di Caprio in pausa sabbatica tutti gli occhi sono puntati sul canadese Denis Villeneuve, in lizza per i prossimi Academy Awards con la pellicola sci-fi più acclamata dell’anno, “Arrival“.

Parlare di fantascienza, negli ultimi anni, è un po’ come giocare a campo minato su Windows 95. E i film di questo genere, ormai inflazionatissimi, sono come le ciambelle: non sempre escono col buco. Che amara verità. Ci è cascato Ridley Scott con “The Martian”, banale epopea hollywoodiana rea di aver screditato le interessanti premesse scientifiche del romanzo omonimo al quale è ispirato. Ci è cascato pure il quasi inattaccabile Nolan con “Interstellar”, polpettone fin troppo scientifico e fin troppo melodrammatico (leggi: sceneggiatura cervellotica, come da copione, ma spesso distratta, discontinua, piegata alle logiche del mercato). Vogliamo rivivere il dialogo finale tra Murph, ormai divenuta anziana, e il sempre giovane e figo paparino Matthew McConaughey?

Cooper: Ero io, Murph… ero io il tuo fantasma.
Murph: Sì, lo so. Ma non mi volevano credere, pensavano che avessi fatto tutto da sola. Ma… io sapevo chi era. Nessuno voleva credermi, ma sapevo che saresti tornato.
Cooper: Come?
Murph: Perché il mio papà me l’aveva promesso.
Cooper: Ora sono qui Murph… sono qui.

Lacrimuccia facile e tutti a gridare al capolavoro. Ma c’era bisogno di qualcosa in più. C’era bisogno di ricredersi sulle sorti e sulle possibilità espressive di un intero genere. Ed ecco la vera sorpresa di questo 2017. Chi l’avrebbe mai detto che un regista canadese semisconosciuto (ma già scritturato per l’attesissimo “Blade Runner 2049”) sarebbe riuscito a rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle, andando a trionfare là dove i concorrenti a lui più prossimi avevano fallito? Beh, c’è chi la fantascienza la fa per noia, chi se la sceglie per professione… Denis Villeneuve né l’uno né l’altro, lui la fa(ceva) per passione.

Anche in questo caso è un romanzo, o meglio un racconto, ad ispirare l’opera (trattasi di “Storia della tua Vita” di Ted Chiang). Anche in questo caso è un rapporto familiare (quello tra la rinomata linguista Louise Banks e la figlia Hannah) a far luce sugli aspetti più umani di una pellicola che indaga con grande sensibilità e con grande immediatezza tematiche complesse quali la comunicazione, le teorie linguistiche, i rapporti diplomatici tra le grandi potenze economiche di tutto il mondo. Anche in questo caso è l’interprete del momento – la sobria ma incisiva Amy Adams, già apprezzata per le pugnalate alle spalle regalateci in “Nocturnal Animals” – a tenerci incollati allo schermo e a farci sospirare per le sorti del genere umano.

Anche in “Arrival” – titolo che potrebbe indicare tanto l’arrivo sulla Terra degli Eptapodi e delle loro dodici astronavi, quanto quello della figlia di Louise – a dare un senso alla storia è la riscoperta di ciò che ci rende unici nella nostra complessità: l’amore. Una parola che forse non viene mai pronunciata nel corso del film, ma che permea ogni fotogramma, ogni flashback nella memoria della protagonista, ogni dialogo immaginario con la piccola Hannah.

“Arrival” è soprattutto una presa di posizione: quella del linguaggio come arma per combattere le minacce che incombono sul nostro pianeta e che noi stessi abbiamo alimentato. Ecco cosa rende “Arrival” un grande film, soprattutto all’interno del genere di riferimento: un linguaggio che, in Villeneuve, si fa co-protagonista dell’opera. Non più la banalità lacrimevole di Murph e Cooper, ma la scelta sofferta seppur necessaria di Louise, maturata attraverso flussi di coscienza di devastante bellezza. Non più buchi neri e infinite elucubrazioni di astronauti e scienzati, ma la scrittura semasiografica degli eptapodi, solo apparentemente misteriosa e indecifrabile. Un universo di concetti da (ri)scoprire, aprendo le porte della mente ma anche quelle del cuore.

Sottolineato alla perfezione dal minimalismo di Jóhann Jóhannsson, autore della colonna sonora, e dalla fotografia elegante di Bradford Young, “Arrival” abbandona il concetto di fantascienza come spettacolarità fine a se stessa e abbraccia le nuove correnti – più introspettive e psicologiche, ma lontane dal facile sentimentalismo hollywoodiano – di un genere cinematografico intramontabile, raggiungendo apici di inedita ed inaspettata intensità.


ABBIAMO PARLATO DI…

Arrival
Fantascienza, 116 minuti
Denis Villeneuve, 2016
Stati Uniti d’America
Sony Pictures

Marco Belafatti

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

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