Bojack: un bicchiere insieme per parlare della quinta stagione

bojack quinta

Storia di una serata surreale in compagnia di Bojack

Mi trovavo all’angolo tra Jefferson Boulevard e San Pedro Street quando ho ricevuto la chiamata di Princess Carolyn. Erano già le otto di sera e il tramonto stava per lasciare il posto a una serata umida e forse addirittura piovosa, avevo perso le speranze e consideravo la mia giornata finita, stavo camminando per tornare a casa. Per qualche motivo ho riconosciuto il numero di Princess Carolyn, che non avevo nemmeno memorizzato in rubrica, sapevo che era lei e sentivo che, quella telefonata, avrebbe cambiato radicalmente la mia serata, la mia carriera e forse addirittura la mia esistenza.
Rispondo.

«Princess Carolyn?»
«Ha accettato.»
«Cosa? Chi? Come?»
«Bojack, ha accettato. Ti sta aspettando Casey’s.»
«Davvero? Mi prendi per il culo?»
«Senti, non farmi perdere tempo. Datti una mossa se non vuoi trovarlo già ubriaco.»

Riattacca. Lasciandomi solo ad ascoltare il segnale acustico del telefono, sottofondo per lo tsunami di pensieri che si affollavano nella mia testa ad un ritmo più frenetico della mia tachicardia incalzante.
Erano mesi che provavo a fissare un incontro con Bojack, ma tutta Hollywoo era ormai in fibrillazione per l’uscita di Philbert e, nonostante i miei contatti mi avessero portato facilmente agli assistenti di Princess Carolyn, era stata un’impresa titanica parlare direttamente con lei. Sapevo che sarebbe stato impossibile intervistare Bojack anche solo per fargli due domande striminzite sul nuovo show di cui sarebbe stato protagonista, Philbert, appunto.
La speranza si svegliava con me ogni mattina e con me si ritirava alla fine di ogni giornata, ma non quel giorno. Quel giorno, quella telefonata, l’aveva svoltato in modo fatale.
Non avevo scelta, anche se tutte le cellule del mio corpo erano in piena reazione attacco o fuga e il mio intestino stava per opporsi causandomi impedimenti logistici scientificamente noti come farsela addosso, quella era un’opportunità imperdibile. Bojack non aveva concesso interviste a praticamente nessuno, era lontano dai riflettori da settimane e quel comportamento sembrava ormai una precisa strategia di marketing per far crescere l’hype per l’uscita imminente dello show.
Mentre il mio cervello continuava a farsi le pippe ripetendo le domande che mi ero preparato e formulando previsioni sugli scenari della serata, i miei piedi e un autista di taxi random mi avevano portato meccanicamente davanti all’ingresso di un Casey’s semideserto.

Oltre alla barista, elegante elefantessa, e a uno svogliato sassofonista di colore che suonava My Romance di Gene Ammons, c’erano poche persone: ad un tavolo una coppia di eccitati fidanzatini, una gattina svampita e un topo nevrotico, sembrava stesse pianificando chissà quale fuga d’amore; all’altro tavolo un uomo sulla cinquantina, solo, con una birra, stava fissando con aria incuriosita un cavallo che urlava al bancone.

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Bojack stava litigando con la barista che aveva osato servirgli della vodka, dicendole che quella roba per lui sarebbe andata bene solo prima delle dieci di mattina e ora aveva bisogno di qualcosa di decisamente più forte, sembrava la stesse minacciando di farle causa per diffamazione o qualcosa del genere. Insomma, un Bojack in splendida forma.

«PER CHI MI HAI PRESO? PER UN PONY?!»
«Ehi, ma quello è il cavallo di Horsin’ Around!»

Li interrompo io, pentendomi già dalla seconda sillaba di aver scelto proprio quell’esclamazione per accompagnare la mia entrata nel locale.

«E TU CHI CAZZO SARESTI?!»
«B… Buonasera Signor Horseman, sono il giornalista per l’intervista su Philbert. Mi ha chiamato Princess Carol-»
«OH CAZZO! Aveva proprio ragione Princess Carolyn a definirti un rompicoglioni. Senti, hai una sola possibilità per rimanere qui: sceglimi qualcosa di buono da bere, perché a quanto pare qualcuno qui è una barista quanto io sono un ballerino.»
«Assenzio.»

Propongo io di getto. I secondi scorrono lentissimi e gli eserciti che combattono nel mio intestino osservano un attimo di religioso silenzio in segno di rispetto per il momento solenne.

«Hai mai pensato di lasciar perdere la carriera da giornalista e diventare barista? Hai del talento! Assenzio sia. Due! E tu invece, cosa prendi?»

Rivolgendosi a me, che, nel frattempo, trattenendo il respiro, mi sono avvicinato e seduto sullo sgabello accanto al suo. La giacca grigia di Bojack è in pessimo stato e, insieme al suo maglione blu infeltrito, forma la degna cornice per un cavallo che dimostra dieci anni in più di quelli che ha e puzza come se fosse appena uscito dal cassonetto sul retro del pub.

«Io prendo un Vodka Martini.»
«Fighetta (colpo di tosse) Allora, di cosa volevi parlarmi stasera?»
«In che senso di cosa? Dovremmo parlare di Philbert, ovviamente, come da accordi presi con Princess Carolyn.»
«Come hai detto?! No, ti prego. Ne ho fin sopra i capelli di parlare di lavoro. Oggi è stata una giornataccia. Piuttosto, cosa ne pensi dei Dodgers quest’anno?»

Mi dice, facendo cenno alla televisione che stava trasmettendo la partita di baseball. Io ruoto la testa in direzione dello schermo ma non guardo realmente la partita, dall’esterno mi osservo al fianco di un attore milionario, con delle precise domande in testa che si stavano sgretolando in tempo reale, con degli scenari e possibili piani da seguire che crollavano mentre cresceva la voglia di dar retta ai segnali del mio corpo e andare a salutare la tavoletta calda nel cesso di casa. Nel frattempo, la barista aveva preparato il mio Vodka Martini, ne mando giù un lungo sorso mentre distolgo lo sguardo dalla televisione e torno a guardare un Bojack assorto, con gli occhi vitrei e lucidi di chi forse ha qualcosa da raccontare, nessuna risposta per nessuna domanda precisa, ma una storia che aspetta di essere ascoltata o, nella peggiore, qualche luogo comune da alcolista depresso. Ma che scelta avevo, del resto?

«Come sta Diane?»

Mi viene da chiedere di punto in bianco. Rischiando di passare per ficcanaso inopportuno, la loro strana relazione era diventata di dominio pubblico a Hollywoo. Le mie parole non seguivano un disegno preciso ormai, forse volevo solo capire di cosa aveva bisogno quel cavallo, quella sera. Ruota la testa e stranamente non mi manda a quel paese, semplicemente fissa il liquido verde che aveva davanti e rimane in silenzio, poi, scuotendo lentamente la testa, inizia:

«Diane? Se la sta cavando abbastanza bene. Il nuovo taglio di capelli sembra essere stato anche un taglio con il suo passato. Mi ronza intorno parecchio ultimamente, non che la cosa mi dispiaccia, sia chiaro. Ma non capisco l’ossessione che hanno tutti nel preoccuparsi per me. Anche lei, sempre con questo “Tu dici che vuoi stare meglio e non sai come fare”.»
«Un saggio una volta mi disse “È difficile, ma ogni giorno diventa più facile. Però devi farlo ogni giorno, questa è la parte difficile, ma diventa più facile davvero.”»
«Ah, hai conosciuto anche tu il babbuino?»
«Quale babbuino?»
«Niente, lascia perdere. È che ultimamente tutti pensano che abbia bisogno di aiuto, anche Hollyhock, tra alcolisti anonimi e psicoterapia. Analisti ti rendi conto? Sono troppo intelligente per certe cose. Mentre, per gli alcolisti anonimi, non mi servono, ho già le mie tecniche. Guarda qui.»

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E, tirando fuori lo smartphone, mi mostra la foto di una bottiglia con delle tacchette, una per ogni giorno della settimana. Io, senza riuscire a trattenermi, dopo aver guardato la foto, faccio cadere gli occhi sul bicchiere di assenzio.

«Sì ok, ora sto facendo uno strappo alla regola, ma solo perché oggi ho avuto una giornataccia. E poi non vorrai mica unirti anche tu al coro dei vari “ti stai dando una regolata? Che ti succede? Pensi che te la caverai?”, ti prego, se hai questa intenzione accomodati pure fuori, il conto lo pago io.»
«No, per carità. Vorrei solo capire cosa posso far-»
«NIENTE! Non potete fare niente. Hai presente quella voce nella testa? Quella che ti sussurra che sei un inutile pezzo di merda? Quella voce non smetterà mai di sussurrare. Ma almeno io so di essere un pezzo di merda, al contrario degli altri pezzi di merda che nemmeno sanno di esserlo e questo mi rende già un pezzo di merda migliore, sbaglio?»
«N… No, ha senso.»
«Ecco. Il punto è che non c’è niente di sbagliato nella mia vita. Nessuno può aiutarmi. Continuo a dare la colpa alla carriera, allo stress, alla mia infanzia, a mia mamma! Ma l’unica cosa sbagliata sono io stesso. Sono Bojack Horseman e non posso guarire da questa cosa.»
«Ma c’è sempre il modo per stare me-»
«Senti, sto bene così e direi che l’intervista è finita. Pago io. Buona serata.»
«Ma se non l’abbiamo nemmeno iniziat-»
«BUONA SERATA HO DETTO.»

Una porta sbattuta, un secchio di acqua in testa, uno schiaffo in piena faccia. Mi sono ritrovato all’esterno del locale senza nemmeno aver realizzato di aver attraversato la porta. Erano stati i cinque minuti più strani della mia vita e ne ero uscito in qualche modo cambiato. Stare vicino a quel cavallo mi aveva messo addosso una strana sensazione, come se la sua aura di profonda tristezza mi avesse irrimediabilmente contagiato. Forse stavo solo esagerando o forse ero appena entrato silenziosamente nella cerchia di rapporti tossici di Bojack Horseman. Rapporti morbosamente affascinanti di cui si rischiava di diventare tossicodipendenti. La verità è che di Philbert non mi importava più, ero solo curioso di saperne di più sulla vita di Bojack Horseman. Da masochista volevo provare quell’angoscia così spiazzante, immedesimarmi in lui ancora una volta. Sapere cosa sarebbe successo dopo l’ennesima sbronza, dopo l’ennesimo colpo allo stomaco, dopo l’ennesima conferma che le parole più scomode possono arrivare da qualsiasi bocca, a volte, anche da quella di un cavallo.

In Media Rex

Edgar Pironti

Mi ostino a rovinare tutte le mie passioni trasformandole in impegni noiosi.

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