Borg McEnroe ovvero l’ennesimo biopic poco onesto

Una furba pellicola biografica sulla rockstar del tennis costruita a danno del cattivone americano. 

John McEnroe, dall’alto della sua grezza saggezza, un bel giorno tirò fuori con eleganti parole una grande verità ancora oggi non smentita: “Tutti i film sul tennis fanno schifo”. Sarà anche per questo nostro pensiero condiviso che, quando seppi dell’uscita di Borg McEnroe in questo freddo novembre, non feci certo i salti di gioia e dichiarai a me stesso che molto probabilmente i soldi del biglietto sarebbero finiti in una serata alticcia o semplicemente in due pacchetti di Lucky rosse, piuttosto che nuovamente nelle tasche dell’altra stramaledetta Lucky Red. Poi si sa, gli uomini sono volubili, tutto è in bilico con le Lucky Strike e una serata poco indaffarata può causare enormi danni. Fu così che, per la gioia di polmoni e fegato, mi ritrovai in una sala vuota (totalmente, davvero) ad assistere ad uno dei biopic più parziali che mi sia capitato di vedere con i miei stanchi occhi. Eh, la Madonna! Addirittura? You cannot be serious! Ebbene sì e vi spiego perché.

Il film (guarda caso, con produzione, sceneggiatura e regia scandinava) è incentrato esclusivamente sui conflitti interiori dell’immenso Björn Borg, il gigante di ghiaccio che ha rivoluzionato il tennis mondiale con dei record da far impallidire ancora oggi chiunque. E fino a qua, nulla di drammatico, per carità di Dio. Non è che la Svezia abbia tanti eroi, al di fuori degli Europe, il divin Ibrahimović, Greta Garbo, Victoria Silvstedt e quello che ha inventato i premi Nobel. Lasciamoli fare una pellicola sul loro howardiano tennista-rockstar che faceva bagnare le ragazzine quanto i quattro Beatles messi assieme e abboniamogli il primo doppio fallo del titolo dualistico lievemente disonesto, in onor dell’evidente amor patriottico.
Qualche guizzo tecnico di buona regia da parte del semi-emergente Janus Metz poi c’è (lasciamo stare i parallelismi -eccessivi, oserei dire- lanciati dalla stampa ignorante con Rush di Ron Howard), Shia LaBeouf è meno odioso del solito (ma poco somigliante, Dio mio), lo smash della Finale inglese per eccellenza (con la F maiuscola, ovviamente) è bello potente e montato con una tensione davvero ben gestita. Quindi, fino a qui, quasi nulla da dire.
Portati a casa i primi game, però ora dobbiamo fare i conti con la suddetta parzialità e delle fastidiose incongruenze storiche. Ed ecco che magicamente quella pellicola che si credeva Alexander Zverev già assume la fisionomia di un Quinzi qualsiasi.

Innanzitutto, per funzionare (e, tutto sommato, il film funziona abbastanza) e aumentare la suspense essenziale, l’intera catartica vicenda è costruita innanzitutto come se i due non si conoscessero affatto… quando invece si erano già scontrati diverse volte e McEnroe già allora era riuscito a ficcargliele ad Ice Borg (tre volte su sette, se non erro). In più, lo sceneggiatore ubriachello si mette ad inventare anche delle backstory giovanili campate in aria (e smentite dall’interessato americano) che, se dalla parte di Björn peccano di eccessiva romanzata stile Harmony, dalla parte di John rasentano proprio il ridicolo. Ed è questa, in realtà, l’unica vera cosa che mi è stata davvero sulle palle durante la visione: perché liquidare un atleta del calibro di McEnroe soltanto come un ragazzino irascibile che vive in funzione di Borg, come il peggior non conoscitore di tennis? Persino un caprone in materia sa che il picchiatore di Wiesbaden non si presentò a quello storico Wimbledon del 1980 da isterico sprovveduto, come invece pare dipinto da Metz. Tutt’altro. Il film invece sceglie di approfondire il tormentato “quid pluris” nascosto oltre la perfezione di Borg, per poi concentrare nel caso di McEnroe in modo furbo e fraudolento tutta l’attenzione esclusivamente sui (certamente famosi) turpiloqui e gli assalti verbali ai danni dei malcapitati arbitri. Fine. Come se l’americano -colui che usava la rabbia per caricarsi, definito da alcuni come il “Mozart del tennis”- fosse semplicemente quello e non anche un uomo conscio di essere un mostro di bravura nel periodo mostrato, oltre che un futuro numero 1 del mondo per quattro anni di seguito e una macchina nel doppio. Che diavolo, mostralo in negativo, questo poveraccio, se proprio devi. Ma, almeno, fallo basandoti su qualcosa.

Insomma, roba mainstream trita e ritrita, montata su di una ricostruzione decisamente errata (oltre che stereotipizzata a mille) del personaggio, giusto per forzare l’eterno fascino della contrapposizioni nette che ancora oggi tirano: le cronache del ghiaccio del fuoco per gli invasati HBO, il diavolo e l’acquasanta per i più bigotti, Beatles e Rolling Stones per i nostalgici, Pappalardo e Zequila per più terra terra, e così via dicendo. Non a caso McEnroe ha commentato il tutto in un modo schiettamente onesto: “Se volevano farmi apparire come un coglione, nella mia modesta opinione, avrebbero potuto farlo meglio”. Sic est.

Che dire, in qualsiasi sport conta soltanto una cosa: vincere. Non c’è niente di più triste del giocare per partecipare. E Bjorn Borg giocava per vincere. Il film sul suo squarcio di vita più tormentato (lasciamo stare i drugs days e la Bertè, che è meglio) e sulla finale più famosa della storia del tennis fa altrettanto. E, tutto sommato, vince anch’esso – nel senso che va oltre la sufficienza e non fa addormentare la platea. Lo fa però con scarsa onestà e un fair play degno di Lokoli e Klizan, nutrendo lo spettatore di di ridondanti sentimentalismi e di tesa fantastoria che, nel caso di un soggetto a completo digiuno di cultura sportiva (difficile, ma possibile), possono essere paradossalmente scambiati persino per ottima resa del vero. Quindi, guardatelo. Ma coi giusti anticorpi.

Post scriptum: Mi permetto, in conclusione, di mostrare quale sarebbe la scelta di un cast più credibile, in caso si volesse fare già un remake più onesto (“La versione di McEnroe”, tac) o un seguito per la rivincita degli Us Open o del successivo Wimbledon. Shia, stammi bene.

Dai cazzo, Panatta!

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
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