De Sica e Brignano: Ricchi di cafonate ma Poveri di comicità

“Poveri Ma Ricchi”, una zotica non-recensione di un ignorante non-cinepanettone

 

Due cose soltanto contano nella vita, diceva Tony Montana: la propria parola e le palle. Per questo sono andato in una multisala a sganciare ad una bionda manco sorridente l’equivalente di due pacchetti di Camel Light per vedere l’ultima prodezza del giovine De Sica. Perché ormai lo avevo promesso ad un amico ancor più malato di me e perché – si, ho il coraggio di ammetterlo – sono uno dei figli disagiati della commedia trash italiana. Ormai l’ho accettato da tanto tempo. Non fraintendete, amo prima di tutto il cinema che conta: sapete, Fellini, Pasolini, Grignani e compagnia bella. Mi intendo discretamente perfino di arte, specialmente dei quadri di Pirandello. Ma non per questo disdegno le maratone di film screanzati con i vecchi compagnoni, tra familiare di Peroni ghiacciata e rutto libero, dove regna sovrana l’ignoranza più burina. Insomma, in materia di pellicole cinematografiche potrei onestamente dire di essere, usando termini rigorosamente da cineasta, una sorta di fottuto pansessuale: chi prendo, prendo; chi c’è, c’è. Ben venga tutto: commedie di raffinato livello à la Monicelli, drammi ben costruiti à la Tornatore, capolavori ricercati à la Scola. Ma anche le tanghere tamarrate di Neri Parenti e dei Vanzina brothers. In altri termini, più delicati e da intenditori… so’ frocio per la settima arte, persino per i suoi tratti di decadenza ossia le cafonate demenziali italiote. È così, non posso farci nulla. Mi prendo la comodità di scrivere sboccato, tanto se avete aperto questo link sarete sicuramente dei cazzoni di prim’ordine quanto il sottoscritto, quindi ci intenderemo comunque alla perfezione. Ad ogni modo, si sa, non puoi stare a guardarti per l’eternità “Compagni di Scuola” o “Vacanze di Natale ’91” in VHS o in esigua qualità streaming, venerando la sconfinata figura di Sordi. C’è bisogno ogni tanto di una leggera novità in qualsiasi cosa, no? Per questo e solo per questo, mentre tutti si facevano la coda chilometrica per vedere quell’altra fesseria di “Rogue One”, manco fossero delle comparse per “Io e Annie”, io andavo a vedere quali imbarazzanti “battute” sono riusciti a tirar fuori questa volta l’ingrassatissimo padrino del bifolco fenomeno dei cinepanettoni e l’inusuale partner Brignano.

Inutile dire che neanche dieci secondi dopo aver poggiato le chiappe sulle poltrone unte dell’olio di palma dei popcorn ti senti più che mai un emerito coglione. Ad un quarto d’ora di visione della maestria in cabina di regia di Fausto Brizzi rimpiangi persino gli zotici giorni di “A Spasso Nel Tempo”. A circa trenta minuti dall’inizio delle vicende della famiglia Tucci – che da italiani medi diventano ricchi sfondati per il botto alla lotteria e non lo vogliono far sapere a tutti, perché tutti da italiani medi ne sono invidiosi e ne vogliono approfittare malevolmente – inizi a dubitare della tua rodata esperienza e del senso della vita, e riuscire a stare seduti fino all’agognato finale in cui cantano tutti insieme “Felicità” di Albano INTEGRALMENTE è davvero una piccola impresa.

Che dire, la pellicola ha il pregio di deludere tutti: sia gli accoliti del trashume più becero sia le persone che hanno lasciato la ragione a casa per passare la serata in cerca della classica commediola d’oltralpe (si, è un qualcosa che si avvicina ad un remake di origine francese, come “Benvenuti Al Sud”) con un leggero significato. E per carità, un significato ce l’ha: una sorta di “se stava mejo quanno se stava peggio”, che i soldi non sono tutto, che i figli di papà milanesi sono dei finocchietti. Ci siamo capiti. E le fantomatiche cafonate? Quelle ci sono. Christian ce le ha nel sangue, nei gesti, in tutto il suo intramontabile appeal. Ci sono anche nelle gag guidate dal sorriso dell’Enricone nazionale e nelle comparsate di Covatta e Tognazzi. Ma sono talmente adagiate e prevedibili che non fanno minimamente ridire. Fanno sorridere. E solo i sostenitori più accaniti, per di più. Purtroppo è così: abbiamo davanti l’ennesimo segnale di una degenerazione della crepuscolare parentesi del cinepanettonismo in sue copie più sbiadite, timide e pudiche: il “non-cinepanettonismo”, che non riesce più a dare neanche quello che assicurava modestamente il suo de cuius, ossia una sana e onesta risata ignorante. Sic est. Triste ma vero. Cerchiamo di farcela almeno noi, questa minuscola risatina, concludendo sugli umili risultati e chiedendocelo – anche se inutilmente, a questo punto:

Dunque ‘sto filmetto è ‘na merda? Dio mio, se lo è. Ma, in fondo, che ve devo dire? So’ ragazzi.

 

PS: per dare un senso a questo articolo, lasciate che da gentleman quale sono vi spari almeno lo spoiler finale (se di spoiler si può parlare in pellicole del genere), dicendovi che piuttosto che lasciar amministrare tutto il patrimonio ad un ragazzetto saccente e rompipalle, preferirei sputtanarmi davvero tutto fino all’ultimo dannatissimo centesimo come fanno gli inutili personaggi per 3/4 del tempo e della “trama”. Del resto, come diceva sempre il padre che non ho mai avuto: “Scialacqua, scialacqua…”.

 

PS 2: La miglior performance (non sessuale, per quello andate a vedere “Babbo Bastardo 2”) è senza alcun dubbio quella della nonna vamp Anna Mazzamauro, sempre in gran forma. Seguita a ruota da quella di Carrisi, che quando appare non dice una parola. Il che, in fondo, la dice davvero lunga su “Poveri Ma Ricchi.”


ABBIAMO PARLATO DI…

Poveri Ma Ricchi
Commedia, 96 min
Fausto Brizzi, 2016
Italia
Warner Bros Pictures

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza. Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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