Disincanto… puntata dopo puntata

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Ovvero, quando spari le tue cartucce migliori (e prevedibili) nei primi quattro episodi

Matt Groening, quello dei Simpson. Sì, ma anche quello di Futurama, ricordiamolo sempre. Perché, al netto della popolarità generale e generalizzata, per importanza culturale e capacità di mantenere uno standard elevato (ovvero farti sghignazzare come un sadico e farti piangere come una dodicenne) Futurama è un capolavoro incredibile, soprattutto se considerato nella sua interezza.

Arriva su Netflix Disincanto. Una principessa, Bean, il più delle volte ubriaca, un demone / gatto parlante Lucy che la porta sempre sulla cattiva strada (dopotutto, è un demone, che altro dovrebbe fare?), un elfo, Elfo, rintronato e talmente fuori luogo che accetta anche di essere oggetto di esperimenti per creare il siero dell’immortalità tanto desiderato da Re Zøg.

Matt Groening dicevamo. Ebbene, il tratto è quello, riconoscibilissimo eppure ancora una volta personale, nel senso di non troppo scontato. Il suo stile lo conosciamo tutti, eppure esteticamente se la cava bene nel creare un mondo medieval-fantastico (per la palette cromstica predominante e per alcuni elementi di contorno, inoltre, ai più vetusti ricorderà un po’ lo stile di Jacovitti), dopo essersi cimentato per anni nel contemporaneo e nel futuristico. Anche la comicità, l’umorismo è riconoscibile, soprattutto nei primi quattro, cinque episodi di questa prima stagione: stoccate alla società attuale, freddure grottesche che non possono non far sghignazzare il lato più becero di ciascuno di noi e una buona presentazione e caratterizzazione dei personaggi principali e dell’ambiente in cui agiscono. Tanto per capirci, il demone Lucy (che in inglese è un sagace gioco di parole in equilibrio tra “Fortunato” e “Lucifero”) è a tutti gli effetti il personaggio preferito del sottoscritto dalla prima all’ultima puntata.

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Riuscite a intravedere gli easter egg tratti da Futurama e dai Simpson?

Un mondo fantasy, medievaleggiante, con una principessa sempre sbronza e con principi tramutati in maiali, maghi che non capiscono la differenza tra un gatto e un demone, tra elfi stufi dell’allegria perenne e forzata del proprio mondo e un re ciccione robusto e alla scontata (?) ricerca dell’elisir dell’immortalità, il tutto condito da ironia becera e black gray humor, magari un po’ grottesco anche. Cosa può andare storto?

Nulla, se non un cambio di ritmo a metà stagione.

Che non è un male di per sé, ma per chi ha nutrito aspettative, alimentate per altro dall’incedere dei primi quattro, cinque episodi, il senso straniante, se non addirittura di delusione, ha scottato parecchio, almeno quanto un’ustione d’agosto quando il sole brucia come non mai ma è accompagnato da una piacevole brezza marina.

Disincanto è un disincanto episodio dopo episodio. Per molti. Per il sottoscritto, più che “disincanto”, è stato un acuirsi di una sensazione strana fino al decimo, ultimo episodio. È come se Matt Groening e compagnia disegnante abbiano voluto sparare le cartucce migliori e più attese dai fan nei primissimi episodi, salvo poi cambiare marcia da un certo punto in avanti. Personalmente, sono arrivato ai titoli di coda di questa prima stagione di Disincanto con la curiosità di capire e scoprire cosa accadrà nella seconda, invero è, tuttavia, che la sensazione che si sia voluto realizzare un fan service per rabbonire i più, almeno all’inizio. Altrimenti non si spiegherebbe il già accennato cambio di ritmo e umorismo.

Per fare un parallelismo alquanto azzardato, è come quando si approccia Evangelion per la prima volta: arrivi a un punto della storia dove pensi di aver capito tematiche, ritmi e (forse) dove si vuole andare a parare, salvo poi ritrovarti catapultato in un cambio di struttura narrativa così marcato da rimanere spiazzato.

Ora, sotto questo aspetto Disincanto non è sadico quanto l’opera di Hideaki Anno, ma a livello di percezione da parte dello spettatore, la sensazione, seppur meno traumatica, è la stessa. Complice qualche evidente filler (riempitivo) di troppo, lo stacco tra le due parti di stagione è fin troppo evidente, poco graduale, ed è inevitabilmente spiazzante trovarsi dallo sghignazzare più volte durante uno stesso episodio al concentrarsi e chiedersi del perché di determinate scelte dei personaggi. Non è un male assistere a una pretesa di profondità, ma non è di certo un bene passare da un fan service (fatto indiscutibilmente bene) a un cambio di rotta per certi versi drastico: passare da un party con vichinghi imbucati a scelte che mettono in risi Bean praticamente da un episodio all’altro è sfuggente, soprattutto in un arco di tempo limitato (10 puntate).

Disincanto è dunque da bocciare? No, assolutamente. È necessario, invero, approcciarlo in maniera più ponderata di quanto non ci si aspetti, con curiosità e non solo col voler assistere ad avventure sgangherate e senza senso. Fare il tifo per Lucy, invece, è d’obbligo.

Andrea Mariano

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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About Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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