Ghost In The Shell, il peggior adattamento di sempre?

ghost in the shell

Cronaca dell’ennesimo e più brutale stupro perpetrato dagli americani innamorati dei rifacimenti.

Se entrassi in sala interrompendo la proiezione di Ghost In the Shell e chiedessi di alzare la mano a chi ha pagato il biglietto soltanto per vedere in ultra-definizione le tette (pur robotizzate che siano) di Scarlett Johansson, molto probabilmente avrei il buon 85 % dei timidi arti superiori presenti in aria. E qualche comprensibile e bofonchiata bestemmia imbarazzata al seguito, chiaro. Il restante 15 % si dividerebbe tra invasati che continuano a segarsi a due mani ignari del dettaglio che l’oggetto della loro perversione sia in realtà uno spirito trapiantato in un cyborg di fattezze femminili, nerd asessuati, esperti di manga e malati di anime venuti ad ammirare lo sfacelo di un altro rifacimento a stelle e strisce di una loro reliquia tanto preziosa quanto indifesa.

Questo breve sondaggio post-apocalittico per dirvi cosa? Semplicemente una verità, nuda e cruda: Ghost In The Shell, nuovo (e spero ultimo) adattamento cinematografico dell’omonimo manga del 1989 di Masamune Shirow, è una ridicola pellicola che provoca irrimediabilmente imbarazzo e irresistibile orticaria non solo ad un purista del genere ma anche ad un soggetto estraneo allo storico franchise e con gli ormoni in bolla.

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Le cose belle: la durata, fortunatamente abbastanza contenuta; Scarlett Johansson; nient’altro. A dir la verità, per dirla à la anglais, avrei preferito un’attrice meno fancy e più gritty per l’interpretazione del Maggiore, che urtasse meno la barriera del whitewashing. Ma facciamo finta di non curarci di ciò, passando direttamente ai veri lati aberranti. Potrei dire che in questa tragica categoria rientri qualsiasi altro aspetto e chiuderla velocemente in maniera comunque credibile, buttando tutto nell’immondizia. Anche perché nella quasi totalità dei casi (salvo eccezionali deroghe che nulla hanno a che vedere col disastroso caso in esame) è proprio il sacchetto dell’umido il luogo più idoneo in cui deve finire un rifacimento che punta tutto come al solito sulla marea di effetti speciali. Passi il tocco CGI anni ’90, a tratti così posticcio che è legittimo aspettarsi di vedere alla prossima inquadratura Legolas sull’olifante. Passi la sventurata scelta attoriale e il doppiaggio terrificante (ho sperato fino alla fine sull’incarico di Stefania Patruno, la doppiatrice storica del film d’animazione e delle due serie tv dello stand alone). Passi anche la regia da poppante di Rupert Sanders (che ha all’attivo soltanto un altro film, “Biancaneve e il Cacciatore”… il che è tutto dire).

L’ atroce e più colossale difetto è che siamo al cospetto del più ossequioso e allo stesso tempo insulso ri-adattamento nella putrida storia dei rifacimenti statunitensi: la scelta stilistica infatti è di rimanere devoti all’orientamento cyberpunk del primo avveniristico anime di Mamoru Oshii almeno nelle sequenze, nella fotografia e nel ritmo, quasi a livello di un ipotetico shot-for-shot, quasi si avesse (giustamente) paura della reazione dei fedelissimi del franchise. Al contempo però si vuole fare gli splendidi e osare qualcosa almeno nella storia, finendo però per correre rampanti già nei primi minuti sui tristi binari della snaturalizzazione, per poi dribblare amabilmente per tutto il resto del tragitto i meandri più ostici e filosofici che hanno caratterizzato nel tempo l’opera originale.

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Vogliamo giudicare la sceneggiatura concreta, senza tenere conto dei precedenti? Bene, facciamolo. Il profilo e l’evoluzione psicologica del personaggio di Mira Killian (l’analogo “inevitabilmente” occidentalizzato di Motoko Kusanagi) è praticamente assente. Perché il Maggiore se ne esce ogni tanto dicendo certe frasi a caso riguardo alle sue emozioni? Sinceramente non si capisce. Non posso che dedurne che sia una totale banalizzazione delle riflessioni esistenziali dell’anime. Il film si sente poi in dovere di spacciarti per due terzi della sua esigua durata un antagonista che in realtà si scopre essere buono. Arrivato il momento di affrontare il vero cattivo (che si vedrà a malapena per un migliaio di secondi in totale), lo si fa fuori in quattro e quattr’otto come se fosse il più frivolo dei mentecatti. L’azienda per cui lavora il cattivo infine, che cazzo fa? Che compito ha? Si comprende solamente facendo 2+2, ma il lavoro degli sceneggiatori è davvero penoso in questo senso, lasciatemelo dire.

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Insomma zero personalità, zero spina dorsale. Un action movie futile ed insignificante, se non davvero il più patetico e sempliciotto dell’ultimo ventennio di spregevoli rifacimenti. In poche parole, una americanata della peggior specie, a tratti confusionaria, a tratti banale. Il più delle volte addirittura comica, persino per chi non ha mai letto o visto l’opera originale. Si è voluto prendere il colpo di genio e il lavoro creativo di un vero artista e lo si è infilato nelle vesti di un film che difetta del tutto del vero spirito che muoveva i due film animati. Lo Shell può essere esteticamente bello quanto vuoi ma, senza il Ghost, resta solo un guscio vuoto. Così siamo a livello di “Suicide Squad”, per intenderci. Forse anche peggio. Anzi, togliete il forse.

Battute a parte, qui la faccenda è seriamente preoccupante: non stiamo parlando dell’attentato a qualcosa di poco conto. Questo vuol dire svilire intenzionalmente un prodotto culturalmente importante che è stato in grado di anticipare la riflessione esistenzialista nella rivoluzione tecnologica e spogliarlo completamente della sua caratterizzante analisi sociologica. Insomma, peggio di così non poteva andare. Del resto, parlare di un’opera del genere senza la filosofia che lo permea ha poco senso e davvero tanto (troppo) di ridicolo. La speranza è che questo incredibile passo falso almeno faccia avvicinare la gente al vero “Ghost In The Shell”. Ma, data la qualità del filmetto in questione, non so neanche quante chances vi siano realmente.


ABBIAMO PARLATO DI…

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Ghost In The Shell
Fantascienza, 106 min
Rupert Sanders, 2017
Stati Uniti D’America
DreamWorks Pictures, Reliance Entertainment, Arad Productions

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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