Il Ragnarok di Thor e Hulk

La triste trasformazione del Dio del Tuono (e non solo) nella parodia di se stesso. 

Thor: Ragnarok è la diciassettesima pellicola del Marvel Cinematic Universe; il terzo film dedicato alla divinità norrena. Cronologicamente è successivo ad Avengers: Age of Ultron, in particolare per quanto riguarda le timeline di due tra gli Avengers più potenti e carismatici – almeno fino ad ora – Thor e Hulk.

Come già mostrato nel trailer, in questo capitolo il martello di Thor va in frantumi. Mjolnir, mistica arma dal potere immenso, protagonista di innumerevoli leggende e distruttrice di temibili avversari. Davanti a premesse del genere, lo spettatore è naturalmente predisposto alla visione di un film in cui l’eroe attraversa un percorso intenso e tormentato di crescita e maturazione. Soprattutto considerando il registro delle due precedenti pellicole dedicate al dio del tuono e il tono in cui eventi del genere vengono rappresentati nei fumetti.

Se per Thor si preannuncia un percorso difficile ma sicuramente interessante, per Hulk – che nel trailer compare come gladiatore al centro di un’arena su un pianeta lontano dalla Terra – la musica non dovrebbe essere tanto diversa, considerando che nella sua ultima apparizione stava lasciando il pianeta in preda alla disperazione di non poter vincere una battaglia interiore, afflitto dalla sua mancanza di controllo e dai danni provocati a persone innocenti nel nome di un bene superiore. Indimenticabile la scena del primo episodio di The Avengers, in cui Mark Ruffalo racchiude tutto il suo tormento in una battuta condita di sguardi sofferenti ma carica di responsabilità e determinazione.

Ebbene, in Thor: Ragnarok, non c’è niente di tutto questo. Quest’ultima pellicola su Thor sembra la parodia di se stessa e le degenerazioni di Thor e Hulk sono solo la punta dell’iceberg. Quella che segue è una lista in ordine sparso dei motivi che motivano questa nostra affermazione.

Lo zio del tuono e la sua destrezza

Oltre all’assenza totale di crescita e pathos nei percorsi di Thor e Hulk, nella pellicola è presente un continuo e inarrestabile tormento verso la figura di Thor, una demolizione continua del suo fascino e carisma da dio del tuono. Il fu padrone di Mjolnir viene infatti ribattezzato zio del tuono, in una traduzione geniale che in inglese è meno esilarante e addirittura più patetica: lord invece che god. Doppiatori geniali, che però non hanno dovuto faticare molto per tradurre il nome del wormhole: devil’s anus.

Hulk e la pallina, Banner e i sette dottorati

 Anche nel caso di Hulk, oltre a non esserci una crescita, c’è una demolizione continua. Il nervo verde di pura potenza di Avengers è un ricordo lontano che lascia il posto a un adolescente autistico che gioca con la sua pallina tutta la giornata. Lo spettatore dunque inizia a sperare in Banner, serio e pacato che possa riequilibrare la sorte del personaggio. E invece no. Banner al ritorno è un nevrotico impaurito che si vanta dei suoi sette dottorati per sottolineare la superiorità rispetto ad Hulk, come se ce ne fosse bisogno, e dall’alto della sua conoscenza, al momento di discutere del viaggio interstellare l’unica cosa di cui si preoccupa è il pilota automatico.

In generale tutti sono diventati dei cazzoni in cerca di gag

La cosa non si applica soltanto ai casi eclatanti, di Thor e di Hulk, discussi nei punti precedenti. Ogni personaggio che si incontra, che sia un breve (e totalmente inutile) cameo come il Doctor Strange o un nuovo membro dello squadrone come la Valchiria nera anonima, entra in scena principalmente per ridicolizzarsi. Fa particolarmente tristezza anche un personaggio come Loki, Dio dell’Inganno provvisto di una backstory parecchio strappalacrime, ridotto adesso a conscio, e inoffensivo, scemo del villaggio. E fa particolarmente strano vedere i supercattivi irrisi anche durante le loro vanagloriose minacce piene di sangue e morte.

Il rockettone indispensabile e l’inizio con il botto

Sembra che i Guardiani della Galassia, franchise su cui questo Thor sembra praticamente essere stato plasmato, abbia introdotto una nuova conditio sine qua non per i lungometraggi Marvel: l’apertura del film deve essere affidata a una battaglia non funzionale alla trama, in cui l’eroe si dimostra invincibile e sboronissimo, e in cui il ruolo di vero protagonista è regalato a un classicone del rock. Questa volta tocca a una perla rara della musica, per nulla abusata, una gradita new entry nel mondo del cinema: Immigrant Song. Ah-ah-aaaaaaah AH!

I film Marvel sembrano ormai sketch di una congrega di Youtuber

Il montaggio schizofrenico paga sul breve termine, offrendo oggettivamente una sensazione di incalzante urgenza allo spettatore. Alla lunga, superati i 4 minuti di un video dei The Jackal, rimane semplicemente schizofrenico, e ingestibile sulle quasi due ore di un film. Thor Ragnarok salta da una storyline all’altra senza alcuna ragione di continuità; si apre con una serie di pretestuose visite al pianeta Terra che nulla aggiungono e nulla tolgono alla trama; mette in mezzo Anthony Hopkins e lo fa morire in quella che dovrebbe essere una scena drammatica ma che -anche qualora ne avesse i connotati- dura troppi pochi secondi per potere essere incisiva. “Il mio tempo è giunto”, e Odino si dissolve. Fine. Tornate pure a fare a botte.

C’era davvero bisogno del Ragnarok?

Intendiamoci: il cuore del film è essenzialmente la commediola sul pianeta governato dallo stupidissimo Gran Maestro interpretato da Jeff Goldblum. Per il ruolo di Hela, la temutissima sorella maggiore di Thor e Loki, hanno tirato fuori anche Cate Blanchett e si sono prodigati in fior fior di numeri di magia (la capacità di generare lame d’ogni foggia e dimensione, principalmente) ma tutte le vicende che la riguardano, alla fine, rimangono sostanzialmente una spessa cornice. È come se nel Signore degli Anelli le vicende relative all’Anello, appunto, venissero aperte nel mezzo da tre ore di smazzate a briscola di Gandalf. 15 e 18 quanto fa, idiota di un Tuc?

Edgar Pironti

Mi ostino a rovinare tutte le mie passioni trasformandole in impegni noiosi.

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