La Bella e la Bestia: le live action fatte bene

Disney ha finalmente trovato il giusto modo per riproporre i suoi classici?

Chi tra di voi sia più avvezzo alle vicende e alla storiografia made in Disney potrebbe già essere a conoscenza della suddivisione in “ere” che i fan hanno eseguito per i suoi film. Nel caso non la conosciate, tale catalogazione individua l’esistenza di 7 diverse “età” nella cinematografia Disney, caratterizzata ognuna da elementi distintivi all’interno delle sue produzioni. Oggi non vi parlerò di tali “momenti”, poiché non è questo il fine di questa recensione, ma una introduzione è d’obbligo poiché, a mio parere, l’ultimo elaborato della casa californiana, La Bella e la Bestia, segna l’inizio di una nuova era per quanto riguarda la serie di live action così in voga negli ultimi tempi. La cinematografia per giovani adulti da parecchi anni sembra subire una sorta di ristagnazione: sempre più produttori preferiscono affidarsi a romanzi già di successo sui quali basare le proprie pellicole, mentre Marvel e DC ampliano di mese in mese il loro catalogo di supereroi sfogliandone avidamente ogni singolo albo a fumetti alla ricerca di una nuova story line da portare sul grande schermo.

Disney, a sua volta, ha accantonato la produzione di lungometraggi animati, di sempre più sporadica uscita, in luogo di “remake” dei propri classici, recitati ora da attori in carne ed ossa forse per giustificare la spesa di milioni di dollari per la produzione di tali film, forse per speculare sulla nostalgia dei loro fan ormai avviatisi all’età adulta. Ed è stato questo il problema di tali produzioni, almeno fino all’uscita de La Bella e la Bestia: film nati per un pubblico giovane, praticamente di bambini, venivano resi più crudi e violenti nelle atmosfere, nei dialoghi e nelle story line, e finivano, per forza di cose, a somigliare soltanto nella trama ad essi. L’ultima opera inverte questo trend, portando sul tavolo (o meglio, in sala), esattamente ciò che la gioventù disneyana anni ’90 si aspetta: la storia originale così come l’abbiamo conosciuta nel 1991, con giusto una piccola lista di cambiamenti, a mio parere, bene accetti.

Il film segue fedelmente le vicende della sua controparte animata: la giovane Belle (interpretata dalla regina dell’internet, la brillante Grinfondoro Emma Watson), vive in un piccolo paese della Francia, dove le mentalità dei suoi ospitali abitanti sono tanto chiuse quanto aperte le porte delle loro case, e la vediamo sin dai primi istanti cantare tra le strade del paese inneggiando alla sua volontà di “vivere una vita piena di avventure”. Le canzoni, dal loro canto, sono incredibilmente simili alle originali, con piccoli cambiamenti nei testi presumibilmente ai fini di un più fedele lip-sync e l’aggiunta di due nuovi titoli dei quali, francamente, avremmo potuto fare a meno. Una nota particolare va fatta per l’antagonista del film, Gaston (Luke Evans), che in questa opera risulta più convincente, paradossale e spaventoso che mai: ferreo nella sua decisione di sposare Belle, non si fermerà davanti a nulla in modo da raggiungere il suo obiettivo, incorrendo ai mezzi più vili pur non uscendo dal suo personaggio fanfarone ed egocentrico.

Simpatica la caratterizzazione del personaggio di Le Tont (Jesse Corti), che da semplice spalla comica per Gaston diviene adesso il primo personaggio palesemente gay in una opera Disney, ricevendo al contempo una personalità più sfaccettata che ci aiuta a comprendere la sua fedeltà verso il cattivone attraverso una forte attrazione nei suoi confronti. Il resto del cast è un marasma di computer grafica: dalla Bestia (Robby Benson) a Lumière (tristemente privato, nel doppiaggio italiano, del forte accento francese che caratterizza il personaggio originale), da Tockins a Chicco, non possiamo vedere nessuno di loro in carne e ossa (e parrucche e cipria) se non nella breve introduzione e alla fine del film, e se da un lato tale prodigio di CGI fa sembrare tutta la oggettistica e il suo proprietario incredibilmente realistica e, nel caso del secondo, spaventosa, dall’altro li priva della simpatia cartoonesca che li caratterizza nella versione animata. Un plauso va fatto agli sceneggiatori del film per aver riempito i buchi nella trama lasciati dalla interpretazione animata della storia originale de La Bella e la Bestia, i quali sono riusciti a dare, tra l’altro, una solida motivazione sul perché l’intero entourage del castello intenda ritornare alla loro forma umana anziché rimanere in quello stato, virtualmente immortali e circondati dai propri amici, e al protagonista, ancora una volta riferito come “la Bestia” o “il Principe”, un background che esplica meglio le cause che lo hanno portato ad essere maledetto dalla maga ad inizio film. Questo lifting del carattere fa sì che lo spettatore comprenda le motivazioni che portano Belle ad invaghirsi di lui, sfatando del tutto le teorie che girano da decenni nei blog di tutto il mondo e che vogliono la ragazza soffrire di una acuta Sindrome di Stoccolma.

L’ambito videoludico ci ha abituato da anni al concetto di “remake”. È parecchio difficile farne uno di successo, in quanto non basta prendere personaggi noti e buttarli in un ambiente a loro familiare reso graficamente più affabile perché esso sia apprezzato: richiede una sapiente mistura tra novità e tradizione, cambiare ciò che ai fan era indifferente o poco apprezzato e mantenere ciò che per loro risulta essere fondamentale, e, nonostante personalmente preferirei che Disney si ponesse come obiettivo principale la creazione di nuove storie, se proprio hanno intenzione di rivisitare ogni singolo classico di loro proprietà, apprezzo perlomeno il fatto che sembrano aver trovato la giusta ricetta per farlo.


ABBIAMO PARLATO DI…

La Bella e la Bestia
Fantastico, Musicale, 129 min
Bill Condon, 2017
Stati Uniti D’America
Walt Disney Studios

Francesco Romano

Francesco Romano

Da piccolo fui posto davanti un bivio: videocamera o computer. Scelsi il secondo. Da allora mi chiedo come sarebbe adesso la mia vita se avessi scelto la videocamera. Profondamente radicato nel mondo dell'high-tech, del modding e dell'intrattenimento videoludico, estendo comunque i miei rami all'ambiente "vintage", dalla musica anni '30 alle console obsolete.
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Da piccolo fui posto davanti un bivio: videocamera o computer. Scelsi il secondo. Da allora mi chiedo come sarebbe adesso la mia vita se avessi scelto la videocamera. Profondamente radicato nel mondo dell’high-tech, del modding e dell’intrattenimento videoludico, estendo comunque i miei rami all’ambiente “vintage”, dalla musica anni ’30 alle console obsolete.

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