La Forma Dell’Acqua e la forma delle uova

Un commento alimentare al nuovo perfetto film superficiale di Guillermo del Toro.

A forma d’uovo. Come un guscio d’uovo. Come mezzo uovo. Queste e molte altre espressioni sono spesso utilizzate per rimandare all’aurea forma dell’uovo, quella quintessenza fatta ellissi, che in molti hanno identificato come il contenitore più perfetto che si possa trovare in questo mondo incompiuto: una sagoma non casuale, perché progettata dalla natura per assicurare la sopravvivenza delle specie. Potremmo dire un microcosmo a sé stante, compiuto ed ultimato.
Ebbene, La Forma Dell’Acqua di Guillermo Del Toro potrebbe essere definito in milioni di modi, ma quello più azzeccato a mio modestissimo modo di vedere -complice il suo essere elemento importante nel racconto e nella mia cena pre-visione- è soltanto uno: un uovo. Sì, La Forma dell’Acqua è un uovo, ossia un contenitore perfetto, tecnicamente ineccepibile, visivamente più che soddisfacente, ma che una volta aperto… finisce subito. E, con esso, tutta la sostanza e la poesia. E te ne torni a casa a pancia semi-vuota, con nessun reale sapore in bocca.

Ok, diamo tempo a tutti di chiudere l’articolo. Benissimo, per chi è rimasto, provo a spiegare in maniera sostenuta il mio punto di vista, ben sapendo di camminare su queste benedette di uova.

La forma dell'acqua

Il film -probabilmente il più francese che il regista messicano abbia mai prodotto, in cui confluiscono per la prima volta tutti i generi da lui amati, dall’horror, alla fantascienza, al fantastico, al noir, al musical- è una favola, in tutto e per tutto: ha una profonda voce narrante che apre e chiude il racconto; presenta personaggi squisitamente bidimensionali che sono o buoni o cattivi ed ha una sorta di lieto fine. Del Toro mette così da parte il fanciullo e lascia parlare l’uomo cosciente della triste realtà che lo circonda utilizzando però sempre lo strumento della fiaba per narrare dell’amore che sboccia tra due individui -Elisa Esposito (Sally Hawkins) ed il mostro della laguna/dio/anfibio/uomo pesce/amante delle uova- che apprezzano e valorizzano le reciproche imperfezioni: una storia d’amore purissima nella sua peculiarità, senza quell’ipocrisia e artificiosità rintracciabile in un film Disney. Ma oltre ciò, oltre al suo impianto fiabesco che attrae sempre molto e alla visionaria unione che tanto ricorda l’accoppiamento con lo squalo femmina nei canti di Maldoror… l’impressione è che vi sia davvero molto poco.

Andiamo con ordine. I pregi, innanzitutto. Ce ne sono eccome. Si diceva, la confezione è meravigliosa -perfetta, vorrei ripetere-, impossibile negarlo. C’è solo da stimare la scelta di una fotografia così decisa, che dialoga con scenografie e costumi per ricreare in maniera poetica un mondo interamente basato su qualunque tonalità di verde possibile. Il colore delle piante viene esplicitamente citato come il “colore del futuro” ed il suo utilizzo diviene fondamentale per narrare lo sviluppo stesso della trama e dell’amore alla base della favola. Commovente notare come, con l’aumentare della passione tra i due protagonisti, nel vestiario verdognolo della donna comincino ad apparire dei particolari rossi (per molti artisti il vero complementare del verde, guarda caso), come le scarpe, il foulard tra i capelli e molti altri dettagli. Come è anche rossa la gelatina che inizialmente disegna il suo vicino di casa omosessuale Giles (Richard Jenkins), salvo poi piegarsi alla volontà dei clienti e trasformarla in verde, come simbolo di una modernità sempre più materialista, dove l’abilità di un illustratore eccezionale non viene più apprezzata.

la forma dell'acqua

Del Toro poi gira la pellicola come se fosse un musical classico, con la macchina da presa sempre in movimento con i personaggi, realizzando un magniloquente inno al cinema e riuscendo in maniera più che efficace a donar la sensazione che tutto stia fluttuando. Perché, oltre a questo fantomatico uovo (meglio ricordarlo), è l’acqua ovviamente l’elemento fondamentale nel film: è il fattore vitale del “mostro” (ma perché ha bisogno del sale, se arriva da acque dolci? Vabbè le uova almeno sono buone con il sale, diceva Dante); è anche dove Elisa si trova a suo agio: la vediamo masturbarsi ogni mattina nella vasca, ha sul collo delle cicatrici che assomigliano tantissimo a delle branchie ed è spesso ripresa nel riflesso del composto chimico essenziale di madre natura.
Insomma, trovate scenografiche, impatto visivo, regia esemplare. Il contenitore è più che ben assemblato, pollice più che in su per tutto.

Ora, di tutta questa splendida confezione infiocchettata, nel film non esce praticamente nulla.

Non è per cercare il pelo nell’uovo, né voglio rompere le uova nel paniere a nessuno… ma ci sono la ragazza muta, l’essere anfibio, l’omosessuale, la donna di colore. Tutti gli emarginati, in poche parole. E c’è anche l’ambientazione da piena guerra fredda e da caccia ai comunisti. Benone. Eppure, poteva essere ambientato venti anni prima e sarebbe stata esattamente la stessa cosa. Eppure, poteva esserci un’amica al posto del vicino di casa e cambiava poco. Eppure, poteva esserci una donna bianca al posto della collega e non avremmo notato davvero alcuna differenza. Tutto il discorso lievemente accennato sulla corsa alla conquista dello spazio da parte delle due superpotenze mondiali resta lì, immobile, inutile, superfluo. Non si capisce per nulla il perché di tali scelte caratterizzanti, indubbiamente forti, se poi non vengono gestite in qualche modo.

la forma dell'acquaIl risultato è che il film finisce nel momento in cui finiscono i titoli di coda, senza regalare una riflessione, una discussione, un pensiero che ti rimane fisso in testa, un dubbio. Sì, solo un’illusione di parvenza di amore. Ma è solo un riflesso di sentimento. Non ci sono punti di vista diversi, non c’è un dilemma o una posizione da prendere: è così, punto. Sì è vero, c’è il discorso sul razzismo e la paura del diverso, quello del riscatto degli emarginati e, volendo, del maltrattamento del divino, ma è tutto davvero semplice e semplicistico. Troppo. La favola racconta se stessa e basta, e devi accettarla così com’è, nonostante qualche forzatura e pecca di eccessiva linearità.

Un plauso particolare, andando verso la conclusione, volevo ancora indirizzarlo al sottotesto legato alla protagonista. Lei è affetta da mutismo ed abita sopra ad una sala cinematografica: il cinema è partito quando era muto, ed era in bianco e nero come il sogno della quando quando per la prima ed unica volta la si può sentir “parlare”. Un accenno elegante. E ho sinceramente apprezzato, inoltre, il trattamento riservato al villain (un Michael Shannon sempre da applausi, agli stessi livelli di Animali Notturni), che da uomo integerrimo comincia letteralmente a perdere i pezzi e a venire danneggiato nel fisico -con le dita che si staccano e non tornano vive-, nel patrimonio -con l’auto nuova simbolo di potere che viene praticamente distrutta- e nell’animo – con la minaccia del generale. Sono tutti piccoli tocchi di splendore che soltanto un personaggio che si ciba di cinema può portare in campo; purtroppo, “solo” fiocchi amorevoli che confezionano un qualcosa di troppo esile, troppo fine a sé stesso.

la forma dell'acqua

Dunque, restando nella cosmogonia deltoriana, trovo che -al contrario dell’opinione comune che noto formarsi- Il Labirinto del Fauno sia un lavoro vertiginosamente più riuscito de La Forma dell’Acqua. Molto più completo e maturo, perlomeno. In quella favola -perché sempre di favola parliamo- l’ambientazione era un tassello fondamentale e non un mero orpello: il franchismo subito dal paese e dalla bambina permeavano tutta la storia, la condizionavano. Sinceramente, mi aspettavo di vedere un qualcosa del genere, ma ad un livello ancor più alto. Purtroppo, non ho visto né il “capolavoro” di Del Toro né il film della sua maturità, quanto appunto un profiterole sfarzoso e meraviglioso a vedersi, ma insapore e senza crema dentro per lasciare un vero gusto persistente in bocca. Anzi, la sensazione che mi ha lasciato è proprio quella che ne avrei voluto di più, perché ciò che mi è stato fatto gustare era molto buono, ma finiva immediatamente.

Forse sto sbagliando tutto, ovviamente ve lo concedo. Forse il vero Mostro non è quello del film, ma sono io. Io insensibile, io poco emotivo, io troppo cerebrale. In effetti, non piango davanti ad un film dai tempi di A.I. Intelligenza Artificiale. Forse sono io, che sto diventando troppo cinico per questo genere di film. Mi permetto comunque di dissentire. E, fidatevi, non è nemmeno una questione di grandi aspettative deluse.
Forse, è solo questione di uova. Mi piacciono moltissimo, le uova, anche mangiate da sole ed anche se finiscono subito. Ma se ci aggiungi anche della maionese, della senape, del sale come garba tanto a Dante, del bacon e delle patate, il sapore è più completo e resta più tempo in bocca… e mi piacciono molto di più.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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