La Legge Della Notte e la legge della proporzionalità inversa

Con la sua quarta pellicola, Ben Affleck dimostra il suo puro talento da regista… ma nulla di più.

Sono certo che un giorno molti misteri dell’universo verranno risolti. Un giovane scienziato occhialuto apparirà davanti alle telecamere in diretta mondiale e con la tipica faccia da schiaffi dei saccenti illustrerà all’intera umanità l’esatta definizione di “influencer” o l’utilità di una laurea in lettere. Ma di sicuro nessuno, neanche fra duemila anni, potrà mai spiegare quali oscure dinamiche vi siano dietro il rapporto inversamente proporzionale che intercorre tra i due mestieri, di attore e regista, che Ben Affleck ha deciso di intraprendere in questa valle di lacrime che chiamiamo vita materiale. Sempre che qualcuno fra due millenni si ricordi di noi, del cinema o del verbo Benefico, chiaro.

Insomma, come diavolo è possibile che ad ogni suo poderoso passo in avanti nel campo della regia ne corrispondano dieci indietro come interprete? E, badate bene, questa non è motivo per ridere e scherzare: il fenomeno in oggetto sta diventando paurosamente preoccupante perché sappiamo tutti bene che come attore neanche nel periodo d’oro era di certo un Daniel Day-Lewis. Qui rischiamo seriamente di avere un Raz Degan con ampio potere ad Hollywood. E soffro molto a fare questo discorso (solo in parte, ahimè) semi-ironico in quanto Affleck, come regista invece, al solo quarto appuntamento ha raggiunto nuovi ed incredibili livelli sopraffini dietro la macchina da presa, con una mano attenta e raffinata degna di pochissimi. La Legge della Notte (film da lui scritto, diretto, prodotto e interpretato) lo dimostra più che ampiamente, divincolandosi con naturalezza romantica e delicatezza narrativa oltre la media di una categoria criticamente satura quale è il cinema gangster.

live by night

Purtroppo, oltre alla suddetta e potente regia accompagnata da una squisitamente malinconica e cupa scenografia, il nuovo one-man-show di casa Affleck non dimostra nient’altro. La sceneggiatura figlia dell’opera di Dennis Lehane, che aveva funzionato a meraviglia nell’esordio “Gone Baby Gone”, traballa nella vastità di argomenti importanti (religiosi, politici, razziali) che decide di portare in gioco e nei vari tessuti connettivi mancanti che colleziona nelle sue dissertazioni. Stesso discorso per le discrete interpretazioni, in cui eccelle (chiaramente in negativo) il padrone della baracca: se la nuova espressione trasparente che ama tanto sfoderare a ripetizione era perfetta per “Gone Girl” e “The Accountant”, in una trama di fuorilegge dal cuore impavido nei duri tempi dell’America anni ‘20 serviva qualcosa di più ruvido e corposo nelle vesti principali. E, di nuovo, mi duole dirlo ma un apatico che passa le sue giornate ad ammirare il soffitto ascoltando la discografia in mp3 di Max Pezzali avrebbe saputo offrire mimiche facciali più consone.

Nel totale, “La Legge Della Notte” si conferma una pellicola a modesto contenuto alcolico, tranquillamente digeribile anche a stomaco vuoto. La sua resa visiva vola alto, talmente tanto da non doversi scomodare a baciare l’anello ai vari padrini e bravi ragazzi padroni del genere; sciaguratamente, bella senz’anima come è e con l’albatros di tutto il resto sul groppone, finisce per planare sullo scoglio delle pellicole senza l’istinto omicida: buone ma dal mordente smorzato. E, che ve lo dico a fare, è davvero un vero peccato.
Voi direte, è già tanto. Io vi rispondo, date le qualità di un cineasta del genere, avrebbe dovuto essere molto di più.


ABBIAMO PARLATO DI…

La Legge della notte locandina

La Legge Della Notte (Live By Night)
Noir, 128 min
Ben Affleck, 2017
Warner Bros.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *