Made in Italy promette tanto e mantiene poco

 “Cosa ci faccio qui?”
“La mia parte.”

Si spengono le luci in sala e partono i titoli di testa, accompagnati dalla canzone “Mi chiamano tutti Riko” e da Stefano Accorsi che vestito a mo’ di Torero si lancia in un ballo particolare. Già da questa intro si inizia a percepire cosa riserverà il film allo spettatore: uno spettacolo variopinto e a luci alternate. “Made In Italy”, nelle sale dal 25 gennaio, è il terzo lavoro cinematografico di Luciano Ligabue, arrivato a distanza di vent’anni dopo “Radiofreccia” e a sedici da “Da zero a dieci”, e riprende in gran parte i contenuti dell’album omonimo uscito nel 2016.

Il film, a detta dello stesso Ligabue, parla d’amore. Per la precisione, della storia d’amore tra Riko e Sara, ma non solo. L’intento del cantante emiliano è quello di “cercare di dare vita a una categoria che ha pochissima voce in Italia, cioè le brave persone. Non sono quasi mai raccontate in questo paese, spesso vengono viste come sfigatelli che devono fare il lavoro ordinario, perché vincono sempre più i furbetti”. Ammirevole, se non si considerasse il fatto che giornali e televisione in questi ultimi anni si occupano prevalentemente di raccontare proprio la crisi in Italia e le vicende di quelle “brave persone” che perdono il lavoro e spesso, purtroppo, anche la vita; e se dimenticassimo film come “Roma città aperta”, “Amarcord”, “Mery per sempre” o “Le fate ignoranti” (per citarne alcuni).

C’è da dire, nonostante questo, che Made in Italy non porta con se la presunzione di insegnare qualcosa o voler fare la morale sugli argomenti trattati. I monologhi snervanti di Stefano Accorsi, gli amici che si parlano solo prendendosi in giro tramite battute (non sempre divertenti), la loro chiusura in un’eterna immaturità, sono sicuramente frutto di errori, ma errori voluti di chi non è regista di professione e tenta a suo modo di rappresentare la sua personale visione dell’Italia attuale.  Conosciamo quindi Riko, che lavora in salumificio da trent’anni, e sua moglie Sara, parrucchiera impiegata in un salone di bellezza. Entrambi ripetono da anni gli stessi gesti e si sentono come chiusi in trappola da una realtà che li condanna a vivere una vita fatta di sogni infranti, di bollette da pagare e figli da crescere. Una realtà comune a molti, fatta di amici con cui giocare a carte un giorno a settimana e di tradimenti extraconiugali, che complicano ulteriormente un equilibrio di coppia già precario da tempo. In particolare, il tradimento della moglie sembra un’azione gravissima agli occhi del marito, più grave dei tradimenti che lui stesso consuma da molto più tempo. Si aggiungerà poi la perdita del lavoro, che anche nell’azienda di Riko diventa giorno dopo giorno una triste realtà, fino ad arrivare a toccare personalmente anche lui, ponendo fine alla sua carriera trentennale all’interno del salumificio. La conseguente depressione in seguito a tale evento, che lo porterà dapprima ad impegnarsi nella ricerca di un nuovo lavoro fino al tracollo e al tentativo di suicidio, fortunatamente non andato a buon fine.

Un film con buoni presupposti, se non addirittura ottimi, sviluppati veramente male. Dalle singole scene che vengono sì descritte, ma mai affrontate a fondo, agli argomenti cardine solamente sfiorati senza essere approfonditi. Così è anche per alcune delle scene più importanti, in primis quella in cui avviene il confronto/scontro tra moglie e marito, che dovrebbe racchiudere l’analisi della loro vita insieme. Neanche qui il regista ci viene incontro, limitandosi a pochi scambi di frasi senza poi continuare a dar voce ai personaggi come tutti si sarebbero aspettati e come sarebbe stato logico avvenisse. L’impressione è che nel ritmo completamente “fuoritempo” (per citare il Liga stesso) del film, le cose accadano fugacemente e in modo superficiale, alcune scene brevi si risolvono fin troppo velocemente, altre sono invece troppo lunghe, senza una vera ragione. Ligabue si dimostra incapace di spezzare la sequenza già portata in scena nei due film precedenti, continuando a seguire lo schema del protagonista della vita infelice, seguita dal lutto per la perdita di un caro amico, terminando con un messaggio di ottimismo e di speranza.

L’atmosfera della provincia, così realistica e palpabile in “Radiofreccia”, si rivela stavolta artificiosa, non riuscendo più a coglierne lo spirito né i sentimenti. Ciascuno dei personaggi, in un copione già visto in “Da zero a dieci”, si pone delle domande, passando dalla valutazione della propria vita del fim precedente al senso della propria vita in quello attuale: “Cosa ci faccio qui? Come sono arrivato qui?”. Le risposte sono ovviamente in pieno stile Liga, ricorrenti e spesso scontate (esempio: “La mia parte”). Ogni cartellone con le domande, tenuto in mano dai personaggi principali, dovrebbe rappresentare un momento importante raccontato in modo spontaneo ma la riuscita è tutt’altro che semplice. Le menate moralistiche sembrano sempre costruite e artefatte, ricordandoci quanto siano lontani i tempi di Bruno Iori, Ivan Benassi e Radio Raptus.

Anche gli intervalli musicali risultano poco azzeccati e, haimè, ridondanti, andando spesso a fare da riempitivo in scene che non hanno invece bisogno di spiegazioni. Non si possono quindi non percepire come forzati, in un film sempre meno armonico e dai tempi completamente sbagliati. Le canzoni sono ovviamente di Ligabue e del suo album, ma fortunatamente c’è spazio per piccole ventate d’aria fresca date dai Simple Minds e i Waterboys.

In definitiva, il film promette tanto e mantiene poco, vedendo infrangersi troppo presto le buone premesse con cui è stato presentato. Tematiche di grande importanza vengono toccate senza essere approfondite, facendole scorrere con estrema leggerezza e forse troppa superficialità. Quasi come un copione già visto, che non aggiunge nulla di nuovo al tema della crisi in Italia, in cui la sceneggiatura dal ritmo discontinuo non riesce a svilupparsi adeguatamente nonostante un buon cast.

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