Manchester by the Sea: storie di solitudini e drammi familiari

Il film di Kenneth Lonergan mette in scena un dolore sobrio e poco immediato.

 

Manchester by the Sea, Massachusetts. 5000 anime. Il mare d’inverno. Acque plumbee e increspate che si affacciano sulla piccola località americana, restando in attesa delle sue tristi confessioni. La neve che cade, congelando ogni emozione, custodendo con gelosia le solitudini dei suoi abitanti, siano essi giovani, adulti o anziani.

Il risultato dello sforzo di Kenneth Lonergan – nel difficile doppio ruolo di sceneggiatore e regista, dopo i poco noti “You Can Count on Me” e “Margaret” – si traduce in uno dei lungometraggi più attesi dell’anno, candidato a ben sei Premi Oscar. “Manchester by the Sea” è una pellicola che, rispetto al suo principale avversario “La La Land“, va controtendenza e ragiona per sottrazione. Ad una lettura superficiale potrebbe quasi apparire monotono e privo di slanci ma, ad un occhio più attento, lascia intravedere – ai margini del suo stile sobrio e della sua scenografia minimale e desolante – le possibilità di riscatto celate oltre le crepe di un io interiore devastato.


Questo io interiore potrebbe appartenere all’intera comunità di Manchester by the Sea, a cui la vita non ha concesso troppi sconti, regalandole bottiglie di whiskey in cui affogare dispiaceri, frustrazioni e poco altro. Oppure a Patrick Chandler (un promettente Lucas Hedges), abbandonato anni addietro da una madre alcolizzata e provato dalla recente morte del padre. Un adolescente costretto a raccogliere i frammenti di una vita segnata dal dolore e dalla perdita di riferimenti ma non per questo priva di prospettive. Potrebbe essere, soprattutto, l’io interiore dello zio – e riluttante tutore – di Patrick, l’introverso e scontroso Lee Chandler (meravigliosamente interpretato da Casey Affleck), che in quel di Manchester by the Sea deve fare i conti con i fantasmi del passato e l’ombra dell’ex moglie Randi (l’incantevole Michelle Williams).


E’ centrale l’esperienza drammatica di Lee, scandita da una colonna sonora colta e da un montaggio raffinato, che non rispecchia tanto la sequenza cronologica degli eventi, quanto il climax emotivo del personaggio. “Manchester by the Sea” procede a piccoli passi, conducendo lo spettatore ad un pacato finale-non finale: l’attesa per un futuro tutto da scrivere non è ancora finita ma il sole ha finalmente sciolto la neve e una nuova primavera si affaccia all’orizzonte. Casey Affleck, che con la sua rassegnazione e coi suoi sguardi vacui ci guida fino all’ultimo, intenso e poetico fotogramma, dovrebbe vincere a mani basse il premio come “Miglior attore protagonista“. Per quanto riguarda le restanti nomination dico solamente questo: il margine di miglioramento, per Lonergan, è ancora ampio. Eppure “Manchester by the Sea” contiene così tanta bellezza che, per dirla alla “American Beauty”, non riusciamo nemmeno ad accettarla.

“Manchester by the Sea”, del resto, ci chiede lo sforzo di intraprendere insieme al personaggio-chiave del film un lento e doloroso viatico di espiazione, con la promessa di una catarsi solamente accennata. Se il terreno è congelato, non si può seppellire un cadavere – se un cuore è congelato, bisognerà attendere pazientemente il suo disgelo. Per tornare a vivere, o quantomeno provarci.


ABBIAMO PARLATO DI…

Manchester by the Sea
Drammatico, 135 min.
Kenneth Lonergan, 2016
Amazon Studios, K Period Media, Universal Pictures

Marco Belafatti

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

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