Miss Peregrine, ragazzi speciali e registi invecchiati male

Tim Burton ci riprova con “Miss Peregrine – La Casa dei Ragazzi Speciali”, gotico preconfezionato ad uso e consumo del grande pubblico.

 

Sono stufo di considerare Tim Burton unicamente in virtù dei suoi capolavori indiscussi (“Nightmare Before Christmas”, “Edward Mani di Forbice”, “Sleepy Hollow” – solo per citarne alcuni) e di alcune chicche per intenditori sparse nella sua vasta filmografia (“Vincent”, “Ed Wood”). Ultimamente, a fare il suo nome, mi tornano alla mente ben altre cose. Cose che preferirei nascondere nei più remoti cassetti della memoria. L’età avanza per tutti e credo sia arrivato il momento di valutare Tim Burton per quello che è oggigiorno: un genio decaduto, un regista tristemente scivolato nella mediocrità, schiacciato dal peso di aspettative troppo alte o, forse, dalla necessità di battere cassa ogni due-tre anni mandando la cara vecchia ispirazione a farsi benedire.

Diamo uno sguardo alla carriera più recente di Tim: l’ultimo soggetto brillante partorito dalla sua (un tempo) fervida immaginazione è “La Sposa Cadavere”, del 2004. Da allora ci siamo dovuti sciroppare il remake di un musical (“Sweeney Todd”), il remake di un classico Disney (“Alice in Wonderland”), il remake di una soap opera anni 60 (“Dark Shadows”)… Addirittura il remake di un suo vecchio cortometraggio (“Frankenweenie”). Un unico spiraglio di originalità mi è parso di intravederlo in “Big Eyes”, che a conti fatti non è un vero e proprio soggetto originale, ma un biopic romanzato in cui i tratti distintivi del cinema burtoniano sono solamente accennati. Il che non rappresenta necessariamente un male, dato che si è dovuti arrivare a questo pur di riguadagnare un minimo di credibilità dopo una serie di capitomboli di portata epica (mi duole scriverlo ma, esclusi “Sweeney Todd” e l’apprezzato esperimento di “Big Eyes”, i film citati sono tra i punti più imbarazzanti toccati dal cinema contemporaneo).


Dev’esserci quindi una sorta di masochismo intrinseco che mi spinge a ripresentarmi in sala ad ogni nuova uscita firmata da Tim Burton, considerato quanto scritto qui sopra. Considerato, soprattutto, che a questo giro le premesse per l’ennesimo flop sembrano esserci tutte. Ok, “Miss Peregrine – La Casa dei Ragazzi Speciali” non sarà un remake, ma è pur sempre la trasposizione cinematografica di un romanzo per young adults – non ci andiamo molto lontano. E, se vogliamo ben guardare, l’opera di Ransom Riggs era già burtoniana di suo, ancor più degli ultimi film del regista stesso. Quindi “Miss Peregrine” non è altro che Tim Burton che cita Ransom Riggs che cita Tim Burton. Intertestualità allo stato puro. Cosa potrà mai uscirne di buono? Poco o nulla, purtroppo.

Tuttavia, anziché demolire il film senza alcuna pietà, proverò in questa sede ad analizzare quelli che, sulla carta, avrebbero potuto essere i punti di forza del film.

La trama

Era dai tempi di Harry Potter che non capitava di leggere una saga letteraria per adolescenti così ben strutturata. Ransom Riggs ha sfruttato un’idea apparentemente banale – la sua passione per le fotografie d’epoca vittoriana (condivisa tra l’altro da Tim Burton) – per dare vita a una storia avvincente e carica di drammaticità. Nel libro, l’adolescente Jacob Portman, abbandona l’ordinarietà di un sobborgo assolato negli Stati Uniti (un tema ricorrente nella filmografia burtoniana) per intraprendere un viaggio su una sperduta isola del Galles e ricongiungersi a Emma, Olive, Millard, Enoch e tutti i Ragazzi Speciali che popolavano i racconti del nonno Abe, morto in circostanze misteriose sotto gli occhi del ragazzo.

Ora: sulla scoperta della Casa e dei misteri in essa nascosti, nonché sulla presa di coscienza da parte di Jacob della propria “peculiarità”, Riggs ci ha costruito un intero romanzo, concepito come primo capitolo di una ben più corposa trilogia. Spiazza la scelta di Burton di restare fedele alla trama originaria solamente nella prima metà del film. Sfruttato il materiale messo a disposizione da Riggs, la seconda parte del lungometraggio si allontana pericolosamente dal romanzo, prendendo una piega inaspettata e talvolta assurda. Ed ecco quindi il classico difetto che affligge la recente filmografia di Tim Burton: la necessità di tagliare corto, velocizzare la narrazione con una serie di gag ed effetti speciali volutamente piatti e iper-commerciali, per sfociare infine in un epilogo brusco ed anonimo. Solleva il morale la splendida voce di Florence Welch sui titoli di coda, ma è poca roba per una pellicola così claudicante.

I personaggi

Eva Green è un’attrice fantastica; se avete qualche dubbio in merito guardatevi la prima stagione di “Penny Dreadful”. Vederla all’opera è un piacere per gli occhi, ma il connubio Burton-Green non aveva funzionato in “Dark Shadows” e non funziona nemmeno in “Miss Peregrine”, dove il suo personaggio appare per nemmeno metà della durata della pellicola, nonostante sia lei a darle il nome. Nessuna caratterizzazione, nessuna battuta degna di nota, nessun segnale di introspezione. Sprecatissima.

Che dire degli altri attori? Innanzitutto abbiamo un protagonista che protagonista non è. Il Jacob del film, a differenza di quello del libro, non lascia trasparire alcun tipo di crescita sul piano emotivo e psicologico, perché rimane costantemente imbrigliato in una sceneggiatura che non va da nessuna parte e fa acqua da tutte le parti. E dire che Tim Burton ha sempre saputo dirigere i suoi attori in maniera magistrale, anche i più giovanissimi, ma non è questo il caso. In tutta onestà, sono sicuro che Asa Butterfield avrà modo di rifarsi. Su Tim Burton, invece, avrei qualche dubbio. I Ragazzi Speciali… beh, quelli sì, sono davvero fighi. Caratterizzati al meglio, ma pur sempre marginari nello sviluppo della trama. Vi lascerò il piacere di scoprire quali “specialità” appartengono a ciascun ragazzo, evitando gli spoiler, perché è possibile che questo sarà l’unico aspetto del film che vi strapperà qualche sorriso. Ah, qualcuno poi mi dovrà spiegare perché i personaggi di Emma e Olive sono stati completamente invertiti…

Ultima nota dolente: i cattivi. Ok, i film di Tim Burton si rivolgono ANCHE ad un pubblico di bambini, per cui ogni suo villain deve assumere caratteri grotteschi, deve essere in grado di suscitare ilarità. Temo però che il tocco gotico che rendeva unico il regista sia andato perso per sempre e mentre fisso il grande schermo riesco l’unica paura che riesco a provare è quella che il film possa diventare ancora più brutto. Peccato, perché Samuel L. Jackson nei panni di Barron era una carta da giocarsi con astuzia.

La regia

È abbastanza palese il tentativo del regista di tornare a giocare con la materia che gli è più consona: bambini “diversi”, mostri, ambientazioni fantasmagoriche. Ma non bastano una scena in stop motion infilata alla bell’e meglio tra una scena morta e l’altra per far dire “Oh, Tim Burton è tornato!”; non bastano due scheletrini in CGI per impressionare e non basta nemmeno un inaspettato cameo per farsi perdonare tutte queste banalità. Questa non è la saga di “Twilight”, cazzo. Da Tim Burton dovremmo pretendere di più, punto e basta, perché “Miss Peregrine” non è altro che la versione blockbuster ed iper-banalizzata di tutto ciò che dagli anni 80 abbiamo associato al suo nome.

Il film sarà nelle sale di tutta Italia a partire dal 15 dicembre. Se volete risparmiarvi la delusione, andate a vedervi il nuovo di Xavier Dolan. Se siete masochisti, continuate pure a farvi del male. Io stesso, a quasi 29 anni e con “Alice in Wonderland” e il remake di “Frankenweenie” sul groppone, non ho ancora imparato la lezione.


ABBIAMO PARLATO DI…

Miss Peregine – La Casa dei Ragazzi Speciali
Fantasy, 127 min
Tim Burton, 2016
Stati Uniti d’America
20th Century Fox

Marco Belafatti

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

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