Moonlight, retorica e falso buonismo da Oscar

Moonlight, l’ennesimo film ideato e costruito per strappare il consenso ipocrita della cerimonia degli Oscar

 

Moonlight ha un merito in particolare: si mostra immediatamente e onestamente per quello che è. Trattasi di un freddo spaccato diviso in tre parti che segue schiettamente Chiron nelle tre tragiche fasi della sua vita: un bimbo senza padre che cresce nel ghetto con una madre tossicodipendente e una figura amorevole di riferimento che svolge la nobile professione di spacciatore; un gracile adolescente omosessuale che affronta l’odio per la diversità e si ribella alle angherie dei bulli fino a finire in carcere, un uomo fatto e finito con i Grillz ai denti, che seppellisce i problemi del passato facendo carriera nello spaccio da strada.
Purtroppo – meglio dirlo sin dal principio – l’onestà intellettuale di partenza non si accompagna a quella di contenuto, retrocedendo in modo evanescente dinnanzi ai ripetuti sfruttamenti di Barry Jenkins di cliché e ampollosi stereotipi che tentano alla cieca l’ardua impresa di far ringraziare la platea di essere nata dal lato meno problematico del mondo e farla vergognare della propria indifferenza rispetto spinosi problemi sociali. In poche parole, punta a smuovere qualcosa, senza comunicare granché. E, nella sua “poetica” fragilità, non ci riesce neanche lontanamente.

Sono sincero, ho guardato Moonlight a scatola chiusa, senza sapere cosa fosse o di cosa trattasse. Un’idea sospetta ovviamente me l’ero fatta in seguito alle varie nominations agli Oscar e Golden Globe, ma speravo vivamente che così non fosse. I pregiudizi proprio non mi garbano, è così da sempre. Non ho dunque dato uno sguardo neanche al trailer o ai diversi commenti entusiastici o dissidenti. Zero, nisba, nada. Ma, con il senno di poi, forse dovevo. Mi sarei reso conto in tal modo che il film che si appropinquava ad anestetizzarmi come un barile di Alcover, in realtà sprizzava retorica già solo dalla locandina. In qualche modo, mi sarei preparato adeguatamente. O sarei comunque stato in grado di procurarmi un cuscino, prima che la droga dello stupro facesse effetto sulle dolci note di Caetano Veloso.
Invece no, me ne sono andato docile in quella buona notte, condannato per direttissima ad essere impietosamente sommerso dall’ondata anomala di ostentato buonismo soverchiante e dall’ego cataclismatico di un regista evidentemente innamorato di sé che, se solo potesse, si sposerebbe seduta stante e passerebbe ogni santo giorno come una romantica luna di miele a sbaciucchiare ogni maledetto centimetro della sua immagine riflessa nello specchio, con in sottofondo Sexual Healing in loop.

Chiariamoci, prima che mi lasci trasportare: non abbiamo davanti un brutto film. Anzi, diversi elementi sono innegabilmente molto più che buoni. La splendida fotografia, per esempio. Non mi pare però sia così eccelsa da lasciar che essa parli per te. Voglio dire, mica sei Refn che puoi permetterti queste smargiassate da fuoriclasse. Barry Jenkins, alla ricerca del suo aulico personale, invece ha così tanta fiducia nei frames della sua prosopopea che si rifiuta completamente di rivestire il ruolo di narratore, abbandonando lo spettatore a sé stesso e all’apatia di una storia (amaramente) nella media. Chiede addirittura, oltre l’attenzione e la forzosa interpretazione, anche l’investimento di cuore e cervello nel seguire questa ricerca più di sessualità che di razza, che (e lo dico anche col rischio di passare per omofobo) non risulta essere pregna di interesse per la maggior parte del tempo. Lo sarebbe stata, forse, se la regia l’avesse supportata maggiormente e non si fosse preoccupata soltanto di rendere più gradevole la visione generale, eliminando poeticamente (?) gli aspetti più critici del ghetto e non rendendosi conto che, in tal modo, il rischio di inciampare costantemente nella banalità e nella monotonia visiva è pressoché totale.

Ovunque vai nei cinque continenti, lo slogan principale è sempre lo stesso: Moonlight è il film dell’anno, Moonlight è un film da Oscar. Si, forse lo è. Ma nell’accezione più negativa del termine: è un progetto ideato e costruito per strappare quella statuetta (anzi, quella miriade di statuette), come l’hanno strappata sibillini predecessori con lo stesso indegno piano. E con ogni probabilità ne vincerà diverse, statene pur certi. È duro da dire – lo so – ma bisogna realizzare che una pellicola del genere vive soltanto dell’ampia (eccessiva) attenzione donatagli in eredità dal periodo post-12 Anni Schiavo e, di sicuro, non ha più nulla del grande cinema di Spike Lee che ha sorretto dal principio questo “movimento”, sviluppatosi poi passivamente per gentil concessione. Tutti lo pensano ma nessuno lo dice: La La Land è in corsa per gli Oscar non solo perché accarezza l’amor proprio dell’Academy ma anche per gli innumerevoli meriti artistici che Chazelle ha portato in campo. Moonlight invece è in lista per il motivo più disonorevole: nella loro doppia ipocrisia, le giurie americane adorano le storie da discriminati. E Jenkins confeziona ad arte un prodotto per loro, per entrare dalla porta principale del loro salotto più sfavillante. È una spregevole moda, bisogna ammetterlo.

Moonlight è tutto questo e, spero, nient’altro. La speranza, appunto, è che non si riveli un ulteriore contributo a questo ignobile trend dei potenti-finti-umili-che-premiano-i-più-deboli e dei registi che lo assecondano, e che possa abulicamente scemare presto con esso, magari proprio con la maledetta cerimonia di fine febbraio.


ABBIAMO PARLATO DI…

Moonlight
Drammatico, 111 min
Barry Jenkins, 2016
A24, Plan B Entertainment

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

2 commenti

  1. Dopo aver letto questa recensione: finalmente! La penso come te. Non mi sentirai mai dire che è un brutto film, ma tira in ballo molti temi che nella situazione politica di oggi lo fanno vincere facile. Secondo me la sua poeticità, lo stile molto evocativo, è un po’ un pretesto per parlare di queste tematiche senza farlo risultare banale, ma alla fine il cliché arriva per forza. La suddivisione in 3 parti vorrebbe raccontare la storia di un uomo nell’arco della sua vita, e invece sembra solo un abbozzo di qualcosa, non approfondisce e non succede nulla, si perde del tutto nella terza parte e non manda nessuna morale, se non il voler tirare in ballo la politica degli Oscar si white. Tecnicamente valido, anche la recitazione, soprattutto quella di Naomi Harris, anche se non condivido del tutto il successo di Ali, nei suoi 3 minuti di film. Però vabbè, tutti a lamentarsi di La la land solo perché omaggia il cinema (e quindi si prende l’Oscar facile). E quindi? Meglio un film che omaggia il cinema (tra l’altro molto valido), che un Moonlight che va avanti solo per le conseguenze della politica di Trump.

    • Giulio Beneventi

      E’ esattamente così, Lysa. Per il momento si potrebbe definire Moonlight come una decente pellicola che rischia di occupare un posto infinitamente immeritato. Sic est.

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