Philip K. Dick’s Electric Dream: umano, troppo umano?

Le inquiete visioni dell’autore di fantascienza nella serie tv di Prime Video.

Ho rotto il cazzo ai miei amici, conoscenti o presunti tali con un autore con lo stesso nome di tale parte anatomica, per anni. L’ho difeso e stradifeso in innumerevoli conversazioni, durante le quali mi si rinfacciava che i suoi romanzi erano per lo più farneticazioni da scoppiati, cercando di evidenziarne la sua latente poesia, per i non eletti sotterrata da fantascienza spiccia a base di androidi e droghe potentissime e mai prerogativa di una letteratura considerata, purtroppo, essenzialmente di genere e di nicchia. Philip K. Dick, malgrado gli approdi sul grande schermo di Blade Runner e Atto di Forza, malgrado riedizioni glitterate e costosissime della Fanucci, non è mai riuscito ad essere davvero mainstream come meriterebbe: troppo ermetismo, troppa cripticità, troppi vagheggiamenti filosofici, troppi racconti oggettivamente impenetrabili e sconclusionati.

Probabilmente le cose adesso potranno parzialmente cambiare, grazie ad Amazon Prime video, grazie al potere psico-coercitivo che soltanto le serie TV possono avere. Più concretamente: grazie all’onda lunga di Black Mirror.

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Philip K. Dick’s Electric Dreams infatti, se prende il nome dal romanzo trasposto da Ridley scott nel 1982 (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?), si struttura come la serie di Charlie Brooker, raccontando di dieci storie completamente scollegate tra loro, ciascuna liberamente ispirata, ma con ampi margini di reinterpretazione, a uno dei tantissimi racconti secondari della sterminata produzione dell’autore statunitense. Gli episodi raccontano di coscienze sintetiche, viaggi di ritorno verso un Pianeta Terra evacuato da ormai due secoli, androidi inconsapevoli (e ci mancherebbe) e monopolistiche fabbriche munite di autocoscienza. È una fantascienza colorata ed esagerata, stereotipica e contraddittoria come tutta quella degli anni ’60, con gente che scende da macchine volanti e, manco a dirlo, spara con pistole normali.

Ma se non è mai interessato nulla della credibilità (o dei finali, o dei fili logici) a Dick stesso, perché dovrebbe diventare priorità degli showrunner? Vero leit-motiv di Electric Dreams, che rende l’ambientazione futuristica un puro setting funzionale, è l’esplorazione dell’identità umana, dell’identificazione dei confini tra sogno, finzione e realtà, di quella percezione della propria anima (se presente) che per Dick fu sempre spasmodica ossessione. Tra derive sociali con porci parlanti e gaudenti nuclearizzazioni, l’unica ricerca effettuata punta verso l’interno dei tormentati protagonisti, aggiungendo alle domande standard sugli scopi della propria esistenza anche quella, cruciale, sul fatto che si possa essere o meno, a un certo punto, un groviglio di fili di rame (cosa che può essere un bene).

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Comuni i propositi, diversi gli esiti per i dieci episodi – ed è inevitabile, per una serie che stravolge ambientazione, cast, sceneggiatore e anche mood generale in ogni singolo episodio. Delude in particolare Bryan Cranston che, pur essendo per una serie TV un catalizzatore d’attenzione come Pavel Nedved in una partita del cuore, è impelagato in un episodio pesantemente sciatto e sostanzialmente privo di contenuti (in parecchi casi si allunga il minutaggio con scene di sesso pietosamente immotivate). Catturano, al contrario, la drammatica storia di confusa ribellione di Juno Temple, ma soprattutto un Buscemi impegnato a comunicare il dramma di una poderosa crisi di mezza età di un impiegato qualunque che crea coscienze sintetiche a partire da genomi suini (in un episodio intitolato, con un citazionismo meraviglioso, Crazy Diamond).

Electric Dreams, come aspettabile, sono otto ore circa di esistenzialismo e pura confusione, con piccole storie che cominciano violentemente in medias res e vanno ricomponendosi in mosaici che, nei casi più fortunati, diventano emotivamente parecchio forti, inquieti. Nel complesso però (anche tralasciando la qualità abbastanza scarsa di una metà degli episodi) Electric Dreams non riesce ad essere figlia del suo tempo, non riesce ad avere l’impatto devastante che -oltre alla già citata Black Mirror- ha avuto un’altra serie che sguazzava tra androidi come Westworld, o un altro compendio di follia come Utopia. La riproposizione in full HD delle visioni di Dick, in fondo, elimina quella sorta di ingenua filosofia che usava la fantascienza solo come tavolozza per tratteggiare indagini del tutto personali, che sul piccolo schermo non possono che essere affrontate, alla fine, con inefficace e distaccato manierismo.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

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Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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