Ready Player One: un Fanboy riconosce subito un Hater

Due punti di vista estremi sull’immane fatica di Spielberg e degli FX.

Ready Player One è un film di fantascienza. Un lavoro immane diretto da Steven Spielberg per adattare l’omonimo romanzo di Ernest Cline e trasformarlo in una affascinante perla cinematografica: la travolgente immensità di un metaverso virtuale prende il sopravvento sulle tristi esistenze degli esseri umani del 2045; la distopica vita reale su un grigio pianeta in decadenza contro l’esplosione di colori di un utopico mondo virtuale dove tutto è possibile.

Utopia o distopia? Pellicola impeccabile o piatto adattamento di un buon romanzo? Destinato ad una nicchia di fan del genere o apprezzabile da chiunque? Non è facile dare un giudizio secco rimanendo imparziali e su In Media Rex siamo da sempre maestri in giudizi parziali e sbilanciati. Ecco perché il nostro commento si duplica per far scontrare i due punti di vista più estremi su questo camaleontico film: Il fanboy vs l’hater.

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Easter egg sopra ogni cosa

Fanboy: Ready Player One è un film che rimarrà nella storia! Sul grande schermo non si erano mai visti tanti riferimenti insieme nella stessa pellicola. Partendo da Jim Raynor di Starcraft, arrivando a Goro di Mortal Kombat sventrato da un Chestburster, passando per i personaggi di Overwatch e Team Fortress o il verdissimo Blanka di Street Fighter, senza citare i combattimenti epici tra Gundam, il tipicamente inoffensivo Gigante di Ferro e Mechagodzilla. La DeLorean cazzo! Tutto condito da effetti speciali pazzeschi, un’incredibile varietà di vfx che rimangono impeccabili in ogni minimo dettaglio. Difficilmente saremo sbalorditi allo stesso modo da un film, abbiamo visto la storia del cinema prendere forma.

Hater: La storia del cinema? Ready Player One è un timido adattamento di un romanzetto di fantascienza, una trama impostata decentemente che però si evolve in modo banale e zoppicante. Pieno di espedienti narrativi ridicoli e personaggi a dir poco piatti: non si vedeva un villain così patetico dai tempi di Draco Malfoy. Il protagonista è il classico nerd teoricamente inetto ma incredibilmente abile nell’atto pratico, totalmente a suo agio nell’avere sulle spalle le sorti dell’umanità, classico eroe liceale stereotipato dal retrogusto Spielberghiano anni ’80.

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Tanto nerd o troppo nerd

Fanboy: Cristo santo, lo ribadisco, quello è Jim Raynor. Ready Player One è il paradiso (non Tommaso, sia chiaro) per quelli che agli inizi del nuovo millennio guardavano con disprezzo i propri compagni di scuola che andavano a figa impennando sugli SH, e autoconvincendosi di essere parte di una elite si seppellivano in casa davanti alla cultura nerd, non sapendo che tristemente (per loro) sarebbe diventata cultura pop.

Hater: Una sindrome da Wreck It Ralph portata all’estremo. Il titolo della Disney, educatamente, metteva in un film per bambini degli elementi che sarebbero stati spiegati dai padri, a fine film. RP1 è un film di Spielberg e tale cognome porta al cinema anche i vecchi: per tale motivo si trova a pescare a mani basse da dinamiche videoludiche che è costretto a chiarire punto per punto, in modo più noioso dei tutorial degli sparatutto che continuano a dirti che devi usare WASD per muoverti se usi la tastiera. A volte però, al posto di interminabili spiegoni del tipo “lo uccido così raccolgo le monete così compro la benzina”, sarebbe bastato far parlare le immagini.

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L’amicizia e l’amore ai tempi della nuova era

Fanboy: Parliamo allora delle emozioni che qualsiasi essere senziente prova inevitabilmente assistendo a come vengono trattati i rapporti tra i personaggi. L’amicizia è il filone centrale di Ready Player One e viene sviluppato in modo impeccabile: è lo stesso Halliday, il creatore del gioco (oltre che nella vita reale autore di rinomati ma orribili manuali di Fisica per ingegneri), che insegna al protagonista quanto contino i rapporti di amicizia, che prescindono dai rapporti virtuali o professionali e si ripercuotono su ogni aspetto della vita, vecchi rimpianti e nuove sinergie. Tutto, poi, si evolve sullo sfondo di due bellissime storie d’amore.

Hater: Certo, storie d’amore. Un abbozzato riferimento ad una vecchia e inutile relazione, inutile sia nella costruzione della trama che nella vita stessa di Halliday, in fin dei conti. C’è bisogno di commentare la storia d’amore del protagonista? Il cretino che va in giro con un avatar da Tokio Hotel Final Fantasy XV e che si trova perfettamente a suo agio con l’unica sexy coetanea sul mondo virtuale, che però abita casualmente a dieci metri dalla sua baracca? Se mi fossi innamorato io di un avatar femminile in un GDR online sarei finito sicuramente a Bari vecchia a citofonare a un obeso sociofobico di 55 anni. “Mi farò perdonare, te lo prometto”.

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Riflessioni mature o stagionate sulla realtà virtuale

Fanboy: Certo, magari la storia d’amore non era il massimo. Ma dovrai riconoscere che il tema della realtà virtuale è trattato in modo molto interessante. Le coscienze trasferite e conservate nei mondi virtuali anche dopo la morte come tema aperto; il genere umano che rischia di trascurare il pianeta e la vita reale immergendosi e rifugiandosi in modo irrazionale in un universo artificiale e le relative lezioni per affrontare questo potenziale pericolo. Sono ottime riflessioni che arrivano bene al pubblico!

Hater: “La vita reale è migliore, perché è reale!”. La poetica della realtà virtuale ce l’ha abbondantemente illustrata Black Mirror. Assieme ai meccanismi sociali innescabili dalla permeazione delle nuove tecnologie all’interno dell’esistente, vulnerabile tessuto umano. Quello di Ready Player One è un mondo più simile a Tron, semmai: è il take di una vecchia generazione su una tecnologia percepita con distanza, che viene vista come pericolosa quanto figa (e che permette di usare tanti effetti speciali, a voler fare i maligni). Il fastidioso, trito alert morale del “non perdersi nell’irreale” viene urlato da ogni frame della pellicola. E non è un urlo che fa male, fa solo un po’ pena.

Ready Player One ha la fortuna o la sfortuna di approdare nelle sale in un momento storico particolare in cui tutti hanno visto almeno una puntata di Black Mirror; un periodo in cui l’essere umano, nonostante i visori per la realtà virtuale non siano ancora diffusi, è già alienato in un mondo virtuale su cui si affaccia tramite la finestra di cinque pollici del suo smartphone. Non è facile dare un giudizio secco rimanendo imparziali, è vero, ma su una cosa siamo tutti d’accordo: nel bene o nel male Ready Player One farà parlare di sé e questa, sembra, è l’unica cosa che conta.

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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