The Founder, il lupo di McDonald’s snobbato agli Oscar

La critica alla scalata al potere di Ray Kroc che non piace alle giurie statunitensi

 

Quella di cui ci accingiamo a parlare non è assolutamente una storia su McDonald’s, né una felice chiacchierata sulla nascita della sua iconografia pop. McDonald’s è solo il complemento oggetto in una spregiudicata preposizione di conquista, la vittima sacrificale in un gioco solitario, un dettaglio in un puzzle più grande, se vogliamo. Mettiamo in sottofondo “Back Door Man” di Howlin’ Wolf per capirci meglio e introdurre il vero soggetto principale. Lo sentite avanzare nel buio a ritmo di tagliente blues con quel passo felpato illuminato a giorno dal ghigno vorace e beffardo? È il passo di Ray Kroc, uno squalo degno di Gordon Gekko che per una vita ha inseguito il sogno americano attraverso mille progetti (dai tavoli pieghevoli ai multimixer) senza mai trovare il suo personale in cui credere e puntare tutto, fino ad imbattersi in California nei primi anni ’50 nella piccola ma più che innovativa impresa di ristorazione dei fratelli Dick e Mac McDonald (prezzi irrisori, velocità fulminea, servizio ridotto all’essenziale) e avere la folgorazione decisiva come un accecato Doc Brown che sbatte la capoccia contro il lavandino (gli anni più o meno erano quelli). O come un Newton illuminato – per usare i termini della pomposa autobiografia dello stesso Kroc tanto amata da Mark Knopfler (ne scrisse una canzone ironica a riguardo, “Boom Like That”) – che doveva avere a tutti i costi la mela appena cascatagli in testa.

E questa – quella di “The Founder”, guidata da John Lee Hancock e impersonata da un Michael Keaton in un prolungato stato di grazia inaugurato con “Birdman” e “Il caso Spotlight” – è proprio la sua storia, la parabola di un uomo della middle class dell’Illinois che da un’idea rivoluzionaria di base “presa in prestito per il bene della nazione” (emblematico il suo esserne orgoglioso) ed estremizzata nel suo incedere dogmaticamente fordiano riuscì ad estrapolare e costruire l’impero mondiale del fast food che tutt’oggi impiega a tempo pieno quasi mezzo milione di persone nel mondo e rappresenta uno dei simboli più riconoscibili del fenomeno della globalizzazione e del consumismo. Insomma, una delle pagine più orgogliose del capitalismo sfrenato a stelle e strisce, fatta di bandiere, croci, hamburger e di vaste proprietà immobiliari; di ambizione e perseveranza che riescono ad adombrare talento e genio; di tutto ciò che rappresenta l’America e che solo in America poteva attecchire in principio per poi aggredire il mondo intero.

La regia di John Lee Hancock si carica di tutta la sua versatilità da biopic e segue nel breve arco storico mostrato con ghiacciata acutezza le mosse del lupo Kroc dal pollaio originario di San Bernadino,  muovendosi soltanto attraverso gli occhi di un Michael Keaton onnipresente in cui si legge davvero la smisurata volontà di avere successo (“L’unico limite è il cielo!”) ma soprattutto – spesso in contemporanea – la freddezza e l’avidità di un individuo che procede famelico nelle acque sempre più profonde del business dai numeri folli, chiedendo per esempio con indifferenza il divorzio alla donna che nonostante le sue assenze lo ha sempre sostenuto ma che “non ha mai saputo pensare in grande come lui” o distruggendo i due veri ideatori rei di aver tentato di “sabotare” la crescita di quel dorato concetto e con codardia conservatoria di tenerlo al guinzaglio contrattuale, sottraendo loro il nome e negandogli persino quell’1 % che aveva promesso con una stretta di mano e la sua parola d’onore.

La tecnica narrativa utilizzata si distanza quindi dalle esplicite denunce à la Oliver Stone e si colloca a metà strada, vicino al Jordan Belfort di Scorsese, richiedendo uno sforzo – seppure più facilitato rispetto a quello proposto dal maestro newyorchese – di ginnastica coscienziosa dello spettatore, che può decidere se fermarsi dinnanzi allo stupore per la maestria imprenditoriale e la fermezza spietata di Kroc nella sua scalata verso il tetto del mondo o procedere nel mettere in dubbio le drastiche misure da lui scelte per eliminare ostacoli o ex-alleati poco degni, nelle vaste vallate dei campi meta-giuridici dove tutto è abbandonato alla luce flebile della morale. Trattasi dunque di un film non celebrativo nè di inchiesta: semplicemente uno spaccato sorprendentemente moderno e a tratti angosciante sul capitalismo, che non impone una dicotomia tra giusto o sbagliato ma anzi lascia la libertà di trarre le proprie conclusioni. Una politica in ogni caso sicuramente poco lecchina e per nulla pacchiana verso una figura americana di spicco che, come prevedibile, non ha ottenuto la sorte benevola di “The Social Network” ma – anzi – soltanto lo snobismo dell’Academy e delle giurie “che contano” invaghite di (per così dire) meno meritevoli, almeno a questo giro (vogliamo parlare del “solito” Denzel Washington o delle statuette attirate a priori dal solo carisma della Streep?). Peccato, perché – anche grazie alla particolare abilità di Hancock nel sapersi “oscurare” a comando con montaggi rapidi che favoriscono il focus sull’attore principale, già testata a pieni voti con la Bullock in “The Blind Side” – la prova funambolica di Keaton, sempre in bilico fra repulsione e fascino è (tanto per cambiare) magistrale e va ad aggiungersi di diritto alla lista (ahinoi) interminabile delle performance non riconosciute a dovere.

Ma ormai si sa (Kubrick e Hitchcock docent): premio Oscar – o nomination di consolazione che sia – non è sinonimo di qualità. “The Founder” ne è l’ennesima prova.


ABBIAMO PARLATO DI…

The Founder
Biografico, 115 min
John Lee Hancock, 2016
Stati Uniti D’America
FilmNation Entertainment, The Combine

                                

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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