The Walking Dead 9: Sayonara famiglia Grimes

O anche, quando vorresti che un potenziale arrivederci fosse un fragoroso addio.

Che The Walking Dead fosse una serie tv che si è autocondannata a un declino disastroso era fatto già evidente anche ai meno esigenti e ai più onnivori dei fruitori. Un andamento formulaico e prevedibile, uno stuolo di critici capaci di abbassare lo score su Metacritic dai valori stellari della seconda stagione a imbarazzanti 50, una serie di personaggi diventati insopportabili nel loro stereotipico riproporsi, sempre uguali a se stessi.

The Walking Dead ha certificato con l’ottava stagione di essere descritta perfettamente dal suo stesso titolo, in una sorta di geniale metarecensione preventiva. Ma restava ancora una vacca troppo grassa da mungere per l’eutanasia finale da parte di AMC, capace di portare sempre a casa qualche camionata di telespettatori a ogni episodio.

Così, la gran mossa: approfittare delle beghe contrattuali milionarie con Andrew Lincoln e portare a termine l’accanimento terapeutico nei confronti della Grimes family, recidendo per sempre il già sfibrato legame con l’altrettanto deprimente sviluppo della controparte graphic novel. Rick Grimes era arrivato a questo punto in un modo estremamente diverso rispetto a come si era ridotto su carta stampata: le esigenze di non postprodurre ogni singolo secondo con costosissina CGI lo avevano lasciato ancora perfettamente in forze, e non un invalido privo della mano destra (vecchio omaggio del Governatore) e del pieno funzionamento della gamba sinistra (recente regalo di Negan). Altre necessità attoriali lo avevano privato invece di un figlio, in mezzo ai rumorosissimi sospiri di sollievo di un buon 99% dell’audience, facendo fuori il monoculare palo in culo rispondente al nome di Caaaarl. Il buonismo del prime time gli aveva lasciato al contrario una zavorra in fasce, nei fumetti durata al contrario giusto un paio di pannelli prima di morire insieme alla madre Lori per evidente mancanza di idee su cosa farsene.

Ne restava, di Rick Grimes, un personaggio del tutto privo di evoluzioni recenti e anche potenziali: un leader percepito quanto tale dalla gente di Alexandria (ma anche da quelli di Oceanside e del Santuario) possibilmente meno di quanto gli italiani si identificano in Giuseppe Conte. Un padre di famiglia rammollito e incapace degli scatti di egoismo e violenza che lo avevano fatto ballare sulla linea dell’anti-eroe, sporadicamente, nelle prime stagioni della serie. Farlo quasi morire così, impalandosi come un coglione per cercare di preservare un ponte, e farlo sparire grazie alle macchinazioni sconosciute dell’ancora imperscrutabile Jadis/Anne, è il ridicolo quanto degno finale per una storyline che aveva già da tempo dimostrato di non potere andare da nessuna parte.

Il giudizio su The Walking Dead, in quanto tale, rimane ancora estremamente negativo: una serie in cui un macello di personaggi principali sembrano aver smesso di avere qualcosa da dire da anni, e in cui a restarci secchi sono sempre degli scemi secondari. In cui in otto episodi la cosa più sensazionale (a parte l’arrivo dei sussurratori, per l’immancabile cliffhanger) è la visione di un prete che schiaccia. Il mid season finale, dopo un insensato timeshift in avanti di giusto sei anni, lascia in dote almeno il dubbio su quale dei personaggi possa diventare nuovo focus empatico dell’intera serie, quello da mettere sui cartelloni in piazza Duomo per intenderci. Potrà essere Carol che, appena impalmata da Ezekiel, ha finalmente abbandonato l’acconciatura da lesbica diventando Saruman. O forse un Daryl Dixon entrato a due piedi nella spirale del gregario inutile, come Antonio Donnarumma o Valentina Ferragni, e ritiratosi nei boschi a riflettere sulla sua piagnoneria. Sicuramente non sarà la vedova Rhee, anche lei vittima di contratti in scadenza e fatta sparire nel nulla in stile Pinochet, senza le cerimonie dedicate al Grimes padre. Spero non arrivi una spielbergata clamorosa che crei un fantasma di Carl Grimes nella figura della ancora giovine, ma già equamente insopportabile, sorella Judith.

Rimane un briciolo di speranza, e un briciolo di carisma, dietro le sbarre della cella dove è ancora rinchiuso Negan. Il quadro è comunque abbastanza desolante.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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