Westworld, dove gli androidi sognano Anthony Hopkins

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La nuova serie-kolossal di HBO conferma che i mix di elementi non originali possono essere veramente originali.

 

Se non si resta strettamente nell’ambito delle serie TV, dove è rappresentata dai non celeberrimi “Humans” o “Almost Human”, la tematica “androidi” ha conosciuto sicuramente usi e abusi da parte di ogni sorta di media: tonnellate di libri e di pellicole hanno messo al centro dei loro intrecci gli individui sintetici e la loro volubile umanità, creando un bestiario di esseri fortemente variabili in aspetto, attitudine e sorgenti di alimentazione. Ultima avviata nel listone di serial trend-setting violentissime e sessuomani (leggasi: qualsiasi uscita HBO), e prima fra esse ad avere appunto gli androidi come tema centrale, Westworld riprende la trama dell’omonima opera di Michael Crichton e dell’originale trasposizione cinematografica (risalente a 43 anni fa), la aggiorna e la modernizza, la amplia e la munisce di un’estetica irresistibile. E lo fa coinvolgendo pezzi da novanta, da J.J. Abrams alla produzione a Jonathan Nolan (fratello minore del ben più noto Christopher) alla scenografia, da Anthony Hopkins a uno strepitoso Ed Harris come interpreti di spicco.

Westworld è un parco divertimenti del futuro a tematica western, sogno diventato realtà del dottor Robert Ford (Hopkins) e gestito nelle sue vicende quotidiane da un assortito team di informatici visionari, sceneggiatori dalla fantasia pomposamente kitch, altezzosi quadri interessati principalmente a logiche di profitto. Un parco divertimenti per ricchi, dove (per 40.000$ al giorno, viene rivelato a un certo punto) è possibile incunearsi nella quotidianità virtuale di un villaggio brulicante di pastori e cowboy, nativi e banditi. Potendo sempre interferire con le storyline pre-programmate in una masnada di androidi iperrealistici. In Westworld è possibile fare i bravi cittadini, andare in missione per riscuotere taglie di cattivoni, e aiutare donzelle (il più delle volte la Dolores interpretata da Evan Rachel Wood, munita del physique du role perfetto per il ruolo di innocua contadinella). O al contrario andare full evil, irrompere insieme ai cattivoni nei saloon per randomiche stragi, stuprare donzelle (anche in questo caso Dolores è una scelta ricorrente), imbarcarsi in inesplicabili “quest” personali come fa il terribile ed enigmatico Uomo in Nero (Harris).

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Dimenticando per un attimo le facce coinvolte e la trama, Westworld ha il pregio di trattare la tematica androidi in un modo particolare, obliquo, così simile nei presupposti a tanti altri casi passati, ma con sottigliezze e particolarità capaci di generare un oceano di nuove opportunità narrative. A differenza dei NeStor pre-rivoluzione, gli androidi di Westworld non sono dei servizievoli schiavetti dalle fattezze inequivocabilmente meccatroniche, e non seguono leggi che non siano squisitamente umane. Al contrario dei replicanti cacciati rischiosamente dai Blade Runner, sono gli unici inconsapevoli del loro status di androidi; non sono (forse…) delle pericolose bombe a orologeria pronte a uccidere in un momento prestabilito, come i sintetici di Alien. Muniti di una coscienza quasi perfetta costruita però su ricordi fittizi, vivono storie prefabbricate provando però veri sentimenti, istante per istante. Non eseguono scelte scriptate, ma si adeguano alle caotiche deviazioni dei visitatori (i nuovi arrivati) del parco. Sognano, ogniqualvolta (perché uccisi, o perché incamminatisi in path comportamentali troppo “deviati” per i loro admin) entrano in una sorta di modalità provvisoria demandata all’analisi della loro identità digitale. Nutrono dubbi sulla loro esistenza, fanno gloriosi progetti per il futuro che non potranno ovviamente realizzarsi mai. Reagiscono con rabbia agli sconvolgimenti del loro mondo, ma (grazie a qualche inesplicabile tecnologia) non possono ferire in alcun modo esseri non robotici. E al contrario sanguinano, soffrono a ogni colpo di pistola ricevuto, riconoscono l’arrivo incombente della morte. Gli androidi di Westworld, nel punto di vista dei quali ci immergiamo innumerevoli volte, possono diventare il più straziante emblema della frustrazione della storia del piccolo schermo.

E poi, dall’altro lato della barricata, ci sono loro, in minoranza numerica ma capaci di alterare sempre gli equilibri: le persone, quelle vere. Westworld punta forte, ed è inevitabile, sull’introspezione umana, sull’investigazione dei sentimenti più viscerali, inspiegabili che i visitatori del parco possono vivere una volta messo piede in un mondo dove tutto è possibile. Come in The Walking Dead, i soggetti estranei, i “diversi” (sebbene sicuramente più carismatici e versatili di una sterminata cricca di non-morti dislalici che lasciano scie fatte delle loro stesse budella) sono solo una cornice per raccontare di vicende essenzialmente umane. Per far entrare in scena il visitatore scafato che non si fa scrupolo alcuno a freddare cittadini innocenti, o quello più cazzone che va in crisi già al primo abboccamento con una puttana cibernetica; verosimilmente, per dar vita a romanzate transizioni dall’uno all’altro approccio. Per dare nuova linfa a quel sentimento di malsano, deviato paternalismo -se non di attrazione romantica, quasi incestuosa- da Dr Frankenstein, che la fantascienza ha sempre goduto ad attribuire ai creatori delle sue più strane aberrazioni.

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Preamboli dannatamente incoraggianti, che la serie di HBO sa di poter sfruttare appieno e soprattutto a lungo, prendendosi tutto il tempo possibile nelle prime puntate, svelando qualche indizio, disseminando qualche contraddizione, nominando individui ancora sconosciuti (forse un po’ troppo: i primi quattro episodi lasciano più punti interrogativi di quelli che normalmente si affidano a intere stagioni). Westworld ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo cult, e un punto di riferimento per la science fiction futura. E anche nelle peggiori delle ipotizzabili scelte di intreccio, col suo tamarro setting da steampunk “invertito”, avrà sempre carte vincenti da giocarsi: giri di whiskey e scazzottate in un saloon sulle note dei Rolling Stone o dei Soundgarden (riarrangiati al bar piano, ovviamente) sono una visione d’efficacia garantita, a prescindere. È sempre un gran bel vedere.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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