#CineInterpreter: La filosofia esistenzialista di Arrival

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Visioni palindrome di esistenze heideggeriane.

Ameresti lo stesso sapendo con incontestabile sicurezza che la tua relazione è destinata a concludersi nel peggiore dei modi? Fumeresti lo stesso quel piacere di sigaretta se avessi la fredda certezza matematica che il tuo corpo si ammalerà? Vivresti lo stesso se sapessi esattamente quando il tuo cuore smetterà di battere?
Non sono poche le amare riflessioni che risveglia nello spettatore attento la visione di Arrival, ultimo parto sci-fi di Denis Villeneuve e Eric Heisserer, basato sul racconto “Storie della tua vita” di Ted Chiang. La pellicola risuona fortemente non tanto per quello che è ma piuttosto per quello che fa: essa infatti ha il pregio di ricollegare la fantascienza moderna ad una forte dose di etica e filosofia, mettendo in discussione l’universalità dei significati del mondo e il modo stesso in cui lo concepiamo attraverso il nostro linguaggio. Il tema portante attraversa oscure emozioni, quali il confronto con la morte e l’angoscia del vivere al suo cospetto, procedendo in modo sorprendentemente allineato con diverse dottrine, tra cui (in primis) il pensiero esistenzialista di Martin Heidegger.

Proprio per questo, la puntata di oggi sarà più un’insolita chiacchierata en plein air, un simposio con vino annacquato che cercherà di portare a galla il senso più intimo dell’opera cinematografica e di vivisezionarlo nei suoi profondi contenuti. Per questioni di sinteticità, trama ed attori non saranno presentati, dando per scontata la visione dello (splendido) film e consigliando la prosecuzione nella lettura soltanto a chi è immune ai (numerosi e ovvi) spoiler.

Orbene, non perdiamo altro tempo. Mettete in sottofondo The Scientist e partiamo.

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Premesse basilari

Secondo la forma più estrema dell’ipotesi di Sapir-Whorf (o Sapir-Whorf Hypothesis, in sigla SWH), la lingua sarebbe saldamente ancorata al pensiero, in un rapporto di stretta interdipendenza. Il nostro modo di esprimerci sarebbe determinato dal nostro modo di pensare. Ciò vuol dire che quello che vediamo, udiamo o facciamo è in grandissima parte dettato dalle abitudini linguistiche delle comunità di appartenenza che ci predispongono a certe scelte di interpretazione. “In poche parole, nessuno di noi è libero di descrivere la natura con assoluta imparzialità, ma è costretto a certi modi di interpretazione, anche quando si ritiene completamente libero”, scrive Lee Whorf.

La protagonista Louise Banks (una superba Amy Adams), questa donna in un mondo di uomini in divisa, giunge alla scoperta che gli alieni, giunti sulla Terra per una volta tanto con intenti pacifici e di collaborazione, sono in grado di comunicare visivamente attraverso una lingua scritta che, al contrario di quelle umane, non conosce alcuna direzione di lettura: essa presuppone infatti una concezione circolare del tempo. Presente, passato e futuro co-esistono allo stesso tempo nella mente del parlante.

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Louise, dopo l’esperienza surreale nel “guscio” degli Eptapodi (l’affettuoso nomignolo dato agli alieni per la loro attraente conformazione fisica), si accorge che il loro linguaggio determina non soltanto l’assetto cognitivo del parlante, ma anche il funzionamento stesso della sua mente. Morale: comprendendo appieno la lingua aliena, la donna assorbe la loro concezione palindromica del tempo, avendo così delle visioni riguardanti il proprio futuro. Per la precisione, oltre agli eventi della missione affidatagli dal governo americano, verrà a conoscenza in anticipo del fatto che avrà una figlia dal suo collega (Ian Donnelly ossia Jeremy Renner) e saprà che ella non le sopravvivrà, poichè morirà di un male incurabile in giovanissima età. Inoltre, prima che ciò accada, verrà lasciata dal compagno a cui avrà confessato la sua predizione, incapace di accettare i dolorosi eventi a cui dovrà andare incontro.

Mettendo da parte la commozione per le spiacevoli dinamiche, teniamo questo passaggio a mente. Il fulcro per procedere è questo: la capacità di vedere ciò che deve ancora accadere e, in base a ciò, agire nel presente.

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♦ Un incipit: l’illusione dell’aut-aut e la (non)scelta in Arrival

Vi sono diverse chiavi filosofiche che possono (tentare di) incanalarsi nelle teorie cd. futuristiche che ammettono la plausibilità di viaggi temporali o di preveggenze da novelli oracoli di Delfi. Alcune, come la seguente, sono decisamente radicali. Se, per esempio, vogliamo che il Fato mostratoci non si riduca semplicemente a mere diapositive disneyane tra loro alternative o a celebri paradossi “umiliati” da Big Bang Theory, dobbiamo accettare per questo modello schematico il penoso assioma che il nostro futuro sia già scritto con inchiostro indelebile.
Il prezzo da pagare è decisamente alto e deprimente: vorrebbe dire distruggere la scolastica cristiana in favore del servo arbitrio luterano, annullare le teorie di Leibniz e Spinoza o, quantomeno, ridurle ad un minuscolo epifenomeno, poco importano la teoria del caos e il dannato effetto farfalla. Insomma, staremmo consegnando il guinzaglio del libero arbitrio alla forma più totale di determinismo. Il genere umano, come qualsiasi altra cosa nell’universo, non sarebbe altro che un esercito di pedine posto da un’entità superiore sui binari già impostati dell’esistenza, con la sola possibilità concessa di guardare durante il tragitto attraverso il finestrino affacciato sul mare della pienezza della vita o quello a destra, adombrato dal bosco del dolore terreno, in attesa della fermata finale per cui ci hanno già comprato gentilmente il biglietto. In parole più comprensibili, siamo quello che siamo e non ci sarà mai nulla che potremmo fare per cambiare le carte in tavola. Alla faccia del sogno americano.

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Nel caso concreto di Arrival, Louise pensa che la visione del suo avvenire tramite il linguaggio alieno la porti davanti ad un bivio: accogliere a braccia aperte il destino mostratole o far in modo che gli avvenimenti non propriamente piacevoli non si verifichino. Lei pensa di star scegliendo, optando per la vita della futura giovane figlia destinata a morire precocemente. Ma è una fictio bella e buona. La sua non è una scelta: non vi è neanche il bivio o, se vi è, si presenta alla rossa come già risolto. Vi è soltanto molto probabilmente la celebre angoscia, con buona pace del buon Kierkegaard. Questo perché la visione del futuro è già di per sé perfetta e cristallizzata, è una semplice anticipazione di ciò che sarà con ogni certezza. Uno spoiler di vita, per così dire, in gergo netflixiano. Louise non avrebbe mai potuto scegliere l’aborto, come non avrebbe mai potuto decidere di non informare il compagno e, di conseguenza, non essere abbandonata nel suo difficile percorso. Perché era già scritto che non sarebbe andato così. Detto in parole più risonanti, quella che noi chiamiamo libertà altro non è che un’illusione, in quanto determinata di volta in volta da uno scopo stabilito a priori. “Si può fare ciò che si vuole, ma in ogni momento della vita si può volere solo una cosa precisa e assolutamente nient’altro che quella”, ipotizzava un certo Schopenhauer. Quest’impostazione sembrerebbe dargli enorme ragione.

Che poi, non sarebbe neanche così distante da ciò che si affermava orgogliosamente nel luculliano “13 Guerriero”:

“Il Grande Padre ha misurato il gomitolo della tua vita tanto tempo fa. Va’ a nasconderti in un buco se vuoi, ma non vivrai un solo istante di più. Il tuo destino è segnato.”

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Uno sviluppo tra Heidegger e True Detective: L’Essere-per-la-morte secondo Villeneuve

A prescindere dalla qualifica di libero o servo del giudizio umano, dal precedente discorso sgorgano letture etiche meno spigolose e più pregne di significato. Vorrei introdurre una di queste citando il noto discorso di ringraziamento del filosofo Matthew McConaughey pronunciato dopo aver strappato l’Oscar per l’ennesima volta dalle mani del lupo fraudolento DiCaprio qualche annetto fa, perché contiene (stranamente) un assunto interessante. Traduco liberamente: “Il mio eroe sono io fra dieci anni. (..) Ogni giorno, ogni settimana, ogni mese e ogni anno della mia vita il mio eroe sarà sempre dieci anni più in là. Non sarò mai il mio eroe, ne sono consapevole. Ma mi va bene, perché mi dà comunque qualcuno da rincorrere”. Ora, al di là della retorica da modello Calvin Klein, tutto ciò in ottica heideggeriana acquista un degno valore, per di più centrale in questo discorso.

Prendo a riferimento una delle opere principali di Martin Heidegger, “Essere e Tempo”, per proseguire e sottolineare un importante postulato esistenzialista: noi siamo la continua mancanza di noi stessi. La mancanza ci appartiene. Sin dai primi passi lontani dal grembo materno, siamo un costante “non ancora”: il futuro ragazzo, il futuro uomo, il futuro anziano.

«L’Esserci deve, nel suo stesso essere, divenire, cioè essere ciò che non è ancora».

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Aggiungiamo ora un altro estratto in questo azzardato mix, preso dalla serie più innovativa degli ultimi anni. “La realizzazione non si raggiunge, non fino all’ultimo istante. E la risoluzione. No… no. No. Niente finisce davvero”, si inserisce Rustin Cohle di True Detective (sempre il buon McConaughey nella migliore interpretazione della sua carriera). Evitando di degenerare nell’affascinante nichilismo della serie HBO (fortemente debitrice degli scritti di Thomas Ligotti), sfruttiamo soltanto il parallelismo di pensiero su una sorta di completezza in extremis.

Badate bene, non fate l’errore di pensare che la morte sia il nostro completamento, perché non lo è affatto. Essa appartiene alla vita sin dal principio, è un tutt’uno con noi nella nostra mancanza: è semplicemente il nostro segmento finale. Non a caso Heidegger scrive: “L’uomo, appena nato, è già abbastanza vecchio per morire”. Per qualcuno potrà suonare anche strano o estremamente pessimista ma è proprio con l’atto della nascita che comincia la nostra possibilità di morire. E, di nuovo, siamo dinnanzi ad una non-scelta: siamo gettati nel mondo, mica ci andiamo volontariamente. Ovunque ci rechiamo inoltre, siamo sempre nell’anticamera dell’ufficio della bieca mietitrice: ciò non può che generare angoscia. Del resto, la morte ci sovrasta, incombendo in ogni momento della nostra esistenza.

Ma ecco che approdiamo al cuore del discorso di Arrival: la consapevolezza. Ciò che ci completa veramente è l’eventuale, puro e semplice momento di coscienza di noi stessi, compreso anche il fatto che un giorno finiremo. Provare angoscia vuol dire aprire gli occhi: significa essere consapevoli che noi esistiamo per morire. Questa coscienza della fine impedisce di vivere anestetizzati dall’indifferenza e dalla menzogna. Pensare alla morte e alla sua non-esistenza – dice Heidegger – vuol dire trascinarla nel campo dell’oggettività, estraniarla e allo stesso tempo fagocitarla definitivamente. Vuol dire nutrirsi di essa e realizzare appieno il percorso verso di essa.

«L’anticipazione della possibilità incondizionata conferisce all’ente anticipante la possibilità di assumere il suo essere più proprio da sé stesso e a partire da se stessi».

“Solo grazie alla morte – scriveva poeticamente Pasolini, parlando di piani sequenza come metafora dell’esistenza umana – la nostra vita ci serve ad esprimerci.” Tanti modi eleganti di dire che ognuno è Essere-per-la-morte. Solo chi ne è consapevole però vive nel rispetto più ampio della sua esistenza. Oltre il velo di Maya, potremmo dire.

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Denis Villeneuve ingloba pienamente questo concetto, lo fa suo stilisticamente. Lo fa ruotare tra le meccaniche di Arrival, attorno ad un meccanismo di differente comprensione del tempo che trascende le nozioni di passato, presente e futuro. L’autenticità del vivere della protagonista risiede proprio nel riflesso della morte: la pienezza, anche in questo caso, si forgia attraverso la realità del morente, sfiorando solo in quel momento la forma più pura di ciò che chiamiamo banalmente gioia o libertà.

Fate attenzione agli occhi di Louise all’inizio della pellicola quando osserva sua figlia: la maggiore consapevolezza di quella “benedizione/maledizione” che ci è invidiata dagli dei immortali – ossia la fine -, le fa vivere con estremo sentimento quell’istante. Possiamo dire che la visione del futuro non la distrugge, anzi la rinvigorisce: l’angoscia kierkegaardiana nel suo caso diventa dedizione materna. Ella vive pienamente i momenti assieme a sua figlia, in un modo che probabilmente non avrebbe mai potuto fare senza quella previsione. Forse è cinico pensarlo ma è così.

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Conclusioni in compagnia di una camicia nera

La ratio di consapevolezza in Arrival è sospinta dal dono tanto prezioso quanto gravoso di preveggenza di ciò che verrà. È fantascienza, un caso distaccato dalla realtà, qualcuno potrà obiettare. Di certo non avrete bisogno che vi ricordi che anche le favole più fantasiose possono avere diverse e autorevoli morali. Anzi, soprattutto quelle spesso ce l’hanno. Nel caso concreto, vi è un significato semplice e diretto che può essere applicato al vivere quotidiano: il film di Villeneuve gravita proprio attorno al venire a compromessi non solo con la nostra vita predeterminata ma anche con la nostra mortalità. La morte attende ognuno di noi e “tutto quello che possiamo fare è indossare le scarpette giuste quando sarà il momento”, diceva Patrick Jane. La risposta (ascoltatela nel vento) è semplicemente cercare di vivere cercando un senso in conformità con il futuro, anche con quell’incertezza del “tutto può finire oggi” non presente nel caso di Louise Banks. Sic et simpliciter? Mica tanto. Ma tanto vale provarci, bofonchierebbe Cioran.

In conclusione, se volete un motto mainstream che vi rafforzi e che vi ricordi il senso di questo lungo discorso (se in qualche modo vi ha ispirati), sfogliate una copia della preziosissima “Autobiografia di un fucilatore” (di partigiani) di quel simpaticone di Giorgio Almirante e rovesciate quella sciocca perla fascista attribuita fin troppe volte al poeta Jim Morrison o al fighetto ribelle di turno. Sì, proprio quella lì:

Vivi come se tu dovessi morire subito. Pensa come se tu non dovessi morire mai.

Ma per piacere. Pensate piuttosto che un giorno finirete. E agite oggi di conseguenza.

Leggi anche: Arrival: il linguaggio fantascientifico secondo Denis Villeneuve

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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