#CineInterpreter: Oblivion e la clonazione

 Oblivion – Lumi scientifici per illuminare il buio della moderna fantascienza.

Ogni tanto è necessario discostarsi dalla piccola isola felice dei grandi classici ed addentrarsi nella buia selva dei fratelli di celluloide minori. Il percorso dell’ermeneutica porta infatti anche a percorrere i cerchi più marginali, quelli in cui essa fisiologicamente incontra ancor più spesso maggiori attriti e strenue resistenze alla sua fluidità. L’appuntamento di oggi è uno di questi, un’opera sci-fi recente (2013) e fortemente criticata, che risponde al nome di Oblivion: una pellicola scritta, diretta e prodotta dal prode giovine pupillo di Fincher, Joseph Kosinski, che alla sua uscita divise quasi quanto un film di Refn, in uno scisma poderoso tra sinceri apprezzatori e barbari distruttori. Quale sia il vostro orientamento poco importa: rimane comunque pressoché un dato di fatto che, tra i numerosi cliché a stelle e strisce e i rimandi pericolosamente vicini a Moon e Matrix, si annidano paurosi buchi di trama ed imprecisioni congenite vertiginosamente difficili da spiegare.
Molte di queste, presunte o tali, hanno condotto nel tempo diversi poveracci a rimetterci la psiche e a non capirci più nulla, tanto da arrivare ad ipotizzare folli ipotesi a riguardo, molte ai limiti del raziocinio. Provo pietas e non scherno nei loro confronti, poiché di certo non sono degli stolti: sono semplicemente figli dell’interpretazione cinematografica caduti vittime delle falle troppo oscure di un film in apparenza poco impegnativo. Ho deciso perciò a questo giro di vendicarli, tentando di affrontare le numerose domande lasciate senza risposta da Kosinski con un piglio scientifico, che possa in qualche modo illuminare i dubbi e le numerose zone d’ombra.

Warning: Visto che ci dilungheremo non poco, evito di perdere tempo a narrarvi di storia e attori, dando per scontata la visione del film con Tom Cruise. Ciò significa che se siete arrivati fin qui senza aver visto la pellicola, è giunto il momento di fermarvi. Sia perché la modalità spoiler si è accesa, sia perché comunque non ci capireste nulla.

Benone, mettete sul piatto gli M83 e buona lettura.

Il clone di Tom Cruise tenta di fare a Tom Cruise quello che molti avrebbero voluto fargli dopo la visione de La Guerra dei Mondi.

♦ Punti oscuri e conseguenti considerazioni

Se i due cloni che conosciamo nella storia, Tech 49 e Tech 52 (ma verosimilmente anche gli altri, se esistenti), sono delle copie, come possono avere i ricordi del Jack Harper originale?

Dunque, eccoci subito al più grande interrogativo. Siamo già al cuore pulsante della questione. E’ ormai verità nota anche al volgo che la clonazione permette di riprodurre cellule e tessuti ma non l’attività sostenuta dei nostri neuroni o le loro modifiche strutturali al cervello, che mantengono nel tempo quello che noi ricordiamo. È lecito trarre dalla trama di Kosinski invece che i veri astronauti Jack Harper e Victoria Olsen siano stati uccisi e clonati (magari non in quest’ordine) con qualche arcana mnemoscienza in grado di installare integralmente ricordi in stile Inception, cancellandogli poi quelli indesiderati e “controproducenti” (come i momenti con la moglie per Jack). Da qui il termine “oblivion” (oblio, dimenticanza). Chiediamocelo al brucio: perché? Che senso ha? La risposta è ovvia: per dargli una sorta di coscienza di sé, per trasmettergli le “informazioni di base” che un cervello apprende nel suo primo percorso ossia la capacità di linguaggio, di movimento, di apprendimento basilare e così via. Insomma, le informazioni necessarie per svolgere subito il lavoro per cui il Tet li ha creati e non risultare invece esseri inebetiti che si guardano attorno attoniti come Luca Giurato.

Ma è possibile una cosa del genere?

Non sono un professorone alla Severino Antinori, ma è ovvio che nello stato attuale dell’arte scientifica -nonostante i primi successi della clonazione nelle sue forme beta- il copia-incolla dei ricordi e della personalità (quello che in pratica vi è “oltre il corpo” fisicamente riprodotto a livello cellulare) al momento non è ancora altrettanto praticabile. Teniamo conto però che stiamo parlando di una storia di fantascienza, in ogni caso ambientata in un futuro (fra circa 60 anni) in cui una tecnologia (aliena e sconosciuta, per di più) del genere lo potrebbe permettere.
Inoltre, può sembrare incredibile, ma già negli ultimi anni molte aziende hanno iniziato ad investire nello sviluppo di sistemi di archiviazione cerebrale, una specie di copia elettronica dei nostri ricordi, delle nostre esperienze e delle nostre conoscenze che possa dar vita a un “io digitale” in grado di sopravvivere al nostro corpo e far esistere un po’ di noi anche dopo l’inevitabile trapasso. E’ davvero così impensabile che fra mezzo secolo questa impalcatura di memoria latente possa essere impiantata nel cervello di un clone? Quantomeno, le copie di Tom Cruise potranno ricordarsi quali filmoni tamarri ha fatto in passato il loro originale.

Che senso ha creare un esercito di cloni in forma umana?

Bella domanda. Qui Oblivion inizia a mostrare la sua accentuata astenia. Di certo, se teniamo conto che il compito dei cloni consiste soltanto nel garantire il funzionamento delle idro-trivelle che risucchiano l’acqua dei nostri oceani e riparare droni, la loro creazione si rivela infinitamente dispendiosa. Vi è un rapporto costo-risultato che scoraggerebbe anche il più folle degli imprenditori e dei guerrafondai. Voglio dire, clonarli, educarli con falsi ricordi, convincerli di stare contribuendo alla causa umana, spedirli su quello che rimane della Terra e monitorarli continuamente non è proprio una passeggiata. Non bastavano le migliaia di droni sul Tet che stanno probabilmente tutto il giorno a prendere polvere?

Perché Julia Rusakova appena uscita dalla capsula criogenica non dice nulla al marito e aspetta un’eternità per confessargli la verità?

Beh, ad onor del vero, Julia chiede immediatamente “Dove siamo?”. Victoria e Jack rispondono presentandosi. La stramba vicenda, unita al mancato riconoscimento nei suoi confronti (e alla spilla del Tet sui loro vestiti), la deve aver insospettita. Certo, appena sveglia dopo un viaggio ibernato durato sei decenni e una sboccata alla Pulp Fiction, questa lucidità è invidiabile.

Questa faccenda della criogenia senza nudità proprio non mi va a genio…

La bimba che si vede nella conclusione è davvero la figlia di Tech 49?

Difficile dirlo. La narrazione quasi lo vuole far passare per scontato. Io personalmente non penso sia così. Certo, Tom Cruise potrebbe essere il solito uomo tutto d’un pezzo dall’ingravidamento facile in una notte sola ma non si può escludere (e a questo punto mi sembra statisticamente più probabile) che Julia sia stata farcita dal vero Jack Harper e sia poi partita per la missione spaziale con il concepimento in atto, magari giusto qualche giorno dopo il fattaccio. Nulla di incredibile, se teniamo conto delle altre forzature della trama. Molto probabilmente è andata proprio in questo modo: la sventolona russa (o estone?) ha vagato per l’orbita terrestre ibernata per sessant’anni, con il feto in grembo. Quella piccoletta ha già una vita particolare sin dal principio: concepita nel 2017, partorita nel 2077. Benjamin Button, levati proprio.

Perché alla fine Tech 49 lascia la moglie Julia da sola nella casa sul lago?

I superstiti guidati dallo Sterminatore di Re (Nikolaj Coster-Waldau) ci metteranno tre anni per ritrovarla. TRE ANNI. Che burlone, Tech 49! Va bene che ci voleva il colpo di scena finale ma qui si esagera. Come diavolo avrà fatto quella poveraccia a sfamare la sua figlioletta in questi tre anni? Cacciando i cinghiali radioattivi? Mangiandosi i vinili dei Led Zeppelin? Magari non voleva che Tech 52 la trovasse (il Petri del futuro sono sicuro che parlerà di rivalità e invidia fra cloni “fratelli”). O magari proprio non gli andava a genio il signorino che ha passato l’intera sua vita precedente a trombarsi la sorella. Bella mossa, bro. Hai già capito come funziona il gioco dei troni: mai fidarsi di nessuno.

oblivion

Almeno in questo film di fantascienza nessuno perde le mani…

Perché la storia segue proprio Tech 49? Aveva davvero qualcosa di speciale?

Ovviamente sì. Al di là della piccola prova numerica che trovano i mancati detective (49 erano gli anni di Tom Cruise quando girò il film… wooow!) e i riferimenti campati in aria di Malcolm Beech (Morgan Freeman), Tech 49 ha una predisposizione all’insubordinazione, all’amore per la sua specie e alla ricerca della sua anima vintage (il giradischi, la casa nel verde, ecc.), che non è detto sia condivisa dagli altri Tech/cloni. Mi spiego meglio.
È errato pensare che l’individualità di un individuo sia racchiusa nel suo codice genetico. Quanto sono la “stessa persona” due individui che hanno lo stesso codice genetico? Andando al bar potete incappare tranquillamente in “cloni naturali”: sto parlando dei gemelli (monovulari), che hanno esattamente lo stesso patrimonio genetico. Ma per questo sono la stessa persona? Assolutamente no. Se li separassimo alla nascita e li facessimo crescere lontani, diverrebbero soggetti del tutto diversi: la loro immagine, le loro idee, il loro carattere, il modo di vestire, atteggiarsi, portare i capelli, insomma tutto ciò che li caratterizza come esseri umani sarebbe così diverso che si potrebbe facilmente non accorgersi che sono gemelli. Avranno sempre la stessa corporatura, gli stessi occhi di un blu profondo, ma non i pensieri, le emozioni, l’anima, la visione del mondo. Insomma, saranno semplicemente individui diversi. Pensare che il DNA determini lo spirito di una persona è come pensare che due libri scritti con lo stesso inchiostro abbiano lo stesso contenuto.

Dovete sapere (breve spiegazione scientifica con tono alla Hugo Weaving) che “Noi” non siamo soltanto cervello e cognizioni/ricordi: siamo unità bio-psicologiche che, ad esempio, se fumano o bevono, fumano o bevono perché nel fegato (e non nel cervello) è localizzata questa esigenza biochimica di fumare o bere, determinata da diversi fattori. Se io questa notte trasmigrassi le mie cognizioni/memorie in un altro corpo (clonato o no), non sarei più l’io-di-adesso. Stante ciò, un mio clone non avrebbe il mio stesso fegato condizionato a fumare o bere né avrebbe la mia-di-adesso coscienza di pensare al suo/mio sé.
In parole meno astruse, un clone può avere lo stesso patrimonio genetico del modello… ma non potrà mai essere il modello stesso. Tutt’al più ne sarà una copia, con tutte le differenze dettate dalla sua evoluzione. Spero di essere stato chiaro. È un errore comune identificare l’identità di un individuo con il suo DNA, tanto che lo commette anche Kosinski, facendo capire nella sua pellicola che anche Tech 52 ha la stessa attitudine e le identiche caratteristiche individuali di Tech 49. Certo, è probabile avere interessi simili ma statisticamente quasi impossibile averli esattamente spiccicati. E poi sarebbe statisticamente impossibile che i Procol Harum possano piacere a più di una persona nel 2077.

Che fine hanno fatto gli altri Tech?

Non ci è dato sapere. Magari li hanno lasciati sulle torri di altre zone “radioattive” a fare del buon sesso in piscina ignari di tutto, come fosse una vacanza dal terribile boss Sally, improvvisamente scomparsa (Permanent vacation, direbbe Steven Tyler). O magari in questi sessant’anni non sono manco mai esisti. O, ancora, sono esistiti, sono deceduti e poi sono stati sostituiti, in un procedimento che prevedeva l’invio di due coppie alla volta (due Jack e due Victoria) nelle uniche due torri. I numeri non adiacenti (49 e 52) paiono però non andare incontro a questo ragionamento. Certo, se sono davvero tutti e 51 lì (o più), spero che non trovino tutti Julia. Altrimenti prevedo grandi bagordi per la giovane sosia di Catherine Zeta-Jones.

oblivion olga

Perché gli Scavengers (quelli “falsi” ossia gli umani superstiti) si vestono come dei mostri a metà tra bestie a quattro zampe e accoliti di Darth Vader?

È detto più volte, è semplice attrezzatura stealth. Costruita probabilmente nei ruggenti anni ’80 per girare le scene più trash di “Predator”.

E invece i “veri Scavengers” (gli alieni) come riescono a localizzare Jack tramite la sua traccia biologica, utilizzando questo semplice tool che rivela le scie di DNA di un individuo a grande distanza e traccia la traiettoria di spostamento?

Di nuovo, chiaramente sono strumenti che attualmente non sono neanche immaginabili: l’unico modo per riconoscere il DNA oggi è quello di analizzare in parallelo un campione biologico del soggetto. Devo ammettere che anche in un futuro ultra-tecnologico mi pare arduo ipotizzare una tecnica del genere senza un minimo confronto. Voglio dire, per quanto potente sia la strumentazione, Jack avrebbe dovuto quantomeno urinare, lasciare tracce di sangue o espellere in qualche modo il suo sperma (meglio non indagare sulle modalità concrete) da qualche parte attorno al sito dei ribelli. Ma sono sicuro che nel 2077 gli alieni avranno trovato un rimedio a questo problema. Peccato però che quando Tech 49 porta Malcom Beech ibernato al posto della moglie sul Tet per fare i fuochi d’artificio termonucleari, nessuno si accorge di nulla. Quanto sono sbadate queste civiltà extra-terrestri.

oblivion what

C’è qualcosa di impossibile qui, oltre alla missione.

Come faceva Malcolm Beech a sapere quale poema Tech 49 ha letto in un libro trovato a caso?

Telepatia? Nah. Serviva un’elegante scena alla Matrix, in cui il Morpheus di turno (non poteva non essere un attore nero) fa il saccente e ti spiattella in faccia la dura verità. “Sei cresciuto in un mondo fittizio, Jack Reacher”. E guarda caso quel libro sulla morte di Orazio riveste un enorme significato per i dilemmi della copia di Jack (pare una battuta in gergo Fight Club). Altra simpatica forzatura nella sceneggiatura.

E poi per quale maledetto motivo indossa sempre degli occhiali da sole?

Che domande, perché fa figo. Anche se al buio non vedi nulla. Prima di tutto questo casino e del crollo della Luna, il buon Malcolm sicuramente faceva parte di quella amabile schiera di giovanotti che vanno in discoteca con Ray Ban comprati dai marocchini e risvoltino ribelle.

oblivion occhiali

Quindi tutti gli alieni nel nostro Sistema Solare sono alla fine soltanto un Tet dentro un Tet?

Esattamente. Quando si dice un tête-à-tête.

Ciò vuol dire che Sally è l’unica forma aliena?

Sally è praticamente un HAL 9000 di 2001: Odissea Nello Spazio, che si atteggia da Dio e brama l’energia della Terra come Galactus (senza papparsi direttamente i pianeti) ma che non sa minimamente cosa sia l’onniscienza. Per inciso, proprio per questo la battuta finale di Tech 49 prima di farle fare la fine della Morte Nera (“Vaffanculo Sally!”) – davvero fuori luogo per lo stile del film, manco fosse una tamarrata vomitata da un b-movie anni ’80 – l’ho trovata molto irrispettosa. Ma sono sicuro che Kubrick, ovunque egli sia, contempli certamente il perdono. Qualcuno non diceva che è solo Dio a farlo?

 

♦ Conclusioni

La science fiction cinematografica ha sempre avuto le sue discrete pecche, specie quella attuale. Salvo rari casi, è il suo stesso imperativo a condannarla: deve piacere alle folle. E, per piacere, deve essere comprensibile e allo stesso tempo riconducibile agli schemi mentali della massa. Se non vi è immedesimazione unita a spettacolarità, tale massa non va al cinema. I finanziatori dell’opera non rientrano delle spese e si arrabbiano molto. Fine della storia.
Sì, Oblivion ha notevoli vuoti, come si è visto (ve ne sono molti altri minori, che per motivi di lunghezza non posso trattare). L’approccio scientifico utilizzato ne ha messo in mostra anche le diverse incongruenze. E’ necessario ragionare in questi termini perché un determinato grado di plausibilità scientifica è sempre requisito essenziale e invariabile per questo genere popolare. Non dimentichiamoci però che si tratta pur sempre di un’opera di fantasia. Insistere eccessivamente solo su determinate debolezze rischia di sminuire i pregi del lavoro in questione.  È anche vero che di contenuto ha ben poco di originale: più che altro, attinge a piene mani spudoratamente da molti film di fantascienza oggi considerati dei veri classici. In sua difesa, posso dire che mescola in modo discretamente naturale gli ingredienti, con accorgimenti oltre la media ed un impatto estetico di non poco conto. Potremmo dire che la pellicola stessa è un vero e proprio “clone” di masterpieces più grandi ma dotata di uno sviluppo che la contraddistingue in positivo. Per godere di essa, il segreto sta tutto nel servirsi della ragione e tenersi immune dalle sue… dimenticanze. Per il resto, trovo ragionevole provare rispetto per la bontà dell’opera di Kosinski. Ricordiamoci anche il famoso brocardo di Picasso:

I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano.

Guai ad osannarlo come capolavoro, aggiungo io.

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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