#CineInterpreter: The Departed e la criptica busta

Doverose delucidazioni scorsesiane su quesiti solo apparentemente macchinosi

Di recente, in occasione della periodica messa in onda su Mediaset di “The Departed”, caposaldo del periodo moderno di Martin Scorsese e degno (non superiore, non fate gli eretici) remake del hongkonghese “Infernal Affairs”, la mia attenzione è stata attirata con non poca amarezza dalle dure accuse di buchi di sceneggiatura alla pellicola in questione, mosse da soggetti evidentemente non particolarmente avvezzi alla nobile arte della ginnastica mentale.

Su tutte, la scena più pesantemente incriminata che ha generato tanti (troppi per i miei gusti) dubbi di comprensione vede il protagonista Billy Costigan (l’agente di polizia infiltrato tra le cosche mafiose di Boston, interpretato da un Leonardo DiCaprio in fase di esponenziale crescita) consegnare di persona una busta di colore giallo alla gnocca psichiatra sua amante (Vera Farmiga), vertice comune di un involontario triangolo amoroso proprio con l’irlandese Colin Sullivan (l’onestissimo Matt Damon, talpa nella Polizia di Stato fedele al boss Costello-Nicholson). Di tale busta (la cui apertura non è mai visivamente comprovata nel film), una volta chiusa nel cassetto dell’appartamento dell’esperta in psicoanalisi dal Valium moderatamente difficile per gli standard americani, se ne perdono in apparenza le tracce, ravvisabili soltanto tramite un piccolo accenno di intuito che possa guidarci tra gli ingranaggi della meta-trama, ossia al di là del mostrato. Il thriller originale di Andrew Lau e Alan Mak inoltre non pare offrire numerosi appigli al ragionamento esplicativo, in quanto nel corrispettivo orientale il rapporto con l’analista è ancora più adombrato e difetta di questa dinamica sibillina. In poche parole, siamo di fronte ad un trucchetto puramente scorsesiano, né più né meno.

Ebbene, niente panico. Oggi, chiariremo agilmente questo quesito solo a prima vista machiavellico, in virtù della sua notevole importanza per la conclusione e la piena comprensione. Resta la solita avvertenza di interrompere la lettura se non avete ancora visto il lungometraggio in oggetto, dato che dovrò sviscerarne in qualche modo le battute finali.

Orsù gente alle banche, mettete in sottofondo “Comfortably Numb” e seguitemi belli carichi.

The Departed busta

Con un tatuaggio del genere, la galera può accompagnare solo.

Ricapitoliamo.

Di certo Billy Costigan, sebbene con ogni probabilità non si aspettasse la carneficina finale dell’ultima decina di minuti incandescenti, non era ottimista riguardo la sua sorte e l’esito dell’impresa che stava tentando di concludere in un modo o nell’altro. Decide perciò di assicurarsi contro la concreta possibilità di lasciarci le penne e di far scappare indenne la talpa-dai-denti-schifosi-e-aguzzi Sullivan. Così, prima di spedire all’indirizzo di lusso di quest’ultimo una prima busta con le registrazioni che lo incastrano e provocarne la reazione con il conseguente appuntamento finale sul tetto al 344 Wash, consegna – con l’avvertenza di aprirla solo in caso di sua morte o di una sua esplicita indicazione nelle successive due settimane – una seconda busta gialla alla “sola e unica persona di cui può fidarsi” ossia la psichiatra fiancé dello stesso Sullivan, incontrandola nell’androne dell’appartamento di lei poco prima che traslochi.

Warning: Costigan è sin dal principio a conoscenza della relazione sentimentale della psichiatra di cui è innamorato ma non ha mai saputo né mai saprà che il fidanzato che lei stava tradendo sia in realtà proprio Sullivan, la talpa nel dipartimento che stava cercando di scovare (si stavano cercando a vicenda, a dir la verità). Costigan non sa quindi che a casa di Sullivan ora vive anche la ragazza e che lei dunque scoprirà subito ogni cosa aprendo la prima busta indirizzata a Sullivan e non quella destinata a lei, incuriosita dal nome del mittente (appunto Costigan).

Ecco il fulcro: dopo l’apertura della prima busta, il contenuto della seconda nello svolgimento successivo non viene più mostrato, perso nel turbinio di brutali morti e funerali. Eppure, non preoccupatevi: con il lieve sforzo mentale a cui Scorsese ci chiama, possiamo arrivarci in modo agevole, chiudendo senza grossi affaticamenti il segmento perfettamente circolare.
Verosimilmente, all’interno di essa altro non ci sarebbero che i doppioni delle prove schiaccianti spedite a Sullivan, consegnati alla donna con l’indicazione di farli pervenire all’ex-sergente Dignam (Mark Wahlberg, ultimo tassello del puzzle conclusivo che non avevamo ancora introdotto) in caso di insuccesso o di sua morte, sottolineando con le parole “Non sapevo proprio da chi altri andare” l’impossibilità di contattare l’unico suo “alleato” rimastogli, in quanto dimessosi (o la definitiva perdita di fiducia anche nei suoi confronti, dato lo scarso feeling). Insomma, in poche parole Costigan usa la donna come back-up, come una sorta di polizza vita o, se vogliamo, come ultima carta del mazzo per poter incastrare Sullivan ed evitare il solito insabbiamento, nel malaugurato caso in cui tutto fosse andato in vacca. Cosa che, in effetti, poi succede.

the departed busta

In via più ipotetica, richiamando il rapporto con l’analista dell’originale (“Conserva il mio segreto”), ritengo personalmente che il materiale probatorio nella seconda busta gialla sarebbe anche verosimilmente accompagnato da una confessione più spontanea ed aperta per la psichiatra con cui il buon Leo voleva mettersi insieme e con cui invece era riuscito in vita a condividere solo una notte amorosa (ma perchè il poveraccio nei film riesce a farsi le ragazze solo una volta? Fa a malapena in tempo a portarsele a letto, che poi inizia puntualmente il finimondo. Che sia una sorta di contrappasso per il lusso della sua vita reale? ndr). Tramite essa, Costigan le avrebbe potuto spiegare la sua vera identità (criptata da password e poi definitivamente cancellata ovunque da quel simpaticone di Sullivan) di infiltrato nella banda di Costello e non di cadetto cacciato dalla polizia e sempre nei guai con la legge come le era stato fatto credere, dando così almeno – sempre in caso di morte – un senso a quello che era rimasto della sua vita, a tutto quel casino e alla maledetta avventura da poliziotto che prima tanto aveva voluto e che, se fosse sopravvissuto, disgustato quanto era, avrebbe sicuramente lasciato.

Il valzer si conclude post-mortem con il passaggio di informazioni dalla psichiatra a Dignam, che decide di freddare Sullivan introducendosi in casa sua, non potendo fare affidamento sulla polizia, sempre azzannata dalla morsa della corruzione. Il cerchio si chiude, tutti scontano la pena, il male non la fa franca, neanche chi si redime dal proprio passato come ad Hong Kong.

E questo è quanto. Sic est. Semplice e veloce.

departed busta gialla

Non si piange neanche sugli irlandesi versati.

Ad onor del vero, andando verso la conclusione, vi suggerisco anche una seconda pista minoritaria che ho ricostruito in via collaterale ragionando sul dualismo romantico dell’originale e che in effetti potrebbe anch’essa filare, se si escludesse l’anello Dignam e si supponesse che l’ex-sergente abbia chiuso il caso in via autonoma, arrivando a Sullivan da solo. Il contenuto della seconda busta gialla in tal caso sarebbe soltanto l’identità di Costigan e/o una dichiarazione romantica nei confronti della psichiatra (il sesso con i Pink Floyd in sottofondo fa perdere la testa, specie se alla voce c’è pure Van Morrison), con le prove mandate al solo Sullivan per attirarlo (i doppioni chissà dove). Insomma, da una parte il tentativo di chiudere la faccenda, dall’altra la confessione. E non l’arma a doppio taglio come nella prima ricostruzione. Se fosse morto, la psichiatra avrebbe semplicemente saputo non a voce, ma almeno per iscritto, che lui la amava. E tanti saluti.

Eppure non mi convince più di tanto. Ha poco senso e troppo amore per i miei gusti. Sa troppo di Interstellar. Potrebbe essere, certo. Forse sì. Forse no. Forse vaffanculo.

Alla prossima, gentaglia.

 

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Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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