Resident Evil 7 – Biohazard: Ritorno all’orrore

Addio vacuo spavento. Bentornata angoscia, bentornata paura.

 

Una villa in mezzo al nulla, in completo stato di abbandono, o forse no. Qualcosa non quadra, qualcosa è andato storto. Ethan ha perso ogni traccia di sua moglie mia da tre anni. Si è convinto che sia morta, ma un videomessaggio con lei protagonista, filmato molto di recente, riaccende in lui una flebile speranza, anche se non ha la più pallida idea verso chi e cosa sta andando in contro.

Questo è l’incipit di Resident Evil 7 – Biohazard (in terra nipponica il titolo è esattamente capovolto, ovvero Biohazard 7 – Resident Evil, dato che il brand in origine ha proprio quel nome). In verità potremmo chiamarlo Resident Evil – Biohazard (o se siete giapponesi Biohazard – Resident Evil), senza numerazione, perché in un certo qual modo potremmo anche interpretarlo come una sorta di potenziale reboot della serie. E Dio Santo Capcom per una volta ha fatto una cosa giusta.

Resident Evil 7 - In Media Rex

“Dov’è Jill? E Chris? Senza di loro non è residentivol! E Leon?!”

Manca solo l’indignazione contro le scie chimiche e il NWO, e siamo in carrozza. Ma il sottoscritto è uomo di luce, dall’animo zen e risponderà pacatamente: vedere per l’ennesima volta un soldato delle forze speciali che da 15 anni ha 30 anni e che nel frattempo è diventato un incrocio tra un Blade un po’ più pallido e un John Cena un po’ meno cafone no, non ne avevo voglia. Vedere Jill di nuovo che spara a destra e a manca in Africa, in America, in Europa, nella tundra o tra le piantagioni di palma della Ferrero non ne avevo voglia. Soprattutto, non avevo voglia di giocare ancora con uno sparatutto in terza persona con zombie o persone-infettate-che-però-sono-comunque-zombie.

 Perché? Semplice: l’horror nei capitoli 5 e 6 di Resident Evil era del tutto assente, soppiantato da adrenalinici assalti di vivi-ma-non-più-vivi. Quello è, al massimo, spavento, non paura, non angoscia. Ti spaventi se qualcosa ti salta addosso all’improvviso mentre stai massacrando duecento umarelles-zombie. Avere paura è essere in costante tensione, paura è voler cercare una soluzione e non poterla trovare immediatamente. Procedere sopraffatti dall’angoscia è attraversare un corridoio ed essere sempre all’erta perché non sai se accadrà qualcosa, da chi o se verrai assalito. È non aver certezza di cosa possa accadere, è non avere la sicurezza di essere al sicuro, nemmeno per 5 secondi.  Trovarmi dinanzi a un Dead Rising meno caciarone e più serio spacciandolo per un nuovo capitolo di Resident Evil? No, grazie.

“Jill è a cardio-fitness. Chris vende i gelati a Pordenone. Ethan si veste male ed è nei guai”

E che guai. Serissimi guai. Oltre a sperare che camicia e pantaloni non gli siano costati più di 10 euro in svendita all’outlet di Bershka, Il giovanotto è dannatamente più simile ai Chris e Jill del videogioco originale di quanto non si possa immaginare: una residenza nel nulla, apparentemente disabitata e voi non sapete minimamente cosa diavolo vi aspetta. Che tu abbia una divisa figa o un gusto nel vestire orribile, che tu sia un omone con addestramento militare o un ragioniere il cui unico scopo oramai è sapere cosa diavolo sia capitato a tua moglie, non importa: avete entrambi una strizza fottuta. La differenza è come e quanto riuscite a nasconderla, ma sotto sotto vi state cagando addosso dalla paura (perdonate il francesismo).

Ecco perché dico che Resident Evil 7 è nettamente più vicino alle radici della serie di quanto non fossero i due precedenti capitoli: c’è di nuovo paura, c’è di nuovo angoscia, l’unica vostra sicurezza è che troverete poche armi, pochissime munizioni e che siete braccati. Per tutto il tempo. E la visuale in prima persona è la scelta migliore che in Capcom potessero mai fare, perché amplifica tutto ciò in maniera letteralmente angosciante. E col cavolo verde che trovate medikit a iosa o che la vostra vita si rigenera come d’incanto. L’allegra famigliola dei Baker non è composta da zombie, vero, ma diciamo la verità: i non-morti hanno sfibrato l’anima anche al più puro amante dell’horror. Negli ultimi anni sono riusciti ad infilarli anche in franchise dove non c’entrano un emerito zufolo di Pan, sono stati talmente inflazionati che vien da chiedersi un po’ indispettiti perché in Civilization non abbiano inserito la possibilità di un attacco zombie come arma/minaccia.

Resident evil 7 - In Media Rex

“Salve, c’è Gigi?” “No” “E la cremeria?” “Nemmeno” “Ah…”

“Ma se non ci sono zomb…” “Taci, per carità divina”

C’è follia, c’è del malsano, c’è qualcosa che si è insinuato sottotraccia, sottopelle, qualcosa che comprendi solo nelle fasi avanzate del gioco. Non c’è una storia spiattellata per filo e per segno sin dall’inizio: sei a casa, forse sai più o meno come muoverti, ma non sai cosa ti aspetta. Esattamente come ventuno anni fa. È questa la vera forza di Resident Evil 7, il tutto coadiuvato da un comparto grafico progettato appositamente e dalla resa davvero molto efficace. Non perfetto in tutto e per tutto, ma fa il suo sporco lavoro molto bene su PS4 pro, farà altrettanto e anche di più su personal computer con configurazione da guerra nucleare. Il qui presente scribacchino non ha provato Resident Evil 7 col VR perché aveva finito le mutande pulite (apprezzate quantomeno la sincerità), ma da quel che ho potuto recepire dall’altrui esperienza, è stato fatto un ottimo lavoro per quanto concerne l’evitare malesseri dovuti agli spostamenti del personaggio.

Resident Evil 7

“Questa doveva essere una serata speciale”

E lo è stata. Non nel senso più positivo e luminoso del termine, non per Ethan, almeno. L’horror è tornato, la forza portare nuovamente in vita un brand come Resident Evil  c’è tutta in questo settimo episodio. Si doveva ricominciare da capo, sradicando le erbacce che stavano soffocando la pianta, potando i rami malati, dando nuova linfa alle radici. Questo è Resident Evil 7 – Biohazard. O meglio, questo è Resident Evil – Biohazard.

Andrea Mariano

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi’s 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199… dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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