Cose molto sbagliate nei videogiochi #6: Resident Evil 6 e altre pubblicità inquietanti

Modi poco invitanti di pubblicizzare le proprie creature videoludiche

C’è stato un momento (magari non un istante preciso, sicuramente una fase di transizione) in cui i videogiochi sono venuti fuori dalla loro nicchia di gingilli per nerd antisociali, diventando un fenomeno di costume prima ancora che di massa. Inevitabile, come per qualsiasi cosa che sia percepibile da uno dei cinque sensi e che interessi a più di una mezza dozzina di persone, pochissimo c’è voluto perché anche i videogiochi cominciassero ad avere a che fare con l’orribile mondo della pubblicità. Tra terrificanti reclame di nuove console e idee di marketing quantomeno discutibili e bizzarri product placement, è stato creato fin da subito terreno fertile per nuove controversie.


Resident Evil 6 (Capcom, 2012)

Human Bodies sta facendo parlare di sé da svariati mesi, tra donne inferocite che lanciano passeggini contro anatomici uomini vitruviani, maliziose adolescenti che palpeggiano cadaveri impagliati, e un’opinione pubblica generalmente combattuta sull’opportunità di mettere in mostra come attrazioni muscoli, tendini e ossa. E tutto questo malgrado la definizione più o meno impropria di “arte”, in generale, garantisca l’accettazione di qualsiasi bestialità. Pensate adesso, invece, quanto scalpore debba fare trovare, in mezzo al famoso mercato della carne londinese di Smithfield, una bottega dal nome Wesker & Son commerciante in un unico tipo di prelibatezze: la carne umana. È stata questa la gran mossa di Capcom per la promozione del sesto titolo della sua storica saga: toraci, mani, braccia e tanti altri pregiati prodotti (particolarmente invitanti le “salsicce umane al pepe e limone”) veramente in vendita, a prezzi anche accessibili… e ovviamente ottenuti a partire da più canonici carni suine. Il risultato, tra messaggi di terrore a bomboletta rossa e ditate insanguinate sulle pareti, è stato comunque fortissimo. Come stranezza finale, tutto il ricavato è stato devoluto a una no-profit che fornisce assistenza agli amputati.

Un po’ come… Shadow Man 2econd Coming (Acclaim, 2006)

Sempre con tematica la morte, sempre nella sventurata Gran Bretagna. Con un gusto che compete con le modelle di Intimissimi appiccicate sul Duomo di Milano, le pubblicità del secondo capitolo della serie action-horror vennero piazzate all’interno dei cimiteri. Ai familiari dei defunti “selezionati” per la campagna veniva proposto un contributo per il sostenimento delle spese funebri. Quella qui sotto pare essere l’unica sgranata testimonianza dell’interrete (a parte vari comunicati stampa e annunci).


Xbox (2001)

 

“La vita è breve”: un motto incoraggiante usato da molti, in qualsiasi epoca, tendenzialmente come invito motivazionale a gioire di ciò che si ha di bello, di avere slanci edonistici nei confronti di ciò che ci circonda. Presentandosi in gran pompa come principale concorrente per l’apparentemente inattaccabile Sony, Microsoft prese a prestito questo slogan per una pubblicità della propria Xbox, tirando fuori una clip che era un amaro invito al suicidio, come unica soluzione a un mondo di allucinanti brutture. Questa la sinossi dello spot, messo al bando da svariati paesi: come nella barzelletta che si concludeva con l’intervento di Pagliuca o di Buffon (a seconda del decennio), una urlante partoriente dà vita a un bambino-missile inizialmente asessuato che sfonda la finestra della camera d’ospedale, e percorre incalcolabili distanze nella troposfera. Durante il tragitto, lo sventurato essere (che nel frattempo si scopre essere di sesso maschile) urla, invecchia rapidissimamente e termina la sua folle corsa direttamente all’interno della bara a lui dedicata. Magari, se fosse accaduto qualche anno dopo, i familiari avrebbero potuto stringere accordi commerciali con Acclaim.

Un po’ come… Sega Saturn (1995)

Come se l’Aperol parlasse di cirrosi epatica nei propri spot: in pieni anni ’90, quando erano ancora tanti a credere che i videogiochi fossero al tempo stesso una terribile droga sintetica e la morte del sistema visivo umano, Sega (già a partire dal nome una minaccia per la vista) metteva in un concentratissimo spot di un minuto e mezzo auto da corsa, strani laboratori e un marchingegno che rimuoveva gli occhi dal cranio di un malcapitato per appiccicarli su un videogioco. Il motto: “The Game is Never Over”.


Alien vs Predator (Rebellion, 1994)

Lo sparatutto in prima persona di Rebellion, poi capostipite di un lungo franchise multi-piattaforma, era effettivamente un gran bel giocone, e le numerose vendite lo piazzarono nel novero dei titoli di maggior successo pubblicati per Atari Jaguar (vendette quindi, probabilmente, dalle 5 alle 10 copie). Il tutto nonostante il clamoroso tentativo di autosabotaggio dei geniali addetti al marketing della compagnia, che decisero di porre il videogiocatore stesso all’interno di un buio contesto horror, e comunicando l’incoraggiante messaggio: “gioca ad Alien vs Predator, e presto ti troverai alle tue spalle un simpatico alieno che ha appena ucciso tua madre e che usa il suo braccio inerte per farti dei simpatici scherzetti”. A rendere il tutto ancora più brutto, la voce di Vin Diesel. Sì, esisteva già nel 1994.

Un po’ come… NES (1987)

Le statistiche dicono che il Nintendo Entertainment System non abbia mai avuto particolare successo nella terra dei canguri: i numeri acquisiscono una spiegazione razionale se si vede con quali spot la casa giapponese voleva esportare da quelle parti la propria creatura. I carinissimi personaggi di Duck Hunt, Super Mario e altri storici e inoffensivi giochi prendono vita sotto forma di minacciose creature 3D, estratte direttamente dai peggiori incubi di grafici psicotici e anche dal talento questionabile. “You Cannot Beat Us“, dicono: ci voleva una gran dose di coraggio anche a provarci.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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