La Nostalgia fa Novanta: Bugs Bunny – Lost In Time

“HEEEEEEEY”

Uno dei più ridicoli aneddoti che mi piace raccontare per irridere il giovine me stesso (oltre a quando ero convinto che il correttore liquido rimuovesse i tratti di penna anche dai jeans) è relativo a quel meraviglioso videogioco intitolato Bugs Bunny: Lost in Time. A un certo punto, quando le peripezie del fastidiosissimo coniglio della Warner Bros erano già arrivate al Medioevo, veniva sbloccato un potere che permetteva di effettuare dei super-salti qualora, in-game, ci si trovasse su delle piastrelle violacee con una molla disegnata. Come da istruzioni del Mago Merlino, per effettuare tale stupefacente mossa occorreva che si pronunciasse “olli-olli-ulla-oh“. Il giovine me stesso, evidentemente sprovvisto dell’arguzia necessaria per capire che sarebbe stato Bugs Bunny a pronunciare “olli-olli-ulla-oh” previa pressione del comunissimo tasto azione, provò, ovviamente senza successo, a dire la formula magica a voce alta, lui stesso. E rimase incapace di proseguire nel gioco per lungo, lungo tempo. Sipario.

Risultati immagini per bugs bunny lost in time

Fantastico, perfetto, hai completato questo livello!

Aneddoti di personale tristezza a parte, Bugs Bunny: Lost in Time ha dalla sua una serie infinita di motivi che possono farlo assurgere ad assoluto emblema di quella enorme famiglia di videogiochi nobilitati dall’enorme aura nostalgica che li circonda. A cominciare dalla genesi, dall’essere uno di quelle migliaia di titoli dal soggetto made in Warner Bros che letteralmente invasero la prima playstation, quando ancora i giochi su licenza erano visti con sospetto come più che probabili efferate scempiaggini. Eppure Bugs Bunny, così come il suo seguito che introduceva Taz, o gli altri titoli dedicati al lupo Ralph e alla sua ossessione per le pecore, erano tutto meno che malvagio, malgrado comparti grafici imbarazzanti in cui i poligoni erano tendenzialmente cinque per schermata e le telecamere giravano come trottole, specialmente durante i salti più complessi.

Bugs Bunny: Lost in Time era un platform lunghissimo e coriaceo, pieno di robacce collezionabili (le carote normali, le carote d’oro, le sveglie) senza raccogliere le quali non si poteva neanche andare avanti, di nemici cerebrolesi, di orrende variazioni sul tema platform che tanto in voga erano in quei periodi (le immanacabili corse in moto/macchina, possibilmente ancor peggiori di quelle del contemporaneo Crash Bandicoot 3) e di quegli adorabili passaggi difficilissimi che oggi farebbero quasi urlare al Dark souls. Era e rimane anche la migliore raccolta di macchiette Warner, che permetteva di lanciare incudini o barilotti di dinamite su Yosemite sam o di fare bruciare il culo a Marvin il Marziano con i suoi stessi laser, oltre a riproporre le tipiche scene delle caccia in cui salvarsi e lasciare l’anatra a prendersi fucilate. Inutile dire che c’è tutto un utilizzo di armi da fuoco, esplosivi, incudini, armi bianche e armi aliene (e relativi smembramenti dovuti a esse) che procurerebbe oggi al titolo un glorioso 18+ e che ai tempi era ancora annoverabile nel bollino E.

Ciascuno di questi salti potrebbe essere ripetuto dalle 50 alle 100 volte.

Ma sono due le cose che mi faranno ricordare di Lost in Time, rispettivamente, con più malinconia e con più raccapriccio. La prima: il meccanismo di distribuzione del titolo, che fu pioniere, qualche tempo dopo l’uscita, di quei meravigliosi dischetti per PC che facevano capolino dalle confezioni dei cereali, e che fanno sembrare l’attuale predominanza del digitale e di steam un assoluto trionfo della tristezza. La seconda, invece, una caratteristica in-game: nel mezzo di effetti sonori e di musiche di qualità infima, quel terrificante “HEEEEEEEEEEY” che il coniglio emetteva a ogni minimo contatto con un nemico. Che sono tuttora tentato di adottare io stesso come aggraziata e universale manifestazione di fastidio. E che, malgrado l’assenza di compilation su YouTube (che ho cercato, senza esito) sono sicuro continua e continuerà a risuonare per sempre nelle menti di chi abbia avuto la sventura di sentirlo.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *