I Love You To Bits: il compromesso prog dance per fare ballare gli snob

Appunti sparsi al primo ascolto dell’ultima fatica dei no-man

Se i Daft Punk ad inizio carriera non si fossero fatti conoscere senza casco, dopo l’ascolto di I Love You To Bits avrei pensato che dietro al duo di Get Lucky ci fossero stati Tim Bowness e Steven Wilson, impegnati a scrivere hit in incognito per non far arrabbiare gli autoironici e per nulla permalosi fan prog (di cui chi scrive fa parte, sia chiaro).

In questo scenario, I Love You To Bits sarebbe stato il disco con cui i due sarebbero usciti allo scoperto, producendo due suite (termine prog) electro dance (termine pop) su una storia d’amore finita (termine pop) e con assoli complicatissimi di David Kollar e Adam Holzman (c’è più prog in questo elemento della frase che in Close to the Edge).

Perché I Love You To Bits è proprio quello che già nel 1994 Bowness e Wilson avevano pensato: una sinfonia dance che prende i Pink Floyd e Donna Summer e li fa accoppiare in uno studio di registrazione ad Hemel Hempstead.

Le due suite – con le loro casse in quarti che si alternano a momenti più trascendentali o si fanno da base per assoli di chitarra iper effettata e piano elettrico – sono il perfetto compromesso tra chi vuole ballare pur continuando a tirarsela per i suoi gusti superiori e chi non riesce a restare sveglio su un pezzo di 27 minuti in 11/8 ma spera comunque di farsi passare per un intenditore.

Il fatto che il disco sia stato un progetto secondario non solo per le carriere di Bowness e Wilson ma anche per gli stessi no-man comporta che ci siano dei difetti – un paio di passaggi tra le varie fasi delle suite potrebbero essere più curati, il testo un attimo più complesso – ma nel complesso I Love You To Bits è un lavoro eccellente, conferma che si può essere prog utilizzando qualsiasi vocabolario musicale, non solo il rock o il metal.

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