Kurt Cobain 50: Il grunge nelle foto di Michael Lavine

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Ritrovare un amico, una parte di sé. Grazie Michael Lavine.

“… ‘Cause I fell on black day”. Esco dalla mostra e Chris mi sussurra questo.

Con i Nirvana ho un problema, un grosso problema. O meglio, “problema” non è un termine appropriato. Con i Nirvana ho un rapporto estremamente stretto, particolare. Sarà per questo che poco prima di entrare alla Galleria d’arte contemporanea Ono di Bologna istintivamente faccio un sospiro profondo, come se dovessi farmi coraggio. Non l’ho fatto volontariamente, è successo e basta. E bastano delle foto di Michael Lavine, le prime due, enormi, con Kurt che ti guarda mentre superi la soglia, per farti stampare in faccia un sorriso un po’ amaro, come quando incontri di nuovo dopo tanto tempo un amico. O una parte di te.

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Ecco, i Nirvana, Kurt, sono stati fondamentali per me, perché sono stati uno specchio. Ascoltavo e mi rivedevo. Vedevo Kurt e mi rivedevo, quantomeno nelle sensazioni di inadeguatezza, incertezza, timidezza, necessità di trovare una valvola di sfogo per superare certi momenti. Forse è anche per questo che ho voluto iniziare a suonare la chitarra. Male, ma era lo strumento per sfogarsi un po’. Catarsi, direbbe qualcuno. Vedo quelle fotografie, il sorriso amaro compare scatto dopo scatto. E sai che puoi anche non ascoltare più l’Unplugged o In Utero in continuazione come un tempo, ma i Nirvana rimangono sottotraccia sempre. Kurt rimane.

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Non assurgo la sua figura a quella di divinità personale, non ho una idolatria nei suoi confronti. In Kurt ho sempre visto un amico che aveva vissuto situazioni simili, o comunque aveva provato delle sensazioni simili a quelle mie. Non capire perché un ragazzo con una felpa tre volte più grande di lui urli ma sentire che ti smuove qualcosa dentro, sentirlo proprio. Ascoltavo i Nirvana e mi specchiavo. Loro sono stati per tempo immemore lo specchio in cui vedevo riflessa la mia immagine. Vedevo Kurt e vedevo un po’ di me. Ascoltavo Kurt e capivo cosa avevo io. Non lo idolatro perché ha compiuto scelte discutibili, ma gli voglio bene, ancora. Come a un amico, un fratello, come a una persona a cui sei legato e che avresti voluto avere sempre vicino, che hai avuto sempre vicino. Che hai ancora vicino.

Sempre una coltellata, leggera ma fastidiosa, dolorosa. Non secca, non la fitta che di lì a poco fa finire tutto. Una ferita, non profonda, sempre aperta, con il coltello sempre lì, per non consentirle di rimarginarsi. La cicatrice ogni tanto si riapre.

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Ciao Kurt, grazie Michael. Sono incontri che fanno piacere, anche se una parte di se stessi torna a sanguinare. Consciamente non sai nemmeno perché, ma alla fine, forse, è segno che il legame c’è ancora. Con una parte di te che c’è sempre.

Andrea Mariano

Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)
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Prigioniero degli anni ‘90, da tempo il soggetto in esame sfrutta il prodigio demoniaco chiamato internet per poter sproloquiare di ciò che lo appassiona e di ciò che lo cruccia, il tutto indossando camicia a quadri, Levi's 501 e Dr. Martens. Ha svolto tutto ciò su SpazioRock.it dal 199... dal 2010 al 2016. Ora è qui (ma va?). Odora leggermente di cavolo (cit. Theme Hospital)

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