A Perferct Circle – Eat The Elephant

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Questa volta l’elefante è stato messo in scacco da un topo di mezzo centimetro

In inglese esiste un detto, chissà se proveniente dalla “gloriosa” epoca in cui l’Impero Britannico combinava macelli in India, che recita: “Eat the elephant one bite at a time”, mangia l’elefante un morso alla volta. Si tratta di un consiglio da seguire ogniqualvolta ci si trova dinanzi a un obiettivo di difficile portata e irraggiungibile in un unico sforzo sovrumano, che invita piuttosto a procedere per tappe (o morsi) intermedie; il rischio, in questi casi, è scoraggiarsi nel mezzo del cammino e abbandonarlo prima del suo compimento. Un po’ la metafora perfetta di tutti coloro che oggigiorno si formano e aggiornano senza sosta, sulla strada verso il lavoro dei propri sogni.

Molto meno drammaticamente, Eat the Elephant, la nuova fatica discografica di A Perfect Circle, creatura artistica del duopolio Billy Howerdel – Maynard James Keenan, si pone quale traguardo tagliato dalla band dopo quattordici anni dall’ultimo capitolo che non fosse un live o un best-of, ovvero l’ottima e ispirata raccolta di cover riarrangiate “eMOTIVe”. Nel mezzo, il progetto ASHES dIVIDE a firma Howerdel, un disco dei Tool (incredibile, ma vero!), diversi con i Puscifer e svariate annate vinicole per Keenan e la proverbiale tanta acqua passata sotto i ponti. Un elefante, il nuovo album, che ha finalmente visto la luce; non divorato, ma assemblato pezzo per pezzo nel corso degli anni, con la speranza di raggiungere le papille gustative dei fan come una bottiglia di buon Chianti invecchiato.

Le aspettative non erano forse alte come nel caso della band-madre del nostro vocalist (vi sfido a trovare un’uscita discografica più attesa in ambito rock/metal), ma sarebbe inesatto e irriguardoso considerare A Perfect Circle come un progetto di minor valore: i loro primi due album, Mer de Noms e il successivo Thirteenth Step, ne hanno fatto un gruppo di culto tra gli appassionati di musica alternativa, grazie a una vena compositiva decisamente sopra la media, un suono potente ma al contempo etereo e, ovviamente, l’eccezionale espressività vocale del proprio frontman (se così può essere definito, vista la sua abitudine a posizionarsi in secondo piano sul palco e a “nascondere” burlescamente la propria immagine dietro parrucche di vario tipo). Quindi sì, al netto di tutto ciò il disco in questione era davvero tra i più attesi da diversi anni a questa parte.

Un lungo silenzio che viene infranto dolcemente, come dalle prime gocce di pioggia che iniziano a cadere sulla superficie di un lago increspandola, dall’attacco del brano che dà anche il titolo all’opera, a metà tra jazz e trip-hop. Balza subito all’orecchio una differenza di approccio fondamentale rispetto al passato, che si riverbererà a più riprese lungo l’ascolto: la predilezione del pianoforte come strumento portante, a cui fa da contraltare una parziale relegazione delle chitarre al ruolo di comprimarie – cambio già parzialmente percepibile nel momento in cui i nostri ci avevano salutato, quattordici anni fa. La sensazione viene confermata dalla successiva “Disillusioned”, uno dei singoli lanciati nei mesi scorsi come apripista, che a una prima parte più in linea con le tipiche atmosfere evocate dalla band (seppure qui meno energiche) alterna un bridge che, penetrato nel cuore del brano, scema fino a lasciare l’intera scena all’avorio dei tasti, per poi ripartire e chiudersi nuovamente con il bridge, in un andamento sinusoidale o, se preferite, perfettamente circolare. L’arpeggiata “The Contrarian”, impreziosita da un sapiente lavoro di arrangiamento, e gli altri singoli pubblicati prima dell’uscita dell’album – “The Doomed”, “So Long, and Thanks for All the Fish” e “TalkTalk” – completano una prima metà complessivamente soddisfacente, se si eccettua la seconda traccia fra queste tre, gradevole brano pop-rock che, tra un chiaro tributo al ciclo fantascientifico di “Guida Galattica per Autostoppisti” di Douglas Adams e numerosi riferimenti alla pochezza del mondo virtuale dominato dai social media, descrive scanzonatamente uno scenario in marcia verso l’apocalisse, tentando l’ossimoro ma limitandosi a un discreto potenziale radiofonico che difficilmente lascerà segni a lungo termine nel cuore dei fan, se non per un leggero senso di straniamento nella sua associazione con la band.

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“By and Down the River” rappresenta al tempo stesso un nuovo picco del disco e un preoccupante allarme, vista la sua presenza già nella raccolta Three Sixty, datata 2013. Che il flusso d’idee abbia sofferto di una certa siccità nonostante (o forse proprio a loro causa) i quattordici anni trascorsi? Scomoda sensazione purtroppo confermata dalla seconda metà del disco che, se si eccettua lo strumentale pianistico “DLB” (vagamente riconducibile al periodo “Wish” di The Cure) scivola anonima verso la sua conclusione, tra nuove derive pop-rock (“Delicious”), escursioni nell’elettronica (“Hourglass” e “Get the Lead Out”) e trascurabili riempitivi (“Feathers”). Merita un discorso a parte l’impianto lirico, quanto mai critico nei confronti di politica, religione (tema molto caro al nostro Maynard) e approccio alla vita in generale. Interessante, a tal proposito, la dicotomia testuale che, con aspra efficacia, viene tracciata tra solitudine (a cui siamo abbandonati da politici e autorità religiose che predicano bene e razzolano male, attraverso stili di vita segnati da una dilagante superficialità) e autentica connessione sociale, possibile solo attraverso la semplicità e il legame concreto con la terra e le persone che ci circondano.

Dopo ripetuti ascolti, la sensazione è che poche tracce resteranno nella testa e nel cuore dell’ascoltatore, nonostante lo spessore degli artisti chiamati in causa, la produzione eccelsa e il talento vocale di Maynard James Keenan, questo sì migliorato col tempo come il buon vino; e tutto ciò non per via di un anacronistico attaccamento alle produzioni passate della band, ormai vecchie di oltre un decennio, ma di un’ispirazione che, sebbene fosse impensabile poter ritrovare carica dell’urgenza dei giorni che furono, a tratti sembra latitare e affievolirsi nell’espletamento del mero compitino, che i nostri portano comunque a termine con classe e mestiere. Se a questo si aggiungono la lunga attesa, che ha inevitabilmente caricato l’uscita discografica di aspettative, e la sgradevole sensazione, a tratti percepibile, che si sarebbe potuto trattare, se si eccettua il cambio dietro il microfono, di un nuovo capitolo a nome ASHES dIVIDE (inevitabile, visto che Billy Howerdel è il compositore di tutte le musiche in entrambe le band), il bicchiere non può essere mezzo pieno.

Venire a capo di questo elefante richiederà molteplici morsi, ma non ci sarebbe da stupirsi se il banchetto venisse lasciato a metà.


ABBIAMO PARLATO DI…

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A Perfect Circle – Eat The Elephant
Alternative Rock
BMG, 2018

01. Eat The Elephant
02. Disillusioned
03. The Contrarian
04. The Doomed
05. So Long, And Thanks For All The Fish
06. TalkTalk
07. By And Down The River
08. Delicious
09. DLB
10. Hourglass
11. Feathers
12. Get The Lead Out

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