Alice In Chains e la caparbietà che smuove ogni ostacolo

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Un attesissimo ritorno, una nube carica di pioggia che ci accompagna in un viaggio senza eguali.

Prima di iniziare a parlare dell’album, è bene che io vi metta in guardia: eviterò ogni genere di rimando nostalgico agli anni ’90 di Seattle, a quello che una volta fu il “Grunge”. Ma soprattutto, non nominerò LUI, Layne. Pace all’anima sua, ma credo sia giusto così. È stato un vocalist eccezionale, incomparabile, ed è forse questo che non permette a molti di apprezzare Duvall e gli ultimi lavori della band… Ma poco importa, le premesse sono terminate. Anzi, non del tutto: il disco è eccezionale.

Ora ho finito davvero, rovinando del tutto la curiosità di chi voleva arrivare fino alla fine per scoprirlo. Eppure mi vien da chiedere: c’erano dubbi?

Ora che vi ho messi in guardia, parlerò del disco essendo il più oggettivo possibile. L’ho già ascoltato tante, tantissime volte, dall’inizio alla fine, e questo piccolo capolavoro, come si intuiva (o almeno in parte) già dai singoli, è sicuramente un disco più accessibile dei due precedenti, leggermente prolissi e, per quanto belli, non del tutto esenti da piccole banalità. Stavolta abbiamo un disco sì piuttosto longevo (siamo sopra i 50 minuti), ma che scorre perfettamente, coeso e fluido, privo di ogni qualsivoglia di riempitivo o anche solo di brani che vi faranno esclamare: “meh, carina ma dimenticabile”. Anzi, tutt’altro: già solo dopo la prima “session” ero estremamente soddisfatto, con quattro o cinque ritornelli a riecheggiarmi in testa simultaneamente, uno dopo l’altro. E non ho potuto fare a meno di riascoltarlo più e più volte, interessatissimo a conoscerne bene ogni piccolo dettaglio.

Rainier Fog, è quindi un titolo leggermente fuorviante, che allude ad un tetro presagio. Qui l’unica cosa tetra sono certi brani, cupi, sinistri, minacciosi – chiamateli come volete – e chiaramente dagli AIC non ci potevamo aspettare diversamente, eppure c’è anche abbondantemente spazio per canzoni decisamente più zuccherose (Fly e Maybe, dal tocco quasi country, in stile AIC), più malinconiche (in parte All I Am)… ed altre dove tutto ciò che vorrete fare sarà headbanging o suonare la vostra air-guitar preferita (tra tutte la title track), tutto grazie ad un guitar work ispirato e Sabbathiano, pieno di riff spaccaossa e assoli che, nella loro brevità, vi faranno tornare più giovani di qualche anno. Nonostante il livello omogeneo tra ogni canzone, Drone e la sopracitata All I Am sono le punte di diamante dell’album, che mi hanno lasciato davvero senza parole.

Un’altra battaglia vinta per il gruppo, insomma. Un’altra riprova per lo stesso Duvall, aggiungerei, che oltre a dare un ottimo contributo alla sei corde, si riconferma come un vocalist davvero fuori dal comune. La sua presenza, che funge quasi da “arma segreta”, è parte integrante del sound della band, che continua ad emozionar(mi)e.

Complessivamente, l’album suona come un ponte, un perfetto intermediario tra i gloriosi anni ’90 e il presente. In certi momenti mi è proprio venuto da pensare ad un qualche canzone in Dirt o Facelift, ma la volontà sta tutta qui: un gruppo che riesce a ricorrere al passato in maniera contenuta, senza soccombere in quelle che chiamerei “operazioni nostalgiche”. La loro è una storia travagliata, ma ciò non ha impedito, fattispecie al bravissimo Jerry Cantrell, di rialzarsi, e non solo una volta.

Non solo tutti e quattro i musicisti sono in splendida forma (una nota di merito per Sean Kinney alla batteria che “picchia” mostruosamente), ma ci hanno regalato un disco strepitoso, che non potrete fare a meno di ascoltare più volte. Salvo che non siate troppo snob o estremamente nostalgici, al punto da non voler sapere più nulla sulla band dopo la morte di… Del cantante.

Avevo detto che non lo avrei nominato, dopotutto.


Alice In Chains – Rainier Fog
Grunge
BMG, 2018

 01. The One You Know
02. Rainier Fog
03. Red Giant
04. Fly
05. Drone
06. Deaf Ears Blind Eyes
07. Maybe
08. So Far Under
09. Never Fade
10. All I Am 

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