Alice Merton: amore cieco al gusto di (acritica) menta piperita

mintUn latente giudizio-non giudizio su Mint, primo album di Alice Merton

C’è un chiaro motivo se da anni non mi professo a cuor leggero esimio recensore dal gusto snob e sopraffino come la maggior parte dei bavosi deficienti persi per i blasonati blog della rete. Fidatevi, eccome se c’è. E non è perché sono buono, rispettoso del prossimo o perché non mi pavoneggi quanto un Mick Jagger dei poveri, figurarsi. In poche e rarefatte parole, non riesco a tenere dalla mia una benché minima parvenza di imparzialità. Sic et simpliciter. Proprio per nulla, neanche lontanamente. Questo è, tocca prenderne atto. Per capirci, prendete per esempio il primogenito della bella crucca anglofona in epigrafe. Sì, il tanto (credo, almeno) atteso Mint di Alice Merton. Ffffatto? Bene, skippate ora velocemente i singoli che si sono fatti la bella vita per tutta l’estate. Fatti fuori gli spassosi No Roots e Lash Out, cosa rimane? Quasi niente, diciamolo subito: cazzatelle (ehm, bagatelle) pop di decente melodia al limite dello sbadiglio, al netto della delicatezza di Honeymoon Heartbreak e della perla già eseguita nei live estivi passata ai posteri col nominativo di I Don’t Hold A Grudge (by the way, ma dove diavolo è finito quell’altro splendore di Make You Mine che faceva saltare tutti dal vivo, manco fosse il ritorno di un giovine Diamond Dave coi suoi spandex tigrati e nuovo cuoio capelluto?), con qualche giro di basso onesto in giro per la scaletta (Speak Your Mind in primis, posatissima).
Un tiepido dischetto con qualche spunto interessante, potremmo sentenziare, ridicolo se si tiene conto che è il risultato di tre anni di sforzi (arriva a ben due anni dall’uscita dell’Ep di origine), pusillanime se gettato in pasto ad un ipotetico confronto coi modelli di riferimento Florence Welch e St. Vincent: ciò verrebbe da dire a questo punto se la fredda ragione avesse voce. Eppure, che mi si possa fulminare, traboccante d’amore quale sono, queste dure e fin troppo lucide parole mai usciranno dagli oscuri canali della mia sporca tastiera in preda alla passione. Comprendete, ora?

mint

Amore mio.

No, non potrei mai affermare cose del genere. Non dopo tutte le calde notti passate ad ascoltare la dolcezza di Jealousy e Lie To Me. Non dopo proprio quel colpo di fulmine a quel concerto tribale e bagnatissimo in quel di Apolide. Perché credetemi, i dannatissimi amori a prima vista esistono davvero. Non sono come la parabola di Babbo Natale o del collega fraudolento Keyser Söze: appartengono alla realtà. Non so esattamente cosa vi sia dietro, se ragioni di fantomatici ferormoni o di cos’altro. Ma esistono. Sei al supermarket il giovedì (tu lavori lì) nel reparto formaggi, tra l’Osella e le mozzarelle light per i topi di città, la vedi e improvvisamente sai che è lei. Non per come tiene in mano il gorgonzola, non per la luce fioca elimina-rughe da teleshow calcistico. Per qualcosa di innominabile, di intangibile, di indefinibile. E non sto parlando di quella robaccia confezionata e impacchettata nelle prime cazzatelle (ehm, bagatelle) cinematografiche di Matthew Mcconaughey, badate. Lo so che ora paio irrimediabilmente rasentare l’iperbole più romanzata in questo volo pindarico, ma se ne parlo (scrivo) è perché l’ho vissuto davvero sulla mia pelle. Believe me, come diceva il Dogui. Ed è per questo che sono qui ad osannare queste gioiose lagne messe in musica, canticchiando Why So Serious come un Joker ancora più impacciato di Leto. Ecco perché sono qui pronto persino a difendere l’accompagnamento debitore di Beat It nell’opener Learn To Live o la sostanza di filler delle restanti 2 KidsFunny (non tanto funny, ndr) Business.
Pazzesco, un giorno ti ascolti fiero della tua purezza i Talking Heads, il giorno dopo ti stai iscrivendo alla newsletter mertoniana per abbandonarti ad una attività ormai dimenticata dopo la conversione anni or sono alla religione Spotify e Tidal (comprare un vinile), pensando soltanto a quella piccolina dalla voce angelica, con vestito bianco e rosso, dolce e saltellante. Così è la vita.

Vabbé, diamoci un taglio. Mi ha salvato la campanella (cit.). Spero abbiate capito a questo punto cosa volevo far trapelare tra le righe per sentirmi in pace con la mia etica personale e che il mio cuore non riusciva ad esprimere senza sentirsi un lercio traditore di ciò di cui si è invaghito perdutamente. Nondimeno, casomai siate riusciti nella remota impresa di cogliere il senso di questo mio conflitto interiore, vi esorto a sentirvi liberi (liberi) di prendere al volo la suddetta recondita “opinione” e di pulirvici il… viso. Duloc èèèè, Duloc è il paraaaadisoooo. Cià.


ABBIAMO PARLATO DI…


Alice Merton – Mint
Pop
Paper Plane Records, 2019

01. Learn To Live
02. 2 Kids
03. No Roots
04. Funny Business
05. Homesick
06. Lash Out
07. Speak Your Mind
08. I Don’t Hold A Grudge
09. Honeymoon Heartbreak
10. Trouble In Paradise
11. Why So Serious

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
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About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Jim Beam, i vinili di Coltrane e i manuali di giurisprudenza. Mi sento a mio agio scrivendo solo di notte, dopo trenta flessioni di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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