All This Will Be Yours: non c’è miglior Soord di Bruce

L’evasione momentanea del frontman dei Pineapple Thief da una band in forma smagliante, per un capolavoro solista

Piccolo giochino: provate a condividere da qualche parte (sulla bacheca di Facebook se siete dei vecchi, nelle Instagram Stories altrimenti) uno dei pezzi del nuovo album di Bruce Soord. C’è un buon 95% di possibilità che spawnerà l’eroe della situazione, che sostituirà i potenziali commenti tecnici sul pezzo con una brillante battuta sul nome dell’artista e sulla sua non-udenza. Ho combattuto con questo fenomeno negli ultimi mesi, mentre il buon Bruce creava hype, pubblicando un paio di singoli di qualità elevatissima e rendendo All This Will Be Yours il mio personale disco più hypato dell’anno. Sui social ho cominciato a rispondere, sconfitto, che tutto sommato, se anche Beethoven era riuscito a scrivere pagine indelebili della storia della musica, il frontman dei Pineapple Thief potrà anche essere in grado di far avanzare di giusto un epsilon lo scenario del progressive rock contemporaneo.

A disco arrivato e voracemente consumato, ciò che è subito manifesto è che tale epsilon è sostanziale, e che la missione di aggiungere qualcosina a una carriera già mastodontica è riuscita perfettamente. I dubbi in fondo potevano essere erano legittimi, perché gli ananassi non sono sicuramente i Genesis di Mama ma al contrario una band in forma smagliante, giunta da pochissimo al proprio prime con due album di qualità estrema e in grado di questi tempi di ingaggiare gente come Gavin Harrison alle sessioni di calciomercato. Poi Soord, in quel mazzo di frontman che diventano solisti, è al tempo stesso quello meno appariscente e quello meno incline ai colpi di testa: non di certo uno che si mette a trollare i propri fan clonando gli ABBA come Steven Wilson, o un irrequieto ed eterno insoddisfatto che svaria tra Jean Michel Jarre e acustiche orientali come Mariusz Duda.

All Things Will Be Yours, per l’appunto, non rivoluziona assolutamente niente e non cambia di una virgola uno stile di scrittura che ha avuto recenti apici in Your Wilderness e Dissolution: arpeggi tristi e pennellate di chitarra che abusano del pedale del volume, strofe malinconiche e stop-n-go sistematici prima dei ritornelli, tonnellate di “u”. La differenza con la nave madre, l’unicità di questo lavoro, va semmai rintracciata nelle sfumature: nel modo in cui le elettroniche non si limitano ad essere piccoli orpelli ma irrompono nei brani in maniera parecchio secca e prepotente (su You Hear The Voices e Cut The Flowers, che sono probabilmente anche i due migliori pezzi dell’intera tracklist); nell’umorale muoversi dell’album dalla tipica devastazione esistenziale Soordiana verso qualcosa di più intimo, rilassato, coraggioso e ottimista. Come il titolo rubato al Re Leone suggerisce, l’album è infatti un dono di nascita di Soord alla sua terzogenita, e i testi raccontano emozioni neogenitoriali, dal presente fino al futuro, immaginato e ineluttabile, addio.

Per cui, sebbene una linea di demarcazione stilistica tra Pineapple Thief e episodi solisti, effettivamente, non esiste, All Things Will Be Yours permette di invadere più del solito il background e i contenuti, questa volta molto più personali e di conseguenza ancor più emozionanti, di un artista come al solito ispiratissimo. Plus significativo, infine, una produzione spaziale e una cura maniacale per i dettagli, dagli strumenti suonati tutti in proprio alla masterizzazione dell’album in tre differenti risoluzioni. Peccato soltanto che Soord non possa sentire nessuna delle tre.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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