Baustelle: la vita è bellissima e la celebriamo a modo nostro

“L’Amore e la Violenza”: rivoluzione elettronica per i Baustelle, nuovi barlumi di speranza per la musica italiana.

 

Se per tutta la tua carriera non hai fatto altro che arricchire il tuo “Sussidiario Illustrato della Giovinezza”, portando infine alle estreme conseguenze quel sottesto orchestrale da sempre presente ma mai pienamente enfatizzato, cosa ti resta da fare? Ovvio: recuperare l’unico elemento che negli anni non è mai stato approfondito a dovere: l’elettronica.

Eh già, sarebbe scontato pensare che i Baustelle, dopo il clamore suscitato da “Fantasma” – schifezza immonda per alcuni, capolavoro cantautorale per altri – abbiano deciso di fare retromarcia e recuperare il sound più sintetico de “La Moda Del Lento”. In realtà l’esigenza della band originaria di Montepulciano è ben altra. Ce lo dice lo stesso Francesco Bianconi: “Non ce l’ho affatto con le canzoni popolari tendenti alla mononota, anzi, ma stavolta in fase compositiva […] ci siamo lasciati andare maggiormente. […] E quindi olé, si va via lisci, ci si aggancia senza timori alle melodie – di qualsiasi genere – già scritte, rimodellandole e reimpastandole secondo la propria sensibilità.Mani ben in avanti e risposta pronta alle accuse di plagio che sicuramente gli pioveranno addosso: “Morricone nella sua autobiografia ammette di aver citato l’Adagietto di Mahler in un famoso tema della colonna sonora di “C’era una volta in America”. E dei Baustelle si dice spesso “sono citazionisti”. E chi non lo è? O meglio, tutti i compositori lo sono quando sono davvero liberi.

Tutto vero: ne “L’Amore e la Violenza” convivono le svariate anime musicali che negli anni sono state associate ai Baustelle – ma c’è molto, molto di più. C’è il solito, immancabile De André, ma anche un sorprendente Battiato che sembra aver preso possesso di Rachele Bastreghi nei suoi magnetici ritornelli. C’è la disco più spudoratamente italiana, quella che tanto andava di moda nelle sigle televisive di trenta e rotti anni fa. C’è Moroder che dirige un’orchestra di sintetizzatori sulle spiagge di Rimini. C’è Bianconi che va in fissa con “Stranger Things” e per disintossicarsi dal binge watching va a farsi un drink in un lounge bar milanese. C’è persino Amanda Lear, che volteggia intorno al palo, mostrandoci prima il Lato A e poi il Lato B. Potrà anche sembrare kitsch, ma questo mix di sacro e profano così tremendamente baustelliano non può lasciare indifferenti.

In tutta onestà, non ricordo di aver mai ascoltato dei Baustelle così multiformi e così colorati: più ascolto questo nuovo album e più mi accorgo di dettagli, sottigliezze nascoste tra le pieghe di quelle che all’apparenza “sono solo canzonette”. Di tutte le accuse che si possono rivolgere a questi artisti ce n’è una che proprio non tollero: sostenere che i Baustelle non siano originali equivale a sostenere che la Terra è piatta.

I Baustelle sono originali perché intelligenti ed abili nella raffinata arte della sintesi. E per sintesi s’intende la capacità di condensare una complessità di informazioni in un unico, forte concetto.  Sono originali anche perché la concorrenza, in Italia, ha lasciato a loro e a pochissimi altri il difficilissimo compito di ridare lustro ad una tradizione gloriosa ma troppo a lungo vituperata. Le canzoni mononota spopolano nelle radio (non quelle del buon Elio, purtroppo) ma i Baustelle, già dagli esordi, hanno aperto un varco personalissimo e ricco di speranza nel piattume che affossa la cultura nazionalpopolare.

Mi piace vedere nelle parole di Bianconi una certa positività. Perché nonostante i bombardamenti, il degrado, la stupidità dilagante, la poesia e i suoi insegnamenti, da qualche parte, sono ancora vivi. Più forti che mai.


ABBIAMO PARLATO DI…


Baustelle – L’Amore e la Violenza
Pop/Rock
Warner, 2016

01. Love
02. Il Vangelo di Giovanni
03. Amanda Lear
04. Betty
05. Eurofestival
06. Basso e Batteria
07. La Musica Sinfonica
08. Lepidoptera
09. La Vita
10. Continental Stomp
11. L’Era dell’Acquario
12. Ragazzina

Marco Belafatti

Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.
Marco Belafatti

About Marco Belafatti

Il suo habitat ideale è al confine tra il cantautorato più tenebroso e il folklore nordeuropeo. Si dice che scriva le sue recensioni al lume di candela, nel cuore della notte. Di giorno veste i panni di un umile docente di scuola secondaria. A volte sorride.

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