I Bon Jovi orfani di Sambora: This House Is Not For Sale

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“Queste quattro mura hanno una storia da raccontare”… e non è proprio piacevole da sentire.

 

Facciamo un gioco. Giochiamo all’allegro chirurgo. Anzi no, a quello folle, crudele, sadico. La sperimentale questione del giorno è la seguente: cosa mai potrà succedere se da un ensemble rock ben calibrato come quello dei Bon Jovi andiamo ad espiantare un suo elemento caratteristico e basilare?
Prima di giungere a soluzioni affrettate, diamo un’occhiata professionale alla prassi dei casi clinici. Dunque, quando togliemmo Frusciante dai Red Hot Chili Peppers cosa ci rimase di tutto quell’universo parallelo funk? Niente più di uno sbiadito surrogato. Va bene, andiamo più indietro. Quando sottraemmo Peter Gabriel dalle fila dei Genesis? Stesse sintetiche dinamiche. E i Foreigner senza Lou Gramm? I Velvet Underground privati di Lou Reed? Ok ok, si è capito. Però nulla è impossibile, giusto? C’è sempre l’eccezione nascosta da qualche parte. Di miracoli ne parlano tutti i manuali, persino quelli di medicina. E poi Jon Bon Jovi va in giro sempre bello sorridente a sproloquiare in ogni intervista dello splendido e positivo stato attuale, nonostante le bordate ricevute. Vuoi vedere che la band del Jersey senza lo storico chitarrista Richie Sambora è uno di quei rarissimi casi di decorosa sopravvivenza post-divorzio? È possibile, no? “Yes, We Can” dice il nostro democratico amico in comune. Bene, allora operiamo e vediamo che succede. Bisturi. Tampone. Ottimo, asportazione completata. Passatemi il nuovo album “This House Is Not For Sale”. Premiamo play.

… ordunque, il gruppo-paziente ce l’ha fatta?

Ma quando mai. Dispiace per chi ci ha creduto fino alla fine, ma proprio no. Lo abbiamo perso, è qualitativamente menomato. Sostanzialmente minorato. Anche tutto lo staff medico che ha ascoltato il disco è perito nella disperata operazione.

Scherzi a parte, Mr. Sambo può essere antipatico quanto chi scrive, borioso e pure egoista. Ancora, può essere definito un drogato, un disinteressato e bla bla bla. Ma non prendiamoci in giro: non è (stato, a questo punto) solamente un membro storico… è da sempre un fattore fondamentale di quella peculiare alchimia che ha contribuito in maniera determinante all’innalzamento siderale dei Bon Jovi dall’indistinta massa hair metal in cui originariamente sguazzavano e al raggiungimento del successo duraturo su dei nobili destrieri d’acciaio. Certo, a quanto pare non un organo indispensabile per l’esistenza del complesso in sè, ma – come è oggi mestamente dimostrato – di sicuro una conditio sine qua non per la particolarità degli output dell’impresa di famiglia che, sebbene non in vendita, sembra avere sempre meno chances di ritrovare il prestigio smarrito.

L’amaro boccone da buttar giù purtroppo è proprio questo. Ascoltando il primo disco da orfani (il precedente “Burning Bridges” era più che altro un fan record per esaurire gli impegni con la Mercury) si può capire senza sforzo che la firma sui contratti sarà pure esclusivamente di Jon e che la baracca potrebbe andare avanti anche con il licenziamento di ogni altro componente, ma senza l’apporto blues del chitarrista di Perth Amboy nei dischi è tutta un’altra questione. Tutta un’altra storia. Una storia incompleta. E la riprova di cotanta manchevolezza appare sin da subito e si consolida a più riprese nelle nuove dodici tracce in scaletta, procedendo demisso capite come una vivida macchia d’olio che si espande inesorabile.
Ho sentito parlare in anticipo di questo album come una rinascita e un orgoglioso ritorno alle origini, a quelle sane e robuste radici ben in vista nella copertina del nuovo lavoro. Niente di più falso. I tempi delle cotonate e degli spandex non sono mai stati più lontani: in comune c’è solo lo sfondo newyorchese degli Avatar Studios, dove vide la luce Runaway e dove cominciò tutto. Oggi Bon Jovi, privo della sua dolce metà compositiva, gioca a fare lo Bruce Springsteen della situazione e quando non ci riesce (cioè non poche volte) si ritrova in certe fasi di blackout a correre ai ripari indirizzandosi verso FOLLI modelli di riferimento, quali Coldplay (“Born Again Tomorrow”) e Fall Out Boy (“Knockout”), fino a spingersi in un tesissimo simil-rifacimento power-pop di Jason Mraz (“Roller Coaster”).
Fortunatamente, oltre alle potenziali colonne sonore da reality show, non si tratta di un tracollo totale e i momenti discreti come al solito non mancano: la title-track sarà pure una figlia disagiata di “Have A Nice Day” e “Who Says You Can’t Go Home”, ma comunque colpisce (passiamo sopra il timido “plagio” accelerato nel post-chorus; il Boss è di famiglia, capirà) e avrà il suo posto di rilievo nei futuri live. Stesso discorso (e riferimenti) per “God Bless This Mess” e “Come On Up To Our House”, riconducibili senza vergogna alla stessa firma che sottoscrisse da sola in epoche più favorevoli perle come “Dry County”.

Di positivo in campo ci sono sicuramente anche le liriche – più intimiste e (finalmente) distaccate rispetto al trito-e-ritrito tema morandiano “insieme possiamo farcela e ce la faremo, dai” – che, nonostante non pecchino di originalità (“La vita è come una montagna russa”, quale poetica arditezza), tra amplessi con la propria donna (“Labor Of Love”) e quelli con la propria chitarra (“Scars On This Guitar”) coinvolgono il giusto. Peccato però che, in generale, la batteria di Tico Torres sia inusualmente piatta, che David Bryan sia nuovamente poco in vista e che le tracce spesso inevitabilmente si confondano in una dimessa zona grigia, lasciando al solo Phil X l’arduo compito di tener lontani gli sbadigli.
La politica in particolare dell’album pare poi contradditoria: se, come già detto, la linea compositiva cerca di andare a tentoni verso nuovi orizzonti sperimentali (e, nonostante il risultato opaco, una scelta del genere è sempre da premiare, specie se azzardata oltre i 50 anni), la produzione affidata nelle mani dell’ormai di casa John Shanks fa di tutto per non abbandonare l’orientamento dei precedenti lavori che, diciamolo, non erano proprio dei capolavori. Anzi. Cosicchè l’esito non poteva che essere questo… un modesto prodotto dal taglio fin troppo moderno, con fin troppo pochi spunti memorabili. Sayonara, adios, auf wiedersehen, farewell.

Tutto ciò sarebbe successo comunque con Sambora? Personalmente, ho i miei dubbi. Chiariamoci, in ogni caso la conta dei dischi stratosferici ormai è verosimilmente chiusa al periodo John Such con “Keep The Faith”, con o senza la ciurma al completo. Ma degni album negli anni successivi comunque non sono sicuramente mancati – persino nei Duemila – e non era dunque illogico aspettarsi un nuovo spunto soddisfacente od innovativo. Never say never, del resto dicevano ex-colleghi. È anche vero però che Jon e soci mostravano un andazzo altalenante da troppi anni, con filler sempre meno modici e singoli eccessivamente omogenei tra di loro, e qualche avvisaglia di smarrimento e ripetitività era già nell’aria anche prima dello scisma. Basti pensare al passato “What About Now” (e qui il buon Richie c’era), peggior flop in assoluto, che occupava in solitaria il gradino più basso di una lunga e blasonata carriera discografica. Che dire, oggi ha trovato un degno compare.


ABBIAMO PARLATO DI…

front

Bon Jovi – This House Is Not For Sale
Rock
Island, 2016

01. This House Is Not For Sale
02. Living With The Ghost
03. Knockout
04. Labor Of Love
05. Born Again Tomorrow
06. Roller­Coaster
07. New Year’s Day
08. The Devil’s In The Temple
09. Scars On This Guitar
10. God Bless This Mess
11. Reunion
12. Come On Up To Our House

Giulio Beneventi

Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.
Giulio Beneventi

About Giulio Beneventi

Carpenter, Bowie e Bukowski hanno fatto di me il 90% di quello che sono oggi. Per il resto ci hanno pensato le sigarette, il Four Roses e i manuali di giurisprudenza.
Mai uscito vivo dagli anni Novanta, da sempre sulla breccia con Coltrane e un paio di vinili sottobraccio, mi sento a mio agio scrivendo solo a bocca piena, dopo trenta piegamenti di riflessione e una buona dose di gentil cinismo.

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