Cip!: Brunori e il processo di consolidamento

Al primo disco da acclarato fenomeno generazionale il cantautore calabrese non si prende nessun rischio

Un paio di giorni fa, subito dopo l’uscita del suo quinto album, mi sono deciso a comprare i biglietti per Brunori al PalaAlpitour: da ingenuo imbecille ho constatato solo in quel momento quanto “grande” sia diventato il buon Dario in questa sua fase di carriera, avendo praticamente mandato sold-out mezzo tour e comunque ogni singolo parterre. Sarà dalla tristezza delle tribune laterali che andrò a vederlo, non pago delle ormai frequenti apparizioni televisive coerenti col suo ruolo ormai acclarato di cantore generazionale, di baluardo del cantautorato tradizionale che è riuscito in qualche modo a diventare anche easy listening.

Non che Cip!, ultima uscita dal nome impenetrabile, abbia d’altronde aggiunto parecchio alla stima già enorme che ho di Brunori o abbia fatto qualcosa che potesse in realtà farmi cambiare opinione. Un album che, però, sto vedendo ovunque etichettato come capolavoro indiscutibile (su una webzine che non ricordo un tizio dice di sentirsi grato di essere vivo quando è uscito quest’album, nemmeno fosse l’Anello del Nibelungo o il White Album) e che l’autore, in uno sproloquio lunghissimo sui social, descrive come una rottura tematica col passato, più intimista e centrato sulla persona e non sulle persone (sic).

Cip! è in realtà un disco breve e che più safe non si può, dove Brunori mantiene l’ironia ma fa fuori un buon 90% del suo cinismo, dipanando un fil rouge di zucchero e di buonismo per tutte le tracce, che testualmente indugiano fin troppo sulla necessità di trovare cuori grandi grandi dentro il proprio petto, e sulla piccolezza costitutiva dell’essere umano al cospetto del pianeta o dell’universo che lo ospita. Con picchi di nausea violentissimi che affiorano già sul glockenspiel di “Per due che come noi“, che dimostra come il classicismo degregoriano risulta sempre elegantissimo e memorabile, ma le rime “ti amo / andiamo” fanno anche venir voglia di rifugiarsi nei neologismi dei ComaCose o in generale rompono abbastanza i coglioni.

Poi, per carità, non si fraintenda: c’è del puro e grande Brunori su svariate tracce, come il primo singolo Al di là dell’amore (che aveva fatto ben sperare con quella ventata di novità elettronica purtroppo persasi nel niente), l’accalorata Bello appare il mondo e la più rock Benedetto sei tu (semi-cover di Rosso o nero degli Zen Circus). Poi, Cip! gode di una produzione magistrale che rende il primo ascolto un’esperienza forse senza precedenti all’interno del genere cui appartiene. Soprattutto, infine, nessuno mette in discussione la resa di buona metà della scaletta in un contesto live, con l’aggiunta della curiosità di come suoneranno in venue per niente intime. Ma la sensazione forte è che Brunori non abbia voluto prendersi alcun rischio, rimestando temi e suoni già ampiamente sperimentati, per la prima fase da “grande” della sua carriera. A più di 40 anni, in effetti, vagli a dare torto.

Riccardo Coppola

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Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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