Daron Malakian, gli Scars on Broadway e lo stato di salute dei System of a Down

Oppure, come Dictator mi ha spiegato che i riff possono suonare esattamente come un elettroencefalogramma piatto.

Non sarebbe sembrato, qualche mesetto fa: qui in Italia migliaia di fanatici sono andati a sbarellare al Firenze Rocks, a godersi i System of a Down in formazione originale e con apparentemente ritrovata energia. Ogni pianetino nella galassia della band di origini armene sembrava si stesse allineando al posto giusto, promettendo in dote ciò che si aspetta da ormai 13 anni: un sesto studio album, un seguito di quel dittico Hypnotize/Mezmerize che fece assurgere la band agli onori delle cronache mondiali, prima di una sparizione tanto subitanea quanto, apparentemente, definitiva.

Perché il problema fondamentale non è che i System of a Down non ci abbiano provato: sono stati sui palchi e ci saranno ancora, porteranno in giro quelle canzoni che gli assicureranno cachet a 6 cifre, e poi continueranno a farsi i cazzi loro. L’attività live dei System of a Down è una versione oversized e con parecchie distorsioni del calcetto del giovedì fatto, per forza di cose, con i colleghi che si sopportano poco ma che – giusto per non restare senza lavoro e pagare le bollette – non si possono mandare definitivamente a fare in culo.

È in questo disilluso scenario, con Tankian e Malakian che si scambiano freddure a mezzo stampa quasi come volessero trasformarsi nei fratelli Gallagher e stupire tutti stampando un nuovo disco degli Oasis, che emerge la meno richiesta delle prove del decesso: Dictator. Il secondo disco degli Scars on Broadway, progetto solitario e solista (e dittatoriale, sfruttando il quasi autoironico titolo di questa nuova uscita) del chitarrista dalle fattezze di folletto, che si diletta a comporre, suonare e cantare tutto con la sua cara vocetta stridula. Dictator è il seguito di una scempiaggine di self-titled, fortunatamente sparita nei meandri della storia. E poteva essere, stando a quanto dichiarato dallo stesso compositore, una bozza preliminare di un ipotetico nuovo SOAD: è una raccolta di pezzi scritti dal 2012 a oggi, rimasti lì, guardati con diffidenza e disprezzo dagli altri membri della band che hanno posto il veto a registrarli, rispolverati oggi perché vabbè, alla fine del porco non si butta via niente.

Dictator è fatto di dodici tracce invero abbastanza brevi, che possono essere facilmente sintetizzate dalla opener e main-single, Lives: un riff palm-mutato, ossessivo e reiterato ad libitum, ritornelli belati che fanno il verso ai peggiori filler di Steal This Album!, un andamento in generale così scolastico e privo di sostanza da fare sembrare il pezzo lungo una mezz’ora abbondante. Tutto va avanti così, testimoniando un’evoluzione artistica del tutto assente per il buon Daron, e – ancor peggio – una totale dimenticanza anche dei più vaghi contorni del buon gusto: i riff, le melodie e le solite stucchevoli stronzate mediorientali, confondendosi e sovrapponendosi gli uni agli altri in un pastone da cui è difficile uscire vivi. La creatività di Malakian ricorda la mia, quando improvvisando composizioni al basso mugugno soddisfattissimo per poi rendermi conto di avere sempre clonato (un’ottava più su, un’ottava più giù, più veloce, più lento) il riff di One and The Same degli Audioslave. E qua è lo stesso, solo che è fatto con U-Fig o Violent Pornography. Io almeno ho la decenza di ingrigirmi, rassegnarmi e non pubblicare niente.

Con la sola “Talking Sh*t” che si salva dal marasma riuscendo a clonare Lost in Hollywood con esiti quasi mediocri, questo secondo Scars on Broadway si abbarbica prepotente al ruolo di peggiore disco del 2018, e a mio vedere pone una virtuale pietra tombale sulle speranze residue di chi credeva che un giorno ci sarebbe stata una nuova Toxicity. Con un Malakian (principale firmatario di tutta la carriera della main band) così ridotto, e con un Serj Tankian che – venerazione dei fan e divagazioni orchestrali a parte – non è mai sembrato in grado di regalare ai posteri qualcosa di significativo, forse è meglio che i System of a Down ci rinuncino per davvero, che continuino ad andare in giro da bravi esecutori di un repertorio che non sanno più replicare, che forse a loro non appartiene neanche più. Tanto basta per riempire i palazzetti, per far fare headbanging su Chop Suey, per non far venire mai il dubbio che, in realtà, li abbiamo sempre esageratamente venerati e sopravvalutati.

Ok, l’ho detto.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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