I Depeche Mode e Spirit: canzoni d’amore e di rivoluzione

Amori inutili e rivoluzioni inattuabili: la desolante visione del mondo dei Depeche Mode.

Where’s the revolution
Come on people, you’re letting me down

Entrati nel trentottesimo anno di carriera e arrivati al quattordicesimo album, i Depeche Mode sono una di quelle band che meritano lo status di autentici miracoli in musica, che sono state capaci di restare sempre perfettamente riconoscibili pur curando maniacalmente la trasformazione dei particolari, e soprattutto di non trascinarsi nella pubblicazione di robaccia inutile fatta da pallidi e vecchi simulacri di se stessi. Fino a Delta Machine i Depeche Mode sono stati vivi, sul pezzo, sempre incapaci di pubblicare qualcosa di veramente discutibile. E nonostante qualche mormorio titubante seguito alla pubblicazione del singolo Where’s The Revolution, non c’era alcun motivo per pensare che qualcosa sarebbe cambiata con il nuovo Spirit.

D’altronde, è logico che la band di Basildon non possa partorire un nuovo Violator o un Songs of Faith and Devotion 2.0: arrivati a questo punto si può fare la differenza più per sottrazione che per addizione, lavorando sugli aspetti meno centrali della propria proposta musicale. Ed è quello che Spirit fa, focalizzandosi inaspettatamente sulla componente lirica e diventando una sorta di concept organico e circolare. Un disco inaspettatamente politicizzato, ma nel modo più nero, più disilluso possibile, con una carica anti-Repubblicana, anti-establishment devastante; quello che, negli intenti prima ancora che nella forma, meriterebbe davvero il titolo di Music for the Masses. I Depeche Mode vanno ben oltre le barbe posticce da Karl Marx (affiancate agli immancabili gilet e alle chitarre suonate coi polpastrelli) del videocomizio associato al primo singolo. Trovano una visione desolata della società moderna, nella quale identificano evidenti campanelli d’allarme, accusano il popolo gregge di assenza di dignità e spersonalizzazione, chiamano apertamente alle armi contro i silenti manipolatori dei giorni moderni.

Spirit parte appunto con spunti rivoluzionari, con rabbia nei confronti delle non scalfibili forze che governano il presente e le nostre vite – “Your religion, your government, your countries – you patriotic junkies”. Going Backwards e Where’s The Revolution, in apertura, sono non a caso le canzoni più marziali e cadenzate dell’intero lavoro, quelle in cui i bassi spessissimi della band esplodono con più vigore, in cui le drum machines si fanno più pulsanti e ossessive e le parti melodiche (il piano nella prima, glitch e chitarre nella seconda) più inquiete. Dove si sente la mano del nuovo produttore James Ford, più abituato ai bombardamenti house del predecessore Ben Hiller, che aveva curato gli ultimi tre album. I testi dei primi brani in tracklist giocano coi tempi verbali, parlano di una preistoria morale in cui il martoriato ascoltatore sta regredendo, ma al tempo stesso di treni di rivalsa da non lasciarsi scappare; più avanti ancora, s’arriva alla macerazione nel proprio senso di colpa (The Worst Crime) o addirittura alla fortissima immagine di grilletti pronti per essere premuti (sulla tagliente e ravy Scum).

Non solo sociologia, ma anche introspezione e psicologia. Con quella distopia politica che cala sull’animo umano che potremmo definire huxleyana o orwelliana, i testi di Spirit passano dalla visione grandangolare sull’enorme massa insoddisfatta (che pure torna, sul finale, nel mesto ritratto della working class Poorman) all’immersione all’interno del singolo miserabile individuo, capace di trovare riscatto e rivalsa nell’illusione di dare una forma consapevole ai propri sentimenti, ai propri istinti. Non a caso la parte centrale dell’album è quasi interamente affidata a ballate: i tempi si dilatano, le strumentazioni si rarefanno, il sound sembra diventare quello di un Playing The Angel che si è sistematicamente disfatto delle proprie chitarre. Divertente eccezione You Move, che -oltre a ricordare quella porcheria house dal titolo simile dei Body Rockers- è una di quelle opere d’arte in tecnica sesso su disco -cosa di cui i Depeche Mode sono maestri da quando ancora non avevano la barba- dedita a solleticare l’umana immaginazione con quel momento di totale, assoluta rivalsa sull’esistenza che è l’avere una donna che si dimena per la tua attenzione.

Ma con una voce e un mood come quello di Dave Gahan, il flow dell’album non può che portare da baldanzose autoaffermazioni (There is so much love in me / You can forsake me / Try to break me / But you can’t shake me now) a totali disintegrazioni dell’illusione amorosa (We climbed the mountain in so many ways / Reached the top and slowly fade away). Non ascoltate quest’album se siete depressi: solite redenzioni pseudo-mistiche a parte -in questo caso Cover Me, per 50% pura ballata gahaniana e per 50% elettronica alla Jarre e Cliff Martinez- di concreto, al termine di Spirit, c’è solo un’enorme, incancellabile desolazione.

Our dignity has sailed
Oh, we failed


ABBIAMO PARLATO DI…

Depeche Mode – Spirit
Elettronica
Columbia, 2017

01. Going Backwards
02. Where’s The Revolution
03. The Worst Crime
04. Scum
05. You Move
06. Cover Me
07. Eternal
08. Poison Heart
09. So Much Love
10. Poorman
11. No More (This is the Last Time)
12. Fail

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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