Editors: l’inconcludenza della violenza

Al sesto studio album la band che fu post-punk prende bene la mira e fa un elegantissimo buco nell’acqua

Ciao. Storia vera: l’altra sera sono stato ad una serata indie. Hanno messo cose in realtà zarrissime per giovini che mulinellano i bracci al pompare delle casse, tipo Centro coi Missili dei Pop X, o qualche stronzata di Liberato. Poi hanno messo The Racing Rats degli Editors, e stavo cominciando a piangere di commozione mista a gioia. Poi il criminale alla consolle ha tagliato il ritornellone (COME ON NOW! etc etc) per fare lo sfumino verso Orgasmo di Calcutta, e ho cominciato a piangere per davvero. Di rabbia mista a delusione.

Non voglio dire che alla fine di Violence le mie sensazioni siano le stesse di quella funesta serata. Forse perché sono indiscutibilmente più lucido e in grado di razionalizzare. Forse perché non c’è oggettivamente niente di più insulsamente offensivo, al mondo, di tagliare The Racing Rats prima del climax: forse soltanto gli ultimi dieci PES o i catanesi che declinano al maschile le arancine e le fanno a punta. Ma certo col loro sesto studio album i britannici, vittime delle aspettative da loro stessi creati con l’opera magna The Weight of Your Love (meritevole di essere spiegazione breve di arena rock moderno nel manuale della musica) e col leggermente inferiore, ma emozionalmente devastante, In Dream. Violence ha un titolo e una copertina di impatto, presenta con eccessiva sicumera una tracklist di sole nove tracce (otto inediti), mostra i muscoli con un primo singolo ballabilissimo e un altro che sembra figlio della lasciva lussuria fra Royal blood e Kasabian. Ma, al termine del suo breve playtime, si rivela tristemente per essere un disco privo di impatto, privo di mordente, privo (ahi, ahi) di ispirazione.

“Che hai detto?”

Sempre più spaventosamente Smith-centrici prima ancora che easy listening (cosa che non è mai di per sé un difetto) gli Editors infatti regalano in un solo album svariati candidati al punto più infimo della loro intera carriera: una Darkness At The Door che abbandona lo spleen di una intera carriera per abbracciare una inutile frizzantezza anni Ottanta che anche il falsetto del frontman pare incapace di maneggiare; una Counting Spooks che – coda dance a parte – avrebbe una sua ragione come materiale di scarto di un musical stucchevole. E anche i momenti tutto sommato più riusciti, come il tributo a Chris Martin Cold(play) e la marziale title track (impreziosita da un paio di minuti di rave ad opera del produttore aggiunto Blanck Mass: da brividi) peccano di eccessiva, esagerata pulizia. Manca la frustata sulla faccia delle chitarre di Sugar, manca lo sgraziato snobismo che prima accompagnava una voce fattasi sempre più perfetta, mancano in definitiva tutti gli elementi che degli Editors avevano forgiato la (nera, nerissima) anima. Mannaggia mannaggia.

A una settimana dall’ascolto mi rifugio, in definitiva e con malcelata tristezza, nella sola No Sound But The Wind, ripescata dal passato (qui alla terza pubblicazione, dopo Twilight e una versione elettronica full band) e anch’essa in fondo resa inspiegabilmente anti-climatica, con quel minuto 3 che sembra anticiparti una batteria alla In The Air Tonight e che invece vede tutte le linee accartocciarsi su loro stesse e spegnersi. Ma non importa. Rinsavisco, ritorno a fare il fanboy: trovate una ballata migliore di questa, e mandatemela in pvt. Questo pezzo meritava di far parte di un vero album. Che tutto il resto del disco sia in fondo un dimenticabile contorno, chi se ne fotte.

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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