Emperor of Sand: la devastante e impeccabile epica dei Mastodon

Zero filler e zero cazzate: i Mastodon ridefiniscono il concetto di capolavoro prog-metal.

Ieri mi sono addormentato in diurna e ho fatto un sogno molto strano: ero parzialmente legato e stretto in una sorta di bara all’interno della quale non potevo muovere le gambe nemmeno di un millimetro. C’era un caldo da traversata del deserto, c’erano attorno a me sonorità arabeggianti, urla guerresche e sofferenti, suoni come di sciami di api in costante rivoluzione attorno al mio cranio, di fabbri impazziti e tarantolati martellanti schiere di incudini dalle forme più svariate. Poi, stranamente, anche torme di bambini strillanti immotivate urla di giubilo e stupore. Ho riaperto gli occhi subito dopo aver sentito un’opprimente sensazione di caduta nel vuoto, seguita da un fortissimo impatto. Svegliandomi di soprassalto sono riuscito a spiegarmi ogni singolo elemento: mi trovavo su un proverbialmente comodo -e appena atterrato- volo Ryanair, insieme a una scolaresca elementare alla prima esperienza di viaggio a bordo di volatile. E per rifugiarmi dall’orrore, avevo messo in cuffia l’ultimo Mastodon contravvenendo ai miei propositi di primo ascolto non inquinato. A questo triste scenario s’aggiunga Google Play Music, che mi ha tirato lo scherzone facendomi ascoltare le tracce in ordine inverso.

Poi Emperor of Sand l’ho riascoltato per bene. Nell’ordine giusto. Con calma, senza disturbi ambientali. Sono entrato nel moodset scettico dell’affezionato oggettivo: non del fan-boy strillone che va in brodo di giuggiole per ogni riffone dei propri amati, e nemmeno (per carità) in quello del nostalgico del “dopo Leviathan è tutta merda” e dell’“adesso fanno pop”. Ho pesato bene le pregresse valutazioni sui singoli estratti, in fondo i tipici pezzi non trascendentali e già un po’ sentiti, in parte sovrapponibili per costruzione e tonalità alle analoghe degli album precedenti. E poi mi sono (ri)trovato all’interno di una delle più grandiose epopee prog (metal) che abbia mai avuto il privilegio di esperienziare.

Il settimo dei Mastodon è un concept album, e un concept album strano. Un album che parla, per ammissione dei suoi stessi scrittori, della lotta alla chemioterapia, delle difficoltà che i malati di cancro e i loro cari affrontano nel loro difficile viaggio verso la guarigione o la morte. Lo fa immergendosi nelle metafore, raccontando di una vittima di una maledizione sperduta nel deserto, che al termine del proprio viaggio (tra regni moribondi, sultani, scheletri in assetto da guerra, tempeste di sabbia) troverà sia la propria dipartita, che un’inattesa salvezza. Per raccontarne le vicende il quartetto fa quadrato attorno ai migliori aspetti del proprio sound: quei suoni pizzicati che riescono incredibilmente a ricordare allo stesso tempo l’Oriente e i territori più interni dell’America, quel macello di riff a chitarre sovrapposte e doppi assoli su ottave diverse, quel casino apocalittico alla batteria, quell’alternarsi di harsh sbudellato e clean vocals strappalacrime (mai quanto oggi Brann Dailor è vero protagonista della band dietro il microfono). Di più, a differenza di quanto accadeva episodicamente in “The Hunter” e “Once More ‘round The Sun”, viene totalmente meno la componente di filler e canzoni cazzone: undici tracce, undici momenti totalmente funzionali al fluire del concept, undici composizioni di altissimo livello. Con un risultato che, nel complesso, si pone alla pari (alla durata sul tempo il verdetto riguardo un eventuale sorpasso) del capolavoro del secondo mastodontico ciclo, il fino ad oggi ieri inavvicinabile “Crack The Skye”.

Sebbene su parecchi lidi si tacci la band di particolare conservatorismo, Emperor of Sand, all’ascolto attento, regala elementi di novità e sorprese traccia dopo traccia. In un modo meno distruttivo (e meno stravagante) che in passato, ma con sottigliezze, elementi che arricchiscono un sound già massiccio e plurisfaccettato. Le voci si intrecciano meglio che mai già dall’opener “Sultan’s Curse”, che nella seconda metà sviluppa le tematiche strong di una “High Road” o di una “Black Tongue” verso lidi più spacey, nostalgici, progressive. Le chitarre, immancabilmente ricoperte di fuzz, si lasciano sedurre anche da un inedito delay, dando sul capolavoro easy-listening “Steambreather” una definizione perfetta di alternative metal moderno. Suoni di campane cadenzano l’inusuale ottimismo (sempre urlato, per carità) di “Ancient Kingdom”. E addirittura il piano (!) interviene a impreziosire la lunga coda strumentale dell’angosciosa “Roots Remain”, o ad inframmezzarsi tra i cambi di tempo e di tono dell’epica, conclusiva “Jaguar God”, perfetta summa di quanto messo in mostra nella precedente intensissima ora.

Giusto perché ripetersi non guasta mai: Emperor of Sand è un’esperienza obbligatoria per gli amanti di quell’ampio spettro di generi che va dal prog più ardito al metal più serrato. Un album vulcanico, che dimostra come il successo e l’utilizzo di stilemi più “mainstream” non sia sempre uno svilirsi e svendersi, ma possa essere -in alcuni casi selezionati- una medaglia di cui fregiarsi con assoluto orgoglio. Chiaro, chi non ha mai amato il casino vocale e strumentale dei Mastodon difficilmente cambierà idea; non lo faranno nemmeno, ovviamente, i disertori post-Leviathan e i fondamentalisti contrari ai tempi lenti e ai ritornelli ultramelodici. In fondo, cazzi loro.

Inciso finale: sono sempre stato e sono tuttora una persona mansueta. Non fatemi mutare indole paragonando questo tipo di prog metal con quello degli Avenged Sevenfold. Per favore.


ABBIAMO PARLATO DI…

Mastodon – Emperor of Sand
Progressive Metal
Reprise Records, 2017

01. Sultan’s Curse
02. Show Yourself
03. Precious Stones
04. Steambreather
05. Roots Remain
06. Words to The Wise
07. Ancient Kingdom
08. Clandestiny
09. Andromeda
10. Scorpion Breath
11. Jaguar God

Riccardo Coppola

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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About Riccardo Coppola

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