Faber Nostrum: quando l’itpop serve ancor meno del solito

Non al denaro, non all’amore né al cielo: a niente.

Diffidate da chi cerca di vendervi questa roba come un modo per fare (ri)scoprire De André alle nuove generazioni: a chi non frega un cazzo di De André continuerà a non fregare un cazzo, e chi vorrà approfondirlo dispone oggigiorno di un simpatico meccanismo (chiamato World Wide Web) che gli permette di raggiungere in maniera più o meno legale, e in un microsecondo, qualsiasi frase pronunciata dal cantautore genovese dietro un microfono. Nella versione giusta, nella versione originale. Chi vi spaccia questo dischetto come una epifania per giovani è chiaramente in malafede oppure è rimasto agli anni Sessanta, quando serviva Ho difeso il mio amore per scoprire l’esistenza di House of the rising sun.

Ma comunque, Faber Nostrum c’è, l’hanno fatto. Hanno creato un po’ di hype anche facendo un sitarello in cui si andava a caccia degli artisti coinvolti (in senso del tutto metaforico, anche se sono sicuro che molti vorrebbero andare a caccia di Gazzelle e vedere come e quanto corre). E in fondo non è una bestemmia musicale come parecchi puristi potrebbero/vorrebbero lasciare intendere: in un mondo che permette a una Yoko Ono di 100 anni di seviziare Imagine, è possibile e legittimo anche che una manciata di esponenti dell’itpop [scegliere aggettivi per loro a seconda della propria personale attitudine] reinterpretino leggermente un patrimonio inattaccabile della musica italiana.

La domanda da fare, più pragmatica che filosofica in questa fattispecie, è perché. A chi serve Faber Nostrum, messo in chiaro in Impact 40 grassetto che De André non ha bisogno di questi mezzucci per essere conosciuto? Pur non essendo spaventosamente megalomane come lo era quello di Morgan che aveva rifatto tutto Spoon River, pur non essendo esageratamente raccapricciante (a parte il sentire rappare Willie Peyote su Il Bombarolo, cosa che farò finta non sia mai successa), a quale discografia d’artista o a quale bacheca d’ascoltatore può questo disco aggiungere qualche briciola? Non è che sia un modo per (ri)legittimare chi annaspa nell’oceano di squali tipo Viito e Fulminacci che spuntano ogni settimana, tipo i Canova o Motta o gli Zen Circus per citare quelli che hanno fatto meno danni? Non è che l’obiettivo principale, e sticazzi De André, sia quello di dar velleità letterarie a un genere che spesso se va bene parla delle righe delle Adidas?

Certo, ma qui torniamo nell’ambito delle personali attitudini, è che alcuni degli artisti (o band) coinvolti sono delle risibili macchiette indipendentemente dal fatto che stiano interpretando De André, e sarebbe bene non sentirli mai, a prescindere. Non ho bisogno dei vilipendi di Amore che vieni, Amore che vai, di Fiume Sand Creek o della Canzone dell’amore perduto per rendermi conto che Carucci ha la lingua di pezza, e che Colapesce e il tizio dei Pinguini Tattici Nucleari hanno delle vocalità cui io avrei la decenza di non dar fiato neanche piano, pianissimo, di nascosto sotto la doccia. Ma la sensibilità non appartiene a tutti, in questo scenario musicale e di questi tempi: c’è eccome l’Inferno, nel mondo del buon Dio.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
Riccardo Coppola

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