Fear Inoculum, un’ode alla lentezza dei Tool

I membri dei Tool in una foto promozionale un po' inquietante

Sono passati tredici anni. Sembra ieri. Forse. Ma sono tornati. Con calma.

Cos’è il tempo? È possibile fermarlo o anche solo rallentarlo? Come spiegare che sembra quasi ieri quando i Tool pubblicavano 10000 Days e che invece ci sono voluti ben tredici anni per vederne realizzato il disco successore? Dico “sembra ieri” perché, a pensarci bene, vivere fuori dai radar della comunità virtuale (progetti paralleli e dichiarazioni rilasciate con il contagocce a parte) non fa che congelare nella memoria collettiva le immagini di un’epoca che non c’è più; poi, però, succede che, nell’estate dell’anno 2019, quattro signori venuti da chissà dove ripiombano sul pianeta Terra e, stenteresti a crederlo, ma anche loro hanno qualche chilo in più sul groppone, la chioma spruzzata di bianco e la faccia marchiata dal tempo trascorso. Ti chiedi se sono ancora loro, se avessero un buon motivo per dare alle stampe un nuovo capitolo della loro storia di musicisti, oltre alla supplicante smania del loro pubblico con ciò che ne consegue a livello economico. Che risposte dà Fear Inoculum a tutto questo? Quale paura ammanta il disco, tanto da meritarne menzione nel titolo?

Inizierò dicendo che si tratta di un’opera lenta, dilatata non tanto nella lunghezza delle sue tracce, alla quale la band ci ha da sempre abituati (se di abitudine si può parlare, quando si ha a che fare con i Tool), quanto nello sviluppo delle trame musicali proposte, apparentemente più scarne che in passato, ma sapientemente miscelate, con gli strumenti avvitati l’uno all’altro a creare non tanto il monolite granitico che ben conosciamo, quanto piuttosto un intrico più assimilabile a un’eterea ragnatela (episodi più marcatamente tellurici a parte – si veda soprattutto la conclusiva 7empest, che rimanda addirittura agli esordi di Opiate e Undertow).

Difficile dire se a determinare certe scelte sia stata più la carta d’identità che inizia a ingiallire o il mood che ha attanagliato la band al momento di definire e finalmente cristallizzare le composizioni nella loro forma finale: le esplosioni soniche sono ridotte al lumicino, la rabbia ha perlopiù ceduto il passo a una sorta di desolazione dell’animo, Maynard non urla più. Non si parla di prova vocale insufficiente – con quella voce non potrebbe succedere nemmeno per sbaglio – quanto del senso di vuoto che si prova nei momenti di picco sonico dei pezzi, quando, al colmo del fragore, ti aspetti che arrivi lui a suggellarne l’implacabile vigoria… e questo non accade. Prima incrinatura nell’inscalfibile armatura dei quattro eroi. Non si tratta solo di rughe accennate e qualche capello bianco; il tempo, signori miei, esiste anche per loro.

Tool

E cosa viene naturale fare, quando ci si rende conto che il tempo sta fuggendo via? Si cerca di rallentarlo. È così che ci si dedica al confortante ritmo ciclico delle stagioni che determinano la viticoltura; è così che c’è tutto il tempo del mondo per scrivere un nuovo disco; è così che passano uno, due, tredici anni. Ma i Tool, alla fine, hanno deciso di tornare sul luogo del delitto, pur sapendo di avere alimentato aspettative via via sempre maggiori con lo scorrere degli anni, in una successione di Fibonacci impossibile da invertire, e potendosi comunque permettere di fare come meglio credessero, forti di una posizione concessa solo agli dei del panorama musicale alternativo e, talvolta, neanche a loro.

Fear Inoculum è, dunque, un’ode alla lentezza: lento nel prendere forma; lento nel suo dipanarsi; lento da assimilare. La title-track, singolo apripista inusitatamente lungo per le logiche di mercato, ci ha messo un po’ a conquistarmi i timpani, ma dopo diversi ascolti sparsi nell’arco di più giornate mi sono ritrovato a canticchiarne diversi spezzoni dal nulla, come se il siero inoculato giorni prima stesse finalmente facendo effetto. È successo e sta succedendo la stessa, identica cosa con il resto del disco, che a dispetto dei quasi ottanta minuti si lascia apprezzare e ricordare. Unica nota di autentico fastidio, che permane anche dopo esserne stati conquistati, è l’autoreferenzialità di certi passaggi, che richiamano alla mente ora Jambi, ora Rosetta Stoned, ora The Grudge (e invito i lettori a segnalare ulteriori somiglianze).

Un’ode alla lentezza, dicevo, e una declinazione della paura in musica: paura del diverso (Fear Inoculum) inoculata ad arte dal politico di turno (il Donald Trump che vedo velatamente – ma neanche troppo – “omaggiato” e accusato in 7empest); paura del decadimento delle proprie difese di fronte alla sconfitta imminente (il soldato dall’armatura logora di Invincible); paura dell’occhio altrui che smaschera e giudica i conflitti interiori (la suadente Culling Voices, che non sarebbe affatto apparsa fuori luogo in un disco degli A Perfect Circle); al tempo stesso, flebili inviti che alla paura si frappongono e che invitano il genere umano a un comune atto di ribellione contro la decadenza apparentemente irreversibile dei nostri tempi (Descending) e al risveglio dal sonno che ci lega tutti alla nostra prigione di carne e ossa (Pneuma). Infine, forse, il timore di non farcela, scenario a lungo paventato dai quattro musicisti e che ha ritardato la pubblicazione.

Che giudizio dare, dunque, a Fear Inoculum? I fin qui comunque numerosi ascolti non fanno gridare al miracolo di Lateralus né lasciano il segno quanto Aenima e 10000 Days; tuttavia, la sensazione predominante è che il disco continui a crescere volta dopo volta, che esso pretenda la nostra attenzione a nuovi, illuminanti dettagli attraverso un ascolto metodico e attento, in controtendenza alla liquidità di questi tempi schizoidi, e che qualsiasi valutazione sia, al momento, prematura e da congelare. Un modo, se vogliamo, di vincere la paura e lo scorrere del tempo. Di vincere la morte, che poi è il fine ultimo di tutta la grande musica.

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