Haken: Ecletticità è la parola d’ordine

Dopo quattro album ambiziosi come nessun altro, gli Haken tentano un approccio mai provato.

Datemi dell’antico (nonostante io sia ancora un giovanissimo, a conti fatti), ma ho sempre amato il progressive rock di 40 o 50 anni fa. Tutto ciò che ora è chiamato “progressive” per me è veramente monotono. Oddio, “tutto” è un parolone… Se fosse davvero tutto non si spiegherebbe la mia stima verso i Pineapple Thief, o nei confronti del MITICO (devo farlo capire che mi piace) Steven Wilson, o di tanta altra roba che, spesso e volentieri, è affiancata a questo genere. Tipo gli amici di casa Kscope.

Allora mi correggo: non sopporto il “progressive metal” attuale. E con attuale intendo degli ultimi 5/6 anni. E no, non preoccupatevi, non ho nulla contro Dream Theater, Pain of Salvation, Ayreon, eccetera; loro non sono così “attuali”, alla fine. E va bene, scendo ancora di più nello specifico: come lo chiamano adesso? Ah sì… Djent… Va be’, direi che ora un’idea concreta ve la siete fatta, no? Ecco, allora quella roba lì non mi piace. Anzi, è proprio bruttina… Ripetitiva. E voglio essere del tutto onesto, già che ci sono: vedo una chitarra a 8/9 corde e rabbrividisco. 7 già è più tollerabile. Non ve la prendete, amiconi, so che potremo andare d’accordo per altre cose.

Però, dopo questo enorme pippone, un’altra cosa c’è da dirla (parlo troppo, lo so, non arrivo mai al dunque…): gli Haken, vuoi per un motivo o per un altro vuoi per la vaga somiglianza ai – sopracitati – Dream Theater, mi sono sempre piaciuti. Amo i loro album e me ne frego di quante corde montano. Discriminazioni a parte, vi spiego anche perché, portate pazienza. A volte sono un po’ troppo sbrodoloni, è vero, ma sono veramente bravi, oggettivamente parlando. Non so bene cos’abbiano in più di loro colleghi Leprous, Contorsionist et similia; appartengono alla stessa identica famiglia. Sarà che loro sono davvero originali? Sarà mica che sono audaci al massimo e che non ricorrono a stilemi e canoni precisi (o almeno solo in parte)? Ma facciamo di sì. O forse sono io ad avere le orecchie storte e discrimino gli altri gruppi a priori, probabile. Ma non mi dilungo oltre, spero solo abbiate capito che gli Haken sono i più forti di tutti. Ed ora passiamo alle cose serie, sono qui con un obiettivo preciso: parlarvi (bene) di Vector degli Haken.

Avrete capito che è un bell’album, sicuramente. Però c’è da dire che, all’ascolto – distrattissimo, peraltro – del primo singolo The Good Doctor, non ero così soddisfatto. Mi era sembrato un po’ troppo pomposo. Sono usciti anche altri singoli che hanno ricevuto un trattamento simile, anzi, diciamo che li avevo obliati. Causa: la pigrizia del sottoscritto e qualche impegno qua e là. Sono stato un babbeo, lo ammetto. Al che, quando l’album è uscito, non ho potuto non ascoltarlo. Non avevo mai trattato così male una delle mie band semi-preferite, era il minimo potessi fare per sdebitarmi. Così avvio Spotify… E la prima cosa balzata alla mia attenzione è… la durata (di solito non me ne importa troppo). Tre quarti d’ora.

Ecco, queste sono cose che ti lasciano un poco interdetto. Se conoscete la band, anche a voi avrà fatto strano. All’inizio non nego di aver pensato: “ma sarà un EP…?”. Ma poi, dopo “approfondite” ricerche sul web (ovvero digitare il nome del lavoro + il nome della band, sul browser di fiducia) ho certificato si trattasse di un album. Per un gruppo che, nei lavori precedenti, superava l’ora e un quarto come fosse niente, per me è stato uno shock. Ma non è la durata a fare un album buono, venitemi a dire il contrario. No, diciamo che in parte è anche la durata, ma chiudiamo la parentesi, dato che Vector è breve ma carico di momenti da togliere il fiato.

Dopo essermi addentrato per bene nelle viscere dei 7, articolatissimi, brani, ho concluso notando, innanzitutto una riduzione drastica del sound jazz/fusion dei lavori precedenti, in favore di una miscela esplosiva di progressive metal puro e multiforme, leggermente più Dream Theateriano che in passato, con un pizzico di Opeth qua e là. Dopo la velocissima intro “Clear” si entra nel vero Vector, con “The Good Doctor” il singolo che ho già nominato. Che guarda caso, sentendolo bene non è affatto male, anzi è una figata assurda.

E da lì si procede in un crescendo claustrofobico di virtuosi barocchismi intrecciati tra loro. Tra riff cadenzati al massimo e basso e percussioni che paiono dei martelli pneumatici (marchi di fabbrica, quasi), gli Haken non si fanno mancare niente, alternando all’oscurità e la pesantezza di certi momenti (come “Puzzle Box” e la feroce strumentale “Nil By Mouth”), a qualche spiraglio più vellutato (come la intro di “Veil” o parte di “Host”), in mezzo a qualche piccola dose di psichedelia; ma, di fondo, l’album spinge soprattutto sul fattore metal, come non mai.

Tutto il lavoro è contornato da un utilizzo più che saggio delle tastiere e da un Ross Jennings che sfoggia delle corde vocali tenaci e a dir poco camaleontiche, che si adattano a tutte le situazioni. C’è anche da dire che con un lavoro così breve, però, la duttilità degli strumenti (voce compresa), va leggermente calando, rispetto a come il gruppo ci aveva abituato.

Il finale (A Cell Divides) chiude il sipario, con delle vocals piuttosto orecchiabili, rivelandosi la canzone più semplice dell’album e un momento dove riprendere un po’ il respiro. Un po’ un peccato. Non che sia brutta, ma avrei preferito un finale più articolato, un po’ come quello del precedente Affinity, che temo rimanga imbattuto, per stavolta. Per quanto Vector sia un lavoro interessantissimo, perde un po’ di “charm” dopo il primo ascolto, che porta con sé tutto il fattore sorpresa. Ciononostante, si merita un po’ di tempo da dedicargli, complice in primis l’incredibile suite Veil.

Quindi, per ricollegarmi alla tanto fatidica domanda: si può dire che gli Haken abbiano abbandonato la Comfort Zone? Nì. No, anzi, facciamo un passo indietro. Con uno stile come il loro non credo esista una comfort zone. Hanno osato così tanto, in tutta la loro carriera, da aver giusto due o tre elementi che caratterizzino la zona di comfort. Dunque con Vector hanno soltanto rigirato un po’ i loro appigli, durata in primis. Sono certo che, però, il lavoro risulterà per molti più “accessibile” (prendete il termine con le pinze) e bilanciato, sia grazie alla durata, sia grazie ad un comparto meno avant-gardistico. Insomma, spero che possiate apprezzarlo.

Spero lo possano apprezzare anche tutte le “istituzioni” che, come me, sono rimaste a The Power To Believe dei King Crimson.

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