In Cauda Venerum: gli Opeth sanno essere onesti

Ritorno bilingue e senza compromessi per l’istituzione prog svedese: la recensione

Il primo ascolto di In Cauda Venerum l’ho fatto durante un intenso pomeriggio in ufficio, e non ho potuto dargli l’attenzione che volevo e che meritava. La mia intensa attività del momento prevedeva infatti la preparazione di una schedina per la Champions League, e il mio livello di distrazione è stato tale che non mi sono accorto che i colpi di racchetta da tennis che sentivo non erano strani campionamenti su Next of Kin, ma il suono dell’evento in diretta nel piccolo player di Lottomatica.it. Al secondo ascolto dell’album sono rimasto prima stranito per la mancanza della suddetta performance sportiva, poi ho capito di lavare il più possibile le cuffie dai disturbi e passare alle cose formali.

Dicevamo: In Cauda Venerum. Opeth 2019, a tre anni di distanza di Sorceress che ai tempi incensai, per qualche motivo imperscrutabile, e dal quale mi sono allontanato con sdegno con velocità enorme col passare dei mesi. Cambiano i tempi, cambiano gli ascolti: e come è vero che molti degli adolescenti che ascoltano Burzum finiscono per diventare appassionati di hip hop, anche l’autodefinito progster finisce si rammollisce, si addolcisce, si mette a preferire la sostanza della forma canzone alle sovrastrutture illegibili e ai tempi asimmetrici. Si fa la transizione e si considera accettabile anche Permanating: prima o poi capita a tutti. Gli Opeth, invece, del concetto di decrescita felice del prog se ne sono sbattuti il cazzo per dieci anni, da quando hanno pubblicato Heritage. Hanno cambiato pelle, sostanzialmente, una sola volta. Poi, mentre tutti gli urlavano di tornare a urlare, hanno sostanzialmente continuato ad immergersi nello stesso sound per metà settantiano e per metà da hardcore prog svedese e hanno ricamato su soluzioni melodiche confortevoli e già ampiamente esplorate, cambiando volta per volta la farcitura di chitarre e organetti strani. Questa uscita in particolare esce anche in lingua madre, e quella versione, dato che il nome Opeth in copertina non c’è scritto, si è perfettamente legittimati a considerarla una release degli Anglagard.

Il risultato ultimo di tale perseveranza (e parziale raffinamento) è un album progressive fino alla nausea, con un paio di brani che danno la palpabile impressione di partire da un’idea per proseguire praticamente a cazzo: The Garroter, se non fosse per il mood sepolcrale da Storm Corrosion, si fregia di un’improvvisazione randomica a livelli quasi jazzistici, mentre Next of Kin, anche senza il sottofondo di un Masters 1000, esaspera la variabilità di suoni finendo per essere un brano assolutamente inascoltabile. È anche la prima volta, però, in cui gli Opeth sembrano fare quello che realmente vogliono senza sentirsi contrattualmente obbligati a dimostrare alle vedove del death metal quanto siano in realtà più interessanti i Deep Purple: già Lovelorn Crime e Universal Truth recuperano una spontaneità che non esisteva da tanti, troppi anni, e per la prima volta Akerfeldt torna a dare l’impressione di essere la stessa persona che ha composto Damnation e tutti i bellissimi momenti di Deliverance e di Blackwater Park. La cosa diventa evidentissima specialmente se contrapposta ai due scoraggianti singoli, unici due pezzi dell’album impegnati a portare avanti il nauseante trademark “nuovi Opeth”, che genera a ogni uscita nuove inutili marcette come The Devil’s Orchard, Cusp of Eternity, Sorceress.

Quello che principalmente fa specie è come l’album sembri prendere per il culo il suo stesso titolo, ribaltandolo, e riservare al termine i pezzi che ne sono highlights assoluti, oltre che pezzi più morbidi (ma non più semplici). In Cauda Venerum in sostanza pare un meta-album, una sintesi raffinata di quello che è successo alla band dal 2011 a oggi, con suite indimenticabili e riffoni granitici prodotti male, arpeggi acustici deliziosi e spazzolate alla batteria sempre fuori luogo, cambi geniali e deviazioni illogiche; con una conclusione, però, che pare suggerire una nuova dimensione più organica, più coerente, e in definitiva più immediatamente digeribile. Poi, per carità: di Pale Communion e Sorceress mi ero speso in lodi esagerate prima che si dimostrassero capaci di sembrare vecchi di cinquant’anni a sei mesi dalla pubblicazione. Stavolta calibro il mio giudizio sull'”onesto”, e alzo comunque in anticipo le mani.

Riccardo Coppola

Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.
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Sulla linea di confine tra un matematico pragmatismo e una sognante fascinazione per le malinconie musicali e i sofismi esistenzialisti e/o fantascientifici. Suono ogni tanto, scrivo spesso, parlo troppo.

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